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Truffa In Concorso

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Provvedimenti

Truffa in concorso: la finta buona fede non evita la condanna
L'Imputato è stato condannato per truffa in concorso per aver attivato e consegnato a complici diverse carte prepagate. I complici telefonavano a ricevitorie simulando guasti tecnici e inducendo gli operatori a ricaricare le carte. L'Imputato sosteneva la propria buona fede, affermando di credere che le carte servissero come omaggi per i clienti di un conoscente e di aver usato la carta della convivente per ricevere il compenso senza fini di occultamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna a dieci mesi e venti giorni di reclusione. I giudici hanno stabilito che l'attivazione di numerose carte dietro compenso, unita all'uso della carta di un terzo per ricevere il pagamento, dimostra l'accettazione del rischio della commissione di reati, configurando la piena responsabilità penale.
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Truffa in concorso: promesse di ricchezza e condanna finale
Due soggetti, un intermediario e un carrozziere, hanno convinto una coppia di coniugi ad acquistare auto incidentate, promettendo enormi guadagni con la rivendita in Polonia. Gli imputati hanno nascosto che i veicoli appartenevano a terzi o erano sottoposti a fermo amministrativo, incassando denaro in contanti senza emettere fatture. Il tribunale ha condannato solo l'intermediario, ma la Corte d'appello ha condannato anche il carrozziere. La Cassazione ha confermato la condanna per entrambi per il reato di truffa in concorso. I giudici hanno chiarito che le false promesse di profitto e la dissimulazione dello stato reale dei beni costituiscono veri e propri raggiri, e non un semplice inadempimento contrattuale. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando la responsabilità penale e l'obbligo di risarcimento.
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Truffa in concorso: condannati i finti mediatori
Tre soggetti sono stati condannati per il reato di truffa in concorso per aver venduto un macchinario da cantiere senza averne la reale disponibilità, inducendo le vittime a versare ventimila euro. Due imputati hanno sostenuto di aver svolto solo una semplice attività di mediazione senza malafede, mentre una terza imputata ha eccepito l'avvenuta prescrizione del reato, contestando l'applicazione della sospensione dei termini legata all'emergenza Covid-19. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno confermato la responsabilità dei mediatori e chiarito che la sospensione di sessantatré giorni dovuta alla pandemia era pienamente applicabile, avendo determinato il rinvio di un'udienza. Di conseguenza, la prescrizione non era maturata prima della sentenza d'appello. Gli imputati sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e della Cassa delle Ammende.
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Truffa in concorso: negare l’inganno non evita la condanna
Due soggetti sono stati condannati per il reato di truffa in concorso, e uno di essi anche per ricettazione e falso. Gli imputati hanno proposto ricorso per Cassazione contestando la propria responsabilità penale, sostenendo l'assenza di condotte ingannevoli e la marginalità del proprio ruolo, oltre a criticare la severità della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che i motivi di ricorso erano generici e miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, la determinazione della pena è stata ritenuta logica e congrua. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi nuovi
La Ricorrente, condannata in secondo grado per truffa in concorso, ha presentato ricorso davanti alla Corte di Cassazione contestando l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha rilevato che tale contestazione non era stata sollevata durante il precedente giudizio di appello. Secondo le regole del codice di procedura penale, non è consentito presentare motivi del tutto nuovi direttamente davanti ai giudici di legittimità. Per questa ragione, la Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando la donna al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Buffet non pagato: non è un debito ma Truffa in concorso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa in concorso a carico di due persone che avevano ordinato e ritirato un buffet del valore di 600 euro senza pagarlo. La condotta, caratterizzata dall'uso di un nome falso, da una messinscena per ritirare la merce in due momenti e da un finto tentativo di pagamento, non è stata considerata un semplice inadempimento contrattuale, ma un vero e proprio reato. I giudici hanno stabilito che la sequenza di azioni ingannevoli integra pienamente gli 'artifici e raggiri' richiesti dalla legge per configurare la truffa. La condanna è stata quindi resa definitiva, respingendo le difese degli imputati che miravano a derubricare il fatto a un illecito civile.
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Truffa in concorso: condanna definitiva nonostante l’appello
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due persone accusate di truffa in concorso. Gli imputati avevano presentato ricorso, uno contestando la mancata concessione delle attenuanti generiche, l'altro l'affidabilità del riconoscimento fotografico fatto dalla vittima. La Corte ha dichiarato entrambi i ricorsi inammissibili. Ha stabilito che le attenuanti richiedono elementi positivi, qui assenti, e che il riconoscimento era valido, dato che la vittima non aveva mostrato alcuna esitazione. La condanna per truffa in concorso è quindi diventata definitiva, con l'obbligo per i ricorrenti di pagare le spese e una sanzione.
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Truffa in concorso: coppia condannata, Cassazione nega l’appello
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una coppia per truffa in concorso. I due avevano presentato ricorso sostenendo la mancanza di prove sulla loro complicità. La Corte ha però respinto le loro argomentazioni, dichiarando il ricorso inammissibile. Secondo i giudici, elementi come il rapporto coniugale, le operazioni su un conto corrente comune e l'uso condiviso di un numero di telefono costituiscono prove logiche e sufficienti per dimostrare la collaborazione nel reato. La decisione sottolinea che la Cassazione non può riesaminare i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge. La condanna è quindi diventata definitiva e la coppia è stata condannata a pagare le spese processuali e un'ammenda.
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Truffa in concorso: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa in concorso a carico di due imputati, dichiarando i ricorsi inammissibili. Il primo ricorrente ha tentato invano di sollecitare una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Il secondo ricorrente ha contestato la propria responsabilità e la mancata sospensione della provvisionale, ma la Corte ha rilevato la genericità dei motivi e la solidità del quadro probatorio, che individuava nel ruolo di autista la prova del previo accordo criminoso.
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