Definizione
Una società, tipicamente una S.r.l., composta da un numero limitato di soci, spesso legati da vincoli familiari. In questi casi, la giurisprudenza presume che gli utili non dichiarati dalla società siano stati distribuiti ai soci.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 81 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 47% dei casi il ricorso è stato accolto, almeno in parte.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 47%
- Rigettato 39%
- Inammissibile 4%
- Estinto 5%
- Altro 5%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 589%
- Civile Sez. 611%
Precedenti più richiamati
- Cass. 5581/2015in 4 provvedimenti
- Cass. 18640/2008in 3 provvedimenti
- Cass. 32959/2018in 14 provvedimenti
- Cass. 6001/2025in 3 provvedimenti
- Cass. 4485/2016in 5 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di accertamento al socio e amministratore di una società a responsabilità limitata cancellata dal registro delle imprese. L'Ufficio contestava l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti relative all'anno 2009 ed esigeva il pagamento dell'IVA non versata dalla società estinta. Il Fisco fondava la richiesta sull'art. 36 d.P.R. 602/1973, presumendo la percezione di utili occulti. Il contribuente ha impugnato l'atto. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento della pretesa fiscale. I giudici hanno stabilito l'inesistenza della responsabilità del socio per debiti fiscali IVA per l'anno 2009. All'epoca la legge limitava tale procedura alle sole imposte sui redditi. L'Agenzia non può sanare il vizio richiamando in giudizio la diversa disciplina del codice civile.
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La Corte di Cassazione ha chiarito un importante principio sulla legittimazione socio amministratore in ambito tributario. L'Agenzia delle Entrate aveva emesso un avviso di accertamento fiscale contro una società. Un ex amministratore e socio della società aveva impugnato la sentenza di primo grado che aveva rigettato il ricorso della società. La Commissione Tributaria Regionale aveva riconosciuto la sua legittimazione, annullando la decisione precedente. La Cassazione ha invece stabilito che l'ex amministratore non aveva un interesse diretto e autonomo per impugnare l'atto fiscale notificato solo alla società, non essendo stato parte del giudizio di primo grado. La sentenza della CTR è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un ex amministratore e socio di una società a ristretta base sociale che aveva impugnato un avviso di accertamento tributario per IRES, IRAP e IVA, emesso contro la società. La Commissione Tributaria Regionale aveva riconosciuto la sua `legittimazione del socio` a ricorrere, basandosi sui possibili effetti negativi personali e patrimoniali. La Cassazione ha ribaltato questa decisione, stabilendo che l'ex amministratore non aveva il diritto di impugnare l'atto fiscale in proprio, poiché non era parte del giudizio di primo grado e la `legittimazione del socio` non lo rendeva un litisconsorte necessario. La sentenza è stata cassata e rinviata per un nuovo esame.
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L'Azienda ha impugnato accertamenti fiscali per il 2007. L'Agenzia delle Entrate ha negato la deducibilità di spese di sponsorizzazione, ritenendo le operazioni inesistenti. Ha anche presunto la distribuzione di utili occulti a una socia non qualificata, data la natura di società a ristretta base sociale. L'Azienda ha contestato la motivazione dell'accertamento e la **presunzione di utili occulti**. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione di merito. Ha chiarito che gli accertamenti possono basarsi su indizi e sulla "motivazione per relationem" a un verbale di constatazione. La Corte ha riaffermato la legittimità della **presunzione di utili occulti** nelle società a ristretta base sociale, salvo prova contraria del contribuente. L'Azienda ha perso, sostenendo ingenti spese legali.
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L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un socio di maggioranza di una società a gestione familiare la mancata dichiarazione di utili societari occulti. I ricavi derivavano da operazioni illecite e fatture false. Il contribuente sosteneva che la natura criminosa dei fondi e il loro parziale trasferimento a complici escludessero la distribuzione di utili ai soci. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria. I giudici hanno affermato il principio della tassazione dei proventi illeciti: i guadagni derivanti da reato sono pienamente tassabili come reddito. Nelle società a ristretta base sociale opera la presunzione di distribuzione degli incassi occulti a ciascun socio in proporzione alla quota posseduta, indipendentemente dall'origine illecita del denaro.
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Un contribuente ha presentato ricorso contro un accertamento utili non dichiarati emesso dall'Agenzia delle Entrate nei confronti di una società a ristretta base sociale. L'Amministrazione finanziaria aveva recuperato a tassazione utili non dichiarati e distribuiti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che il contribuente non aveva formulato censure specifiche e che il ricorso si limitava a contestare l'accertamento dei fatti, insindacabile in sede di legittimità. La decisione ha confermato l'obbligo di pagare le spese legali.
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L'Agenzia delle Entrate ha ripreso a tassazione una società a ristretta base sociale, imputando al socio il maggior reddito accertato come **presunzione di distribuzione utili extracontabili**. La Commissione Tributaria Regionale aveva escluso tale presunzione, ritenendola applicabile solo in caso di maggiori ricavi e non di costi indeducibili. La Corte di Cassazione ha ribaltato questa decisione, stabilendo che la presunzione si applica anche quando il maggior reddito deriva da costi inesistenti o indeducibili. La causa torna alla Commissione Tributaria Regionale per una nuova valutazione, che dovrà applicare il principio stabilito dalla Cassazione.
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La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di accertamento IRES per una società e correlati accertamenti sui redditi da partecipazione dei suoi soci. Le sentenze di merito avevano confermato le pretese fiscali. Tuttavia, la Cassazione ha rilevato che le cause tra la società e i soci, pur essendo strettamente connesse da un rapporto di pregiudizialità, non erano state oggetto di trattazione congiunta nei gradi precedenti. Per garantire una decisione uniforme e coerente, la Corte ha rinviato la causa a nuovo ruolo, ordinando la trattazione congiunta di tutti i ricorsi collegati. Questo principio sottolinea l'importanza della Trattazione congiunta cause tributarie per una giustizia fiscale efficace.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una contribuente, socia di società a ristretta base sociale, a cui l'Agenzia delle Entrate aveva imputato redditi da partecipazione basandosi su un accertamento analitico induttivo. Durante il ricorso in Cassazione, la contribuente ha aderito alla **definizione agevolata debiti tributari**, versando gli importi dovuti per i carichi pendenti. La Suprema Corte ha quindi rinviato la causa a nuovo ruolo, concedendo all'Agenzia delle Entrate 60 giorni per verificare la correttezza di tale definizione e l'impatto sull'avviso di accertamento impugnato.
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un contribuente, socio di una società a ristretta base sociale, contro un avviso di accertamento per la presunzione di distribuzione di utili extracontabili. Il contribuente contestava la validità dell'accertamento sul socio se quello della società non era definitivo. La Corte ha ribadito che la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili è legittima anche con un accertamento societario non ancora passato in giudicato, purché vi sia un valido accertamento di utili non contabilizzati. Il socio deve dimostrare la non definitività dell'accertamento o l'insussistenza della distribuzione. La decisione conferma l'operato dell'Amministrazione Finanziaria.
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La Corte di Cassazione ha confermato gli accertamenti fiscali emessi dall'Agenzia delle Entrate nei confronti di un'azienda di costruzioni e dei suoi soci. L'Amministrazione finanziaria aveva contestato maggiori valori di vendita di immobili e la conseguente distribuzione di utili extracontabili ai soci. L'azienda lamentava la mancata redazione di un processo verbale di constatazione e l'insufficienza delle prove. La Cassazione ha stabilito che il contraddittorio preventivo era stato garantito e che l'accertamento fiscale poteva basarsi su presunzioni semplici, come i valori OMI e prelievi di contanti non giustificati. Per le società a ristretta base sociale, si presume la distribuzione degli utili non dichiarati ai soci, salvo prova contraria. Il ricorso dell'azienda è stato rigettato.
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L'Agenzia delle Entrate ha impugnato una decisione che favoriva due Soci. La Commissione Tributaria Regionale aveva stabilito che l'accertamento degli utili extracontabili ai soci dipendeva da un precedente e valido accertamento contro la società. La Corte di Cassazione, tuttavia, ha chiarito un principio cruciale sull'accertamento utili extracontabili ai soci in società a ristretta base sociale. La Corte ha stabilito che, in tali contesti, esiste una legittima presunzione che gli utili non dichiarati siano distribuiti ai soci, data la loro stretta relazione e conoscenza degli affari sociali. L'accertamento verso il socio è indipendente da quello verso la società. La sentenza del giudice di merito è stata annullata e il caso rinviato per una nuova decisione.
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L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un socio di una società a ristretta base sociale maggiori imposte sui redditi personali. Il Fisco presumeva che i ricavi non dichiarati dall'azienda fossero stati distribuiti direttamente ai soci. I giudici d'appello hanno rideterminato l'importo imponibile riducendo la pretesa fiscale. L'Amministrazione finanziaria ha quindi presentato ricorso in Cassazione invocando una precedente sentenza definitiva sulla società per ricalcolare i redditi al rialzo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del Fisco del tutto inammissibile. L'Agenzia non ha trascritto integralmente la decisione richiamata né ha dimostrato il passaggio in giudicato, condannandola al pagamento delle spese legali a favore del socio.
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La Corte di Cassazione ha chiarito le regole sull'imputazione utili extracontabili per i soci di società a ristretta base sociale. L'Amministrazione Finanziaria aveva accertato maggiori redditi IRPEF a carico di un ex socio, relativi a utili non dichiarati dalla società. L'ex socio aveva ceduto la sua quota prima della fine dell'anno fiscale. La Suprema Corte ha stabilito che gli utili extracontabili si attribuiscono solo a chi era socio alla chiusura dell'esercizio, non a chi ha ceduto la quota in corso d'anno. Ha confermato, invece, la legittimità del raddoppio dei termini di accertamento in presenza di reati tributari, anche se non ancora accertati in concreto. L'ex socio ha vinto sulla questione dell'imputazione.
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L'Agenzia delle Entrate ha accertato un maggior reddito d'impresa a una società e, di conseguenza, un maggior reddito da partecipazione al socio di maggioranza, applicando la presunzione utili extrabilancio. Il socio ha contestato l'accertamento, sostenendo la mancata valida notifica dell'avviso alla società e l'inapplicabilità della presunzione senza ulteriori prove. La Commissione Tributaria Regionale ha accolto la tesi del socio. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Agenzia. Ha ritenuto inammissibile la contestazione sulla notifica, poiché sollevata tardivamente. Ha ribadito la legittimità della presunzione utili extrabilancio per le società a ristretta base sociale, spostando l'onere della prova sul socio. La sentenza della CTR è stata cassata e rinviata per un nuovo esame.
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L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di capitali l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti relative ad acquisti mai avvenuti, recuperando a tassazione costi indebiti e IVA. L'ufficio ha inoltre imputato ai soci maggiori redditi da utili extracontabili presunti, data la ristretta base partecipativa. Una socia ha definito la lite in via agevolata, estinguendo la propria posizione. La società e gli altri soci hanno impugnato gli atti lamentando difetto di motivazione e violazione dei criteri di deducibilità. La Corte di Cassazione ha confermato la piena legittimità degli accertamenti: a fronte di fatture fittizie, la regolarità formale dei documenti non basta a provare i costi sostenuti. I giudici hanno respinto il ricorso principale, confermando le imposte dovute e la ripartizione degli utili non contabilizzati tra i soci.
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Un Socio ha impugnato un accertamento IRPEF che gli attribuiva maggiori redditi da utili extracontabili di una società a ristretta base sociale. La Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che non c'è litisconsorzio necessario tra società e soci in questi casi. La presunzione di distribuzione di utili extracontabili ai soci è valida anche se l'accertamento fiscale a carico della società non è definitivo. Il Socio deve provare la mancanza di tali utili o la pendenza del giudizio sull'accertamento societario. La sentenza conferma l'onere del contribuente di dimostrare il contrario.
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L'Agenzia delle Entrate ha accertato maggiori ricavi non dichiarati in capo a un'azienda a responsabilità limitata. Di conseguenza, l'Ufficio ha imputato tali utili extracontabili direttamente al socio titolare della quota maggioritaria, sfruttando la presunzione valida per la società a ristretta base sociale. Il contribuente ha contestato l'atto impositivo, evidenziando che l'accertamento nei suoi confronti dipendeva totalmente dall'esito della causa intentata dalla società. Dopo alterne decisioni nei primi gradi di giudizio, la controversia è giunta dinanzi alla Corte di Cassazione. I Supremi Giudici hanno accertato la pendenza del giudizio societario per la medesima annualità d'imposta dinanzi a un altro collegio. La Suprema Corte ha quindi disposto il rinvio della causa a nuovo ruolo per coordinare le decisioni ed evitare contrasti di giudicato.
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L'Agenzia delle Entrate ha accertato l'evasione fiscale di una società e ha imputato ai suoi soci gli utili non dichiarati, applicando la presunzione utili extracontabili. I soci hanno contestato, sostenendo che l'Agenzia dovesse provare legami speciali tra loro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei soci. Ha ribadito che, per le società a ristretta base sociale, la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili è legittima anche senza rapporti di parentela. La ristrettezza della compagine societaria implica già un'elevata conoscenza reciproca. Spetta ai soci dimostrare che i profitti non sono stati distribuiti.
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L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un avviso di rettifica a una socia maggioritaria per attribuirle un maggiore imponibile IRPEF personale. La pretesa nasceva da un contenzioso aperto con la società di vendita auto, a cui il Fisco contestava costi non deducibili e ricavi non contabilizzati. La Commissione Tributaria Regionale ha accolto in parte il ricorso della socia, riducendo le imposte a suo carico poiché la società aveva dimostrato la reale vendita dei veicoli e l'inerenza dei costi. L'Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione lamentando la violazione delle regole sull'onere della prova e sulla valutazione delle presunzioni. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso confermando che l'accertamento reddito di partecipazione si riduce quando i costi sostenuti dall'impresa risultano inerenti e le presunzioni del Fisco non provano un comportamento evasivo.
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