Definizione
Acronimo di Ufficio di Esecuzione Penale Esterna, l'organo del Ministero della Giustizia che si occupa della gestione e del controllo delle misure alternative alla detenzione.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 277 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 47% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 28%
- Rigettato 24%
- Inammissibile 47%
- Altro 2%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 157%
- Penale Sez. 737%
- Penale Sez. 46%
Precedenti più richiamati
- Cass. 7724/2013in 7 provvedimenti
- Cass. 26232/2020in 8 provvedimenti
- Cass. 1812/1999in 16 provvedimenti
- Cass. 20040/2024in 6 provvedimenti
- Cass. 31420/2015in 32 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un condannato ammesso all'affidamento in prova terapeutico ha violato ripetutamente gli obblighi della misura alternativa. L'uomo ha subito denunce per truffa, falso e sostituzione di persona. Durante i controlli, le forze dell'ordine lo hanno sorpreso in compagnia di pregiudicati, in possesso ingiustificato di beni di lusso e senza alcuna occupazione lavorativa. Il Tribunale di sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova con effetto retroattivo, azzerando il periodo già trascorso fuori dal carcere. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che i giudici avessero valutato soltanto la denuncia penale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il provvedimento ha esaminato la condotta complessiva del soggetto e che l'impugnazione non offriva elementi concreti per contestare la decorrenza retroattiva della decisione.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'espulsione dal territorio dello Stato per un cittadino straniero condannato per reati di droga. La difesa contestava l'omessa richiesta di una relazione ai servizi sociali e rivendicava il buon percorso tenuto in carcere. I giudici hanno invece rilevato una persistente pericolosità sociale. L'uomo risultava irreperibile al domicilio fornito, privo di lavoro e di permesso di soggiorno, dopo il rigetto dell'asilo. Inoltre, egli ha commesso nuovi reati di lesioni e resistenza poco dopo la scarcerazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché mirava a riesaminare i fatti, condannando l'interessato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Il Tribunale di sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova terapeutico concesso a un condannato. Le forze dell'ordine hanno sorpreso l'uomo in possesso di quasi dieci grammi di cocaina e oltre quattro grammi di hashish. Il giudice ha inoltre accertato un atteggiamento reticente con gli assistenti sociali e il mancato svolgimento delle attività di volontariato prescritte. La difesa ha impugnato il provvedimento in Cassazione, sostenendo che l'episodio fosse isolato, privo di rilievo penale per il giudice dell'arresto e insufficiente a cancellare anni di percorso riabilitativo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la difesa mirava a una rivalutazione dei fatti preclusa in sede di legittimità. La decisione di merito risulta congrua e priva di vizi logici. Il ricorrente deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende e sostenere le spese di giudizio.
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Una donna condannata per associazione a delinquere e riciclaggio ha richiesto l'accesso alle misure alternative alla detenzione. Il Tribunale di sorveglianza ha dichiarato inammissibile la detenzione domiciliare biennale per superamento dei limiti di pena e ha negato l'affidamento in prova ai servizi sociali. I giudici territoriali ritenevano l'attività lavorativa di addetta alle pulizie pericolosa perché coincidente con il settore dei reati pregressi. La Suprema Corte ha annullato con rinvio il provvedimento. Il tribunale ha ignorato lo sconto di novanta giorni per liberazione anticipata, che portava la pena residua sotto i due anni. Inoltre, i giudici hanno commesso un evidente salto logico: un lavoro umile di pulizie esclude ruoli gestori o rischi concreti di riciclaggio.
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Il Tribunale di sorveglianza nega l'affidamento in prova al servizio sociale a un uomo anziano con reati fiscali e truffe risalenti nel tempo, concedendo solo la detenzione domiciliare. Il giudice territoriale valorizza i vecchi precedenti penali e la mancata ricerca autonoma di attività di volontariato. Il condannato impugna la decisione davanti alla Corte di Cassazione, lamentando un automatismo punitivo. La Suprema Corte accoglie il ricorso e annulla l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità chiariscono che i precedenti remoti non precludono la misura alternativa se manca una reale valutazione della condotta presente. Inoltre, l'assenza di un lavoro o di un progetto autonomo di volontariato non impedisce l'accesso alla misura, spettando agli uffici competenti proporre il programma di reinserimento.
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Il Tribunale di sorveglianza rigettava la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale avanzata da un uomo condannato per fatti risalenti nel tempo, concedendo soltanto la detenzione domiciliare. Il collegio motivava il rigetto valorizzando la gravità dei reati passati e la presenza di due recenti denunce, omettendo però di verificarne consistenza ed esito. Il condannato evidenziava invece un percorso riabilitativo concreto: un lavoro regolare a tempo pieno come responsabile tecnico, una relazione favorevole dei servizi sociali e l'offerta di svolgere volontariato ambientale. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza impugnata con rinvio per nuovo giudizio. I giudici di legittimità hanno ribadito che il diniego della misura non può poggiare su semplici pendenze prive di riscontro, ma esige una valutazione rigorosa della condotta attuale e dell'effettiva evoluzione positiva del reo.
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Un condannato ha richiesto l'affidamento in prova al servizio sociale per espiare la condanna fuori dal carcere. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda a causa dell'inidoneità del domicilio: le forze dell'ordine erano intervenute ben diciassette volte per liti violente tra l'uomo e la compagna, la quale ne pretendeva l'allontanamento. Inoltre, l'interessato non aveva risposto alla convocazione dei servizi sociali e risultava privo di lavoro. L'uomo ha impugnato il diniego davanti alla Corte di Cassazione, contestando la valutazione della sua pericolosità. I giudici di legittimità hanno rigettato il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che l'inidoneità e la conflittualità dell'ambiente domestico bastano, da sole, a precludere l'affidamento in prova al servizio sociale.
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La Corte di appello applicava la detenzione domiciliare sostitutiva a Il Condannato senza richiedere preventivamente il programma di trattamento all'UEPE, ritenendo tale incombente di competenza della fase esecutiva. Il Magistrato di sorveglianza rifiutava la gestione del fascicolo e sollevava conflitto negativo di competenza, contestando la violazione delle norme introdotte dalla Riforma Cartabia. La Corte di Cassazione ha risolto il contrasto assegnando la competenza al giudice d'appello: la detenzione domiciliare sostitutiva presuppone necessariamente l'acquisizione e la valutazione del programma dell'UEPE prima della sentenza, mentre la sorveglianza interviene solo per eventuali modifiche successive.
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Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, concedendogli soltanto la detenzione domiciliare. Il giudice ha motivato il diniego con la gravità dei reati passati e la mancata revisione critica dei propri errori. Il condannato ha presentato ricorso per Cassazione, evidenziando il regolare svolgimento di un lavoro, la disponibilità di una casa idonea e una famiglia stabile. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato la decisione precedente. I giudici hanno chiarito che il passato non basta per escludere la misura alternativa. Il tribunale deve valutare i progressi attuali e l'avvio concreto del percorso rieducativo.
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Il Tribunale revoca la pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità inflitta a un automobilista per violazione stradale. Il giudice contesta una presunta inerzia prolungata del reo dopo la condanna definitiva. La persona condannata ricorre per Cassazione, dimostrando di aver segnalato il cambio di residenza e di aver indicato un nuovo ente convenzionato, senza tuttavia ricevere istruzioni dall'ufficio ministeriale competente. I Supremi Giudici annullano il provvedimento impugnato. La Corte stabilisce che l'avvio operativo della misura grava sull'autorità giudiziaria tramite notifica dell'ordine di esecuzione. Nessuna revoca può scattare se l'amministrazione non promuove la procedura prima di imputare negligenze al cittadino.
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Alcuni imputati per reati di droga hanno concordato una pena con il pubblico ministero tramite patteggiamento. Successivamente, la difesa ha richiesto la concessione della detenzione domiciliare sostitutiva, senza però vincolare l'accordo principale a tale beneficio. Il giudice per le indagini preliminari ha ratificato la reclusione concordata, ma ha negato la misura alternativa valutando la gravità del giro di spaccio e la personalità dei colpevoli. Gli imputati hanno quindi proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato accoglimento della misura e presunti difetti di motivazione. I giudici supremi hanno respinto ogni censura chiarendo che la pena sostitutiva nel patteggiamento deve formare oggetto imprescindibile dell'intesa con l'accusa. In assenza di pattuizione formale, l'imputato non può contestare la scelta del giudice. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando i ricorrenti alle spese e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Il Tribunale di sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti di un condannato che aveva violato il divieto di avvicinamento alla figlia minore e alla madre di quest'ultima. L'uomo ha impugnato il provvedimento sostenendo la violazione della presunzione di innocenza e contestando sia la data di decorrenza della decisione sia la mancata concessione della detenzione domiciliare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che il Tribunale può valutare autonomamente anche un nuovo fatto reato senza attendere una condanna definitiva. La violazione degli ordini a tutela dei minori dimostra l'incompatibilità con la misura alternativa. La Suprema Corte ha confermato la revoca con decorrenza dalla data della notizia di reato.
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Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale per una pena legata a ricettazione e riciclaggio. La ragione era il suo trasferimento nel paese d'origine, che ha impedito all'UEPE di svolgere le indagini socio-familiari necessarie. Il condannato ha fatto ricorso, ma la Corte di Cassazione lo ha dichiarato inammissibile. La Corte ha ribadito che la continua reperibilità è essenziale per valutare il comportamento e l'osservanza delle prescrizioni nell'ambito dell'affidamento in prova al servizio sociale.
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Un condannato ha richiesto l'affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sorveglianza ha concesso solo la detenzione domiciliare. Ha negato l'affidamento in prova ai servizi sociali perché il condannato non ha collaborato con l'Uepe. Non ha permesso di verificare la sua situazione lavorativa, per non rivelare al datore di lavoro la sua condizione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha ribadito che per l'affidamento in prova serve la piena collaborazione del condannato e la presenza di elementi positivi per il reinserimento. La mancata collaborazione ha impedito una valutazione positiva del percorso di risocializzazione.
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Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale presentata da un condannato con molteplici precedenti penali. L'interessato ha evitato i colloqui con l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna, ha modificato ripetutamente il proprio domicilio e ha indicato contratti di lavoro presso aziende rivelatesi inesistenti. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando difetti di motivazione nella pronuncia del Tribunale. I Giudici di legittimità hanno dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione a causa della genericità dei motivi, volti esclusivamente a richiedere un nuovo esame dei fatti. Il richiedente deve provvedere al pagamento delle spese legali e di una sanzione di tremila euro.
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Il Magistrato di Sorveglianza concedeva in via provvisoria l'affidamento in prova a un condannato. Quest'ultimo, tuttavia, non si presentava presso l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna (UEPE) per firmare le prescrizioni e disertava la successiva udienza. Di conseguenza, il Tribunale di Sorveglianza disponeva la revoca affidamento in prova. Il condannato ricorreva per Cassazione sostenendo di non aver compreso le comunicazioni del proprio avvocato circa gli adempimenti necessari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: il presunto difetto di comunicazione tra legale e assistito non giustifica l'inadempimento degli obblighi. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Il Conducente provoca un incidente stradale di notte mentre guida in stato di ebbrezza. Il Tribunale lo condanna alla pena di otto mesi di arresto e duemila euro di ammenda. L'imputato richiede la messa alla prova per sospendere il procedimento. Tuttavia, trascura gli appuntamenti con l'Ufficio Esecuzione Penale Esterna per diciannove mesi, presentandosi solo il giorno prima dell'udienza. La Corte d'Appello nega il beneficio a causa della sua condotta ostruzionistica e dilatoria. L'imputato ricorre in Cassazione contestando il rigetto e la regolarità dell'alcoltest. La Suprema Corte rigetta il ricorso: l'inerzia inescusabile del richiedente giustifica il diniego della messa alla prova senza dover attendere l'elaborazione del programma. Inoltre, la mera contestazione sul funzionamento dell'etilometro non basta, servendo prove concrete di difetti o mancati controlli. Il Conducente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un Condannato che chiedeva l'affidamento in prova al servizio sociale all'estero. Il Condannato, residente in Romania, aveva una pena residua da scontare. Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato la misura per insufficienza di documentazione e impossibilità di verificare l'affidabilità e la condotta del Condannato. La Cassazione ha confermato che, sebbene l'affidamento in prova all'estero sia possibile, la legge non fornisce strumenti per l'acquisizione di informazioni in questi casi. Spetta al Condannato fornire una collaborazione adeguata e documentazione sufficiente.
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Una persona condannata per gravi reati, già in detenzione domiciliare, ha chiesto l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la richiesta, sostenendo che la persona non aveva presentato una proposta di lavoro o volontariato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso. Ha stabilito che l'assenza di un progetto occupazionale non è decisiva per negare l'affidamento in prova al servizio sociale. La Corte ha sottolineato che il giudizio deve basarsi sulla prognosi favorevole di non recidiva e sugli elementi positivi del comportamento del richiedente, come l'attività di volontariato già svolta. La decisione è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca affidamento in prova al servizio sociale nei confronti di un condannato che ha violato costantemente le prescrizioni imposte. L'uomo considerava la misura alternativa come una piena libertà personale, omettendo qualsiasi collaborazione con l'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando difetti di motivazione nella decisione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché le censure sollevate riproponevano mere questioni di fatto già ampiamente esaminate. L'esito finale conferma la perdita definitiva del beneficio penitenziario e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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