Definizione
Limite minimo di debiti scaduti e non pagati (30.000 euro nella legge fallimentare) necessario per aprire la procedura concorsuale.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 48 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 41% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 26%
- Rigettato 26%
- Inammissibile 41%
- Altro 7%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 183%
- Civile Sez. 617%
Precedenti più richiamati
- Cass. 10952/2015in 7 provvedimenti
- Cass. 14727/2016in 5 provvedimenti
- Cass. 601/2017in 3 provvedimenti
- Cass. 9045/2021in 4 provvedimenti
- Cass. 3158/2018in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un lavoratore ha agito contro l'ente previdenziale per ottenere il TFR e le ultime tre retribuzioni non pagate dalla società datrice di lavoro tramite il Fondo di Garanzia INPS. Dopo un pignoramento mobiliare negativo e l'assenza di beni immobili, i giudici territoriali hanno accolto la domanda, ritenendo non fallibile l'azienda solo perché il singolo credito del dipendente era inferiore alla soglia legale di trentamila euro. L'ente ha impugnato la decisione contestando l'assenza di prova dell'effettiva non fallibilità dell'impresa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'istituto, stabilendo che il dipendente deve provare la reale assenza dei presupposti di fallibilità dell'azienda e non può basarsi unicamente sull'esiguità del proprio credito individuale.
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Un creditore ha chiesto il fallimento di un'Azienda, inizialmente dichiarato dal Tribunale. La Corte d'Appello ha revocato il fallimento, ritenendo che i debiti scaduti e insoluti dell'Azienda fossero inferiori alla soglia di fallibilità prevista dalla legge, anche grazie a una rateizzazione con l'Agenzia delle Entrate. Il creditore ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la rateizzazione fosse inefficace perché successiva alla dichiarazione di fallimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che la valutazione dell'ammontare dei debiti è una questione di fatto, non riesaminabile in Cassazione. L'Azienda non è stata dichiarata fallita, confermando la decisione della Corte d'Appello.
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Un'imprenditrice contesta la dichiarazione di fallimento sostenendo di non aver superato le soglie di fallibilità previste dalla legge. La debitrice presenta i bilanci e le dichiarazioni dei redditi per dimostrare ricavi annui inferiori al limite legale. Il creditore contesta l'attendibilità della documentazione contabile evidenziando margini di guadagno sproporzionatamente bassi e la vendita di beni aziendali non registrata nel conto economico. La Corte di Cassazione conferma il fallimento dell'impresa. I giudici stabiliscono che le scritture contabili non costituiscono prova legale e possono essere liberamente svalutate se incoerenti. L'onere di provare il mancato superamento dei limiti dimensionali spetta al debitore, il quale deve fornire prove alternative e credibili. La ricorsa viene rigettata con condanna al pagamento delle spese di giudizio.
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Un Ente creditore ha chiesto e ottenuto la dichiarazione di fallimento di una società debitrice per il mancato pagamento di compensi relativi a un evento di spettacolo. La società e il suo legale rappresentante hanno impugnato la decisione, sostenendo che l'ammontare effettivo del debito fosse inferiore al limite legale di 30.000 euro stabilito dall'art. 15 della legge fallimentare. I ricorrenti hanno contestato i conteggi del perito, l'inclusione dei biglietti omaggio e la mancata considerazione di un acconto di 1.000 euro. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso: i motivi presentati risultavano generici e non idonei a smentire il superamento della soglia legale, reso certo anche da una precedente ricognizione di debito.
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Una società affittuaria di un complesso alberghiero e i suoi soci illimitatamente responsabili hanno impugnato la dichiarazione di fallimento pronunciata su istanza della società proprietaria concedente. I debitori contestavano il calcolo dell'esposizione debitoria, sostenendo la nullità della consulenza tecnica e chiedendo la riduzione dei canoni per l'inagibilità di alcune camere dell'albergo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei debitori. I giudici hanno stabilito che l'onere di provare il mancato superamento congiunto delle soglie di legge ricade interamente sul debitore. Nel caso esaminato, le decurtazioni economiche richieste dai debitori non incidevano in modo decisivo sul debito complessivo, il quale restava comunque ampiamente al di sopra del limite previsto per legge.
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Un creditore ha richiesto la dichiarazione di fallimento di una società a responsabilità limitata per debiti scaduti superiori alle soglie legali. La società debitrice si è difesa sostenendo la cancellazione di un debito milionario dal bilancio del principale creditore, qualificando la posta contabile come rinuncia al credito. I giudici di merito e la Corte di Cassazione hanno respinto questa tesi: la svalutazione contabile operata dal creditore esprime soltanto l'inesigibilità della somma dovuta alla crisi d'impresa e non costituisce una remissione del debito. I debiti superano quindi i limiti di legge e confermano pienamente la dichiarazione di fallimento.
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Una società a responsabilità limitata in liquidazione ha impugnato la dichiarazione di fallimento sostenendo di trovarsi al di sotto della soglia di fallibilità per i debiti complessivi. La società sosteneva che i giudici dovessero considerare soltanto i debiti conosciuti prima della sentenza dichiarativa e contestava le richieste fiscali tardive dell'amministrazione finanziaria. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che, ai fini della verifica dei limiti dimensionali, il giudice del reclamo può valutare tutti i debiti esistenti alla data del fallimento, inclusi quelli emersi successivamente nella relazione del curatore o nelle domande di ammissione al passivo. La società fallita non ha documentato l'infondatezza del credito tributario, confermando il superamento dei limiti di legge.
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Un creditore ha richiesto il fallimento di una società debitrice in liquidazione. La debitrice ha contestato la richiesta evidenziando di non superare la soglia di indebitamento di 500.000 euro vista la rinuncia al credito dei soci pari a 155.000 euro approvata in assemblea per finanziamenti precedenti, oltre ad alcune rettifiche contabili. La Corte d'Appello aveva ritenuto la rinuncia un atto strumentale e inefficace. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società debitrice. I giudici di legittimità hanno chiarito che la rinuncia non richiede forme solenni e produce i suoi effetti estintivi del debito. Il calcolo dell'esposizione debitoria deve basarsi sui debiti effettivi al momento della decisione, annullando la sentenza con rinvio.
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I Proprietari di un'azienda alberghiera chiedono il fallimento della Società affittuaria per il mancato pagamento dei canoni. Durante la fase preliminare, la Società versa ampie somme, riducendo il debito principale a 29.140 euro. Il Tribunale dichiara comunque il fallimento. La Società ricorre sostenendo che l'importo residuo non supera la soglia di fallibilità di 30.000 euro. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso. I giudici chiariscono che il giudice può stimare incidentalmente i debiti emersi nell'istruttoria prefallimentare, includendo gli interessi e il valore dei beni aziendali non restituiti. Tali somme fanno superare la soglia di fallibilità. Inoltre, lo stato di insolvenza sussiste anche per un solo inadempimento se il passivo supera nettamente l'attivo. La Società perde la causa ed è condannata al pagamento delle spese processuali.
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Un amministratore societario ha proposto un ricorso per revocazione contro un'ordinanza della Corte di Cassazione. Il ricorrente sosteneva che i giudici avessero frainteso una memoria difensiva, scambiandola per un'ammissione di debiti superiori alla soglia di 500.000 euro necessaria per il fallimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la presunta ammissione del debito costituiva soltanto un obiter dictum, ossia un'osservazione marginale non determinante. La decisione di confermare il fallimento si fondava infatti sull'accertamento dei fatti compiuto dai giudici di merito, del tutto insindacabile in sede di legittimità. Senza un impatto concreto sulla decisione finale, difetta l'interesse a ricorrere.
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Un'impresa edile ha impugnato la dichiarazione di fallimento sostenendo di non aver superato la soglia di fallibilità relativa ai debiti complessivi, fissata dalla legge a cinquecentomila euro. L'azienda affermava che, sottratti i debiti tributari e previdenziali dichiarati prescritti da sentenze non ancora definitive, il passivo sarebbe sceso sotto la soglia legale. La società contestava inoltre il mancato uso dei poteri istruttori del giudice per verificare la propria inattività. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che spetta al debitore provare l'esenzione dal fallimento. Ai fini del calcolo della soglia di fallibilità rientrano anche i debiti contestati o oggetto di cause non ancora concluse, dovendosi considerare le risultanze attuali dello stato passivo.
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Un creditore ha chiesto il fallimento di una società in accomandita semplice e del suo socio accomandatario per debiti scaduti superiori alla soglia di fallibilità di trentamila euro. Il tribunale ha dichiarato il fallimento, ma la corte d'appello lo ha successivamente revocato. I giudici di secondo grado hanno ritenuto che la concessione di una rateizzazione con un ente pubblico, concordata dopo la sentenza fallimentare, avesse abbassato il debito scaduto sotto il limite di legge. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del creditore. I giudici di legittimità hanno chiarito che il computo dei debiti deve avvenire al momento della decisione del tribunale. Accordi rateali successivi o semplici dilazioni non cancellano lo stato di insolvenza e non impediscono la dichiarazione di fallimento.
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Una società fornitrice ha presentato un'istanza di fallimento contro una società debitrice per crediti contestati. La debitrice ha pagato la quota certa tramite deposito in giudizio e ha disconosciuto il resto dei documenti contabili. La Cassazione aveva già annullato una prima decisione, ordinando ai giudici d'appello di quantificare il credito contestato del fornitore per verificare la soglia minima di legge. I giudici del rinvio hanno invece confermato il dissesto guardando l'intero bilancio societario senza chiarire il credito originario. La Suprema Corte ha accolto il ricorso della debitrice, ribadendo che il giudice di rinvio deve rispettare rigorosamente i limiti imposti e accertare specificamente il credito azionato dall'istante.
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Un istituto di credito ha chiesto e ottenuto la dichiarazione di fallimento a carico del titolare di un'impresa individuale. L'imprenditore ha proposto reclamo per dimostrare il mancato superamento delle soglie di fallibilità, depositando dichiarazioni fiscali e registri IVA. La Corte d'Appello ha respinto il ricorso, ritenendo tali documenti inattendibili perché di formazione unilaterale. La Corte di Cassazione ha ribaltato il verdetto. I giudici di legittimità hanno stabilito che il debitore può dimostrare la non fallibilità con qualsiasi mezzo di prova, comprese le dichiarazioni fiscali e i registri contabili. I giudici di merito non possono scartare a priori questi documenti senza accertare specifiche anomalie o falsità.
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Una lavoratrice ha richiesto il fallimento della società datrice di lavoro per crediti retributivi insoluti pari a 30.743,44 euro. La società debitrice si è opposta sostenendo il mancato raggiungimento del limite di legge di 30.000 euro previsto per la dichiarazione di fallimento. Secondo l'impresa, il calcolo non doveva comprendere le spese di precetto, le tasse professionali, l'IVA e i costi dei tentativi infruttuosi di pignoramento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della società confermando il fallimento. I giudici hanno chiarito che nel calcolo per la soglia di fallibilità rientrano a pieno titolo tutte le spese legali, gli oneri fiscali accessori e i costi delle esecuzioni tentate anche se senza esito positivo.
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Un'azienda ha impugnato l'apertura della propria liquidazione giudiziale, sostenendo di essere un'impresa minore esente dalla procedura. La Corte d'appello ha rigettato il reclamo poiché i bilanci degli ultimi tre anni non erano stati approvati né depositati, ed erano privi di nota integrativa. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministratrice, stabilendo che la prova del mancato superamento della soglia di fallibilità può essere fornita anche con strumenti alternativi (scritture contabili, dichiarazioni fiscali, atti di gestione). Inoltre, il giudice deve verificare se l'impresa rientri nella categoria delle microimprese, le quali sono esonerate per legge dalla redazione della nota integrativa. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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La Corte di Cassazione ha confermato la dichiarazione di fallimento di una società in liquidazione, respingendo il ricorso da questa proposto. La società debitrice contestava l'ammontare del debito verso il fornitore, sostenendo che fosse sceso sotto la soglia di fallibilità di trentamila euro. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che la debitrice aveva precedentemente riconosciuto l'esistenza del debito, seppur in misura ridotta, e non aveva sollevato tempestivamente nei gradi precedenti la questione della soglia minima. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando la società al pagamento delle spese di giudizio.
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Un ex amministratore ha impugnato la dichiarazione di fallimento della propria società, sostenendo l'irregolarità delle notifiche, il mancato superamento delle soglie dimensionali e il decorso del termine di un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese per trasferimento all'estero. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che il trasferimento della sede all'estero garantisce la continuità giuridica della società e non fa decorrere il termine annuale per la dichiarazione di fallimento. Inoltre, sebbene il debitore possa dimostrare il mancato superamento delle soglie di fallibilità con qualsiasi mezzo di prova (non solo con i bilanci ufficiali), nel caso specifico l'ex amministratore non ha fornito alcuna prova concreta sui ricavi aziendali.
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Una creditrice ha chiesto la dichiarazione di fallimento di un imprenditore individuale. L'imprenditore si è opposto, sostenendo che la notifica via PEC fosse invalida perché l'attività era cessata, che fosse decorso il termine di un anno dalla cessazione e di non aver superato le soglie di fallibilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imprenditore. I giudici hanno chiarito che la notifica via PEC all'indirizzo ancora attivo è valida anche dopo la cessazione dell'attività. Inoltre, il termine di un anno per il fallimento decorre solo dalla cancellazione dal registro delle imprese, non dalla cessazione di fatto. Infine, spetta all'imprenditore dimostrare il mancato superamento delle soglie di fallibilità; non aver presentato le dichiarazioni dei redditi per alcuni anni rende impossibile tale prova, confermando la legittimità del fallimento.
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Una società ha contestato la propria dichiarazione di fallimento, sostenendo l'invalidità della notifica e l'errato calcolo dei requisiti dimensionali. Secondo la debitrice, i giudici avrebbero dovuto valutare i bilanci degli anni vicini alla sentenza e non quelli precedenti al deposito del ricorso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la notifica dell'ufficiale giudiziario fa piena prova delle ricerche effettuate sul posto. Inoltre, la Corte ha stabilito che la verifica del superamento delle soglie di fallibilità deve considerare esclusivamente i tre esercizi di bilancio precedenti alla data di deposito della domanda di fallimento, e non alla successiva sentenza. Di conseguenza, la società rimane fallita e deve pagare le spese processuali.
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