Definizione
La condanna al risarcimento dei danni inflitta alla parte che ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 211 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 44% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 13%
- Rigettato 44%
- Inammissibile 35%
- Estinto 1%
- Altro 8%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 340%
- Civile Sez. 534%
- Civile Sez. 226%
Precedenti più richiamati
- Cass. 34429/2024in 6 provvedimenti
- Cass. S.U. 9912/2018in 11 provvedimenti
- Cass. 32001/2022in 5 provvedimenti
- Cass. 20018/2020in 6 provvedimenti
- Cass. S.U. 32001/2022in 9 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un condominio otteneva un decreto ingiuntivo contro due proprietari per oneri non pagati. I debitori proponevano opposizione eccependo un presunto controcredito risarcitorio ancora incerto e sub iudice. Durante la causa, gli opponenti saldavano spontaneamente e a rate l'intero importo ingiunto, formulando una generica proposta transattiva solo alla fine del giudizio. Il tribunale condannava i condòmini alle spese processuali e al risarcimento per lite temeraria, applicando il principio della soccombenza virtuale. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione e dichiarato inammissibile il ricorso dei condòmini. Chi estingue il debito durante il processo riconosce la pretesa iniziale del creditore e deve rimborsare le spese legali sostenute dalla controparte, oltre a rischiare una condanna per abuso del processo se resiste in giudizio con difese manifestamente insostenibili.
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L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di accertamento a un professionista, riscontrando compensi non dichiarati per oltre dodicimila euro rispetto ai dati comunicati dai suoi clienti come sostituti d'imposta. Il lavoratore autonomo ha contestato la ripresa fiscale, sostenendo che tali fatture erano state pagate in anni successivi in virtù del principio di cassa dei professionisti. I giudici di merito hanno respinto la linea difensiva per mancanza di prove certe sull'effettivo incasso dilazionato. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile e infondato perché il professionista pretendeva una rivalutazione dei documenti contabili, preclusa ai giudici di legittimità. La Suprema Corte ha condannato il ricorrente per lite temeraria.
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Una cittadina ha pagato una cartella esattoriale relativa all'imposta di registro per un procedimento esecutivo, chiedendone poi il rimborso al Comune tramite decreto ingiuntivo. L'ente locale si è opposto producendo la copia del modello di pagamento F23 per dimostrare di aver già saldato il debito. La donna ha impugnato la decisione sostenendo la falsità della ricevuta, ma i giudici di merito hanno respinto le sue richieste. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando il ricorso inammissibile: il disconoscimento di copia fotostatica richiede una contestazione chiara, specifica e tempestiva. Una generica affermazione di falsità o la semplice negazione dell'esistenza dell'originale non bastano a privare la fotocopia del suo valore di prova.
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L'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha richiesto il pagamento del tributo sui giochi a un operatore estero privo di concessione italiana e al titolare di una ricevitoria locale per l'anno 2015. I due soggetti hanno impugnato l'accertamento contestando l'applicazione del prelievo, lamentando una presunta discriminazione unionale e chiedendo l'annullamento delle sanzioni per oscurità della legge. I giudici tributari hanno respinto le loro tesi. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il recupero fiscale, ribadendo che l'imposta unica sulle scommesse grava in solido sia sul bookmaker estero sia sul gestore fisico operante in Italia. La Corte ha altresì escluso discriminazioni o dubbi normativi dopo le riforme del 2010, condannando entrambi i ricorrenti per lite temeraria.
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Un debitore esecutato lamentava l'avvenuta vendita forzata di un diritto di usufrutto su un immobile in cui godeva soltanto di un diritto di abitazione, ritenuto impignorabile. Lamentava inoltre la perdita di beni mobili personali rimasti nell'alloggio e danni psicofisici, chiedendo il risarcimento danni esecuzione forzata. I giudici di merito hanno respinto la pretesa: il debitore non aveva presentato tempestiva opposizione formale agli atti della vendita e, durante lo sgombero, aveva rinunciato all'inventario abbandonando i beni. La Corte d'Appello ha inoltre dichiarato l'impugnazione inammissibile per genericità. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, poiché il ricorrente non ha attaccato la pronuncia di genericità dell'appello. La Suprema Corte ha condannato il debitore al rimborso delle spese legali e a pesanti sanzioni per lite temeraria.
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Una contribuente ha impugnato un avviso di accertamento TARSU notificato nel 2019 per annualità 2013, contestando la decadenza della pretesa e presunti vizi di notifica. I giudici tributari hanno respinto il ricorso e la contribuente si è rivolta alla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno respinto integralmente il ricorso. La Corte ha ribadito la disciplina sulla decadenza accertamento tributi locali: per il Comune rileva la data di spedizione del plico postale e non quella di ricezione da parte del cittadino. Inoltre, l'impugnazione puntuale dell'atto sana qualunque vizio formale della notifica per avvenuto raggiungimento dello scopo. A causa dell'insistenza ingiustificata nel ricorso dopo la proposta accelerata, la cittadina è stata condannata alle spese e al pagamento di pesanti sanzioni pecuniarie per lite temeraria.
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Un residente di un quartiere residenziale ha citato in giudizio un condominio vicino per far accertare una servitù di uso pubblico su uno slargo privato. L'attore pretendeva di usare l'area, posta davanti al cancello condominiale, per parcheggiare e transitare a piedi. Il condominio ha difeso la natura privata dello spazio, evidenziando l'assenza di un interesse della collettività. I giudici di merito hanno respinto la richiesta: lo spazio non conduce ad alcun luogo pubblico e serve solo ai residenti dei palazzi limitrofi. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, dichiarando inammissibile il ricorso e sanzionando il richiedente per aver insistito in un'impugnazione priva di fondamento dopo una proposta accelerata.
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Gli eredi di una defunta hanno citato in giudizio gli occupanti di un immobile chiedendone la restituzione. Gli occupanti hanno eccepito l'esistenza di una precedente sentenza irrevocabile. Tale pronuncia passata in giudicato aveva già respinto la richiesta della defunta per mancanza di prova della titolarità del bene. La Corte d'Appello ha respinto la domanda degli eredi, chiarendo che la causa andava qualificata come azione di rivendicazione e che il precedente giudicato precludeva qualsiasi nuovo esame. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione impugnata. Il rigetto della domanda per difetto di prova forma giudicato sostanziale e vincola pienamente gli eredi, impedendo loro di riaprire la contesa sullo stesso immobile.
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Una società cessionaria del credito ha agito per il recupero di un debito bancario da conto corrente e mutuo contro una società debitrice e i soci garanti. I debitori hanno contestato il debito, sostenendo che la banca avesse prodotto solo gli estratti conto dal 2011 al 2014 e non quelli risalenti all'origine del rapporto nel 2002. Per questo motivo, chiedevano l'azzeramento del saldo iniziale negativo. La Corte di Appello ha respinto l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che l'azzeramento del saldo iniziale richiede la prova di clausole contrattuali nulle e una specifica contestazione dei singoli movimenti contabili. Poiché un precedente giudicato aveva già confermato la piena validità del contratto e i clienti avevano contestato il saldo solo genericamente, la banca ha provato il credito e i debitori devono pagare il debito residuo.
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Un privato pretendeva un milione di euro da un Comune tramite ingiunzione di pagamento fondata sulla stima di un esproprio. Nel frattempo, l'ente pubblico revocava la pubblica utilità dell'opera e la Corte di Cassazione accertava la definitiva caducazione della perizia di stima. Il giudizio di opposizione all'ingiunzione si estingueva poi per inattività, rendendo il decreto formalmente definitivo. Il creditore tentava quindi il pignoramento. Il Comune reagiva promuovendo la revocazione del decreto ingiuntivo per contrasto con il precedente giudicato di legittimità. Il Tribunale prima e la Corte d'Appello poi hanno confermato l'annullamento del decreto ingiuntivo. I giudici hanno inoltre condannato il privato per lite temeraria per aver azionato un credito privo di fondamento economico.
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Un legale ha richiesto oltre diciottomila euro a una società cliente a titolo di parcella per una causa vinta all'estero. La società si è opposta all'ingiunzione contestando la somma. Il Tribunale ha drasticamente ridotto l'importo a poco più di tremila euro e ha compensato le spese di lite tra le parti. La Corte d'Appello e la Corte di Cassazione hanno confermato il verdetto. I giudici hanno chiarito che il giudice di merito può rideterminare liberamente il compenso dell'avvocato senza essere vincolato dal parere di congruità dell'Ordine. Inoltre, la parziale riduzione dell'importo azionato genera una soccombenza reciproca, legittimando la compensazione integrale delle spese legali ed escludendo la responsabilità per lite temeraria.
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L'Agenzia delle Entrate contestava a una società l'indebita detrazione IVA per oltre novemila euro su una fattura di consulenza tecnica. L'amministrazione qualificava le prestazioni come operazioni oggettivamente inesistenti poiché la ditta fornitrice era una mera società cartiera priva di struttura e personale. La società committente sosteneva l'effettività dell'incarico e la propria buona fede, producendo documenti informatici e scambi di posta elettronica. I giudici di merito rigettavano i ricorsi dell'impresa per assenza di data certa e mancata prova dell'effettiva esecuzione del servizio. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il recupero dell'imposta e le sanzioni: quando l'erario prova l'inesistenza del fornitore, l'esibizione della sola fattura non salva la detrazione e la presunta buona fede non rileva. L'impresa ha subito anche una condanna per lite temeraria.
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Una società agricola affittuaria ha rifiutato di restituire un ramo d'azienda con oltre quattrocento capi di bestiame alla scadenza contrattuale. La concedente ha ottenuto dal tribunale il sequestro giudiziario del compendio. L'affittuaria ha presentato reclamo cautelare, lamentando presunte nullità contrattuali legate al benessere animale e all'interpretazione dell'accordo, ma il tribunale collegiale ha confermato il vincolo. L'affittuaria ha quindi proposto ricorso straordinario in Cassazione, denunciando l'abnormità del provvedimento per motivazione apparente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile: le ordinanze cautelari emesse in sede di reclamo sono per legge provvisorie e prive di carattere decisorio, non ammettendo ricorso di legittimità neppure a fronte di presunte gravi nullità. Per aver insistito nell'impugnazione palesemente inammissibile, l'affittuaria è stata condannata a ingenti spese legali, al risarcimento per lite temeraria e a una sanzione verso la cassa delle ammende.
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L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società commerciale l'indebito utilizzo in compensazione di crediti IVA e IRAP. Il Fisco ha basato i propri atti di recupero sul fatto che la professionista incaricata ha rilasciato il visto di conformità prima dell'iscrizione formale nell'elenco ministeriale dei soggetti abilitati. I giudici tributari di merito hanno annullato le pretese erariali valorizzando l'effettiva esistenza dei crediti fiscali e l'assenza di danno economico per lo Stato. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento integrale del recupero e delle sanzioni pecuniarie. La Corte ha chiarito che l'irregolarità temporale dell'attestazione integra una violazione meramente formale. Quando il credito risulta reale e spettante, il mancato o imperfetto adempimento formale non fa decadere dal diritto alla compensazione.
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L'Ispettorato del Lavoro sanzionava una società committente con un'ordinanza ingiunzione da cinquantamila euro contestando un appalto non genuino. Gli ispettori avevano rilevato l'assenza di autonomia organizzativa dell'impresa appaltatrice e l'impiego diretto dei lavoratori da parte della ditta committente, insieme al proprio personale. La società impugnava la decisione sostenendo che le testimonianze favorevoli rese in giudizio dovessero prevalere sulle dichiarazioni fornite ai controllori. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la sanzione. Il giudice può legittimamente dare maggior peso alle dichiarazioni rilasciate dai lavoratori nell'immediatezza dell'ispezione rispetto alle versioni dibattimentali. L'azienda perde il ricorso e subisce la condanna al pagamento delle spese di lite e delle sanzioni per lite temeraria.
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Un'impresa edile ha eseguito lavori di manutenzione per un condominio, chiedendo il saldo delle opere. In appello, i giudici hanno condannato l'impresa a restituire oltre settantamila euro versati in eccesso. La società ha quindi proposto ricorso per revocazione per errore di fatto, contestando presunti sbagli nei conteggi di IVA, ritenute di garanzia e pagamenti effettivi. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta per inammissibilità, rilevando che ridiscutere quei conteggi richiedeva una complessa rivalutazione delle prove e della consulenza tecnica, non una mera correzione di una svista materiale. La Corte di Cassazione ha confermato il verdetto, respingendo il ricorso dell'impresa e condannandola per lite temeraria con sanzioni economiche e spese legali a favore del condominio.
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L'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha notificato due avvisi di accertamento per il recupero dell'imposta unica sulle scommesse a un gestore di sala e a un bookmaker estero privo di concessione italiana. Entrambi operavano senza collegamento al totalizzatore nazionale per gli anni 2014 e 2015. I giudici tributari hanno confermato la legittimità della ricostruzione induttiva dell'imponibile basata sulla media provinciale della raccolta. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei contribuenti. La Suprema Corte ha ribadito che l'imposta unica sulle scommesse grava solidalmente sia sul gestore locale sia sull'operatore estero, anche senza concessione. Non opera alcuna esimente per incertezza della legge tributaria. La Cassazione ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese legali e per responsabilità aggravata.
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Una società intermediaria italiana e un allibratore estero privo di concessione hanno impugnato molteplici avvisi di accertamento. L'amministrazione finanziaria contestava l'evasione dell'imposta unica sulle scommesse per diversi anni, calcolata con metodo induttivo per assenza di collegamento al totalizzatore nazionale. Nel giudizio è intervenuto anche il liquidatore a titolo personale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso personale del liquidatore per carenza di legittimazione e ha respinto integralmente le tesi difensive degli operatori di gioco. I giudici hanno chiarito che il tributo grava solidalmente sia sul gestore locale sia sull'operatore estero senza concessione per le giocate effettuate sul territorio italiano. L'atto di accertamento non richiede traduzioni in lingua straniera né contraddittorio preventivo obbligatorio. I giudici hanno infine condannato le società per lite temeraria.
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L'Ispettorato Territoriale del Lavoro ha sanzionato con oltre cinquantamila euro una società di logistica e il suo rappresentante legale per un appalto non genuino. Durante l'ispezione, i funzionari hanno riscontrato l'impiego diretto di dipendenti altrui senza alcuna reale autonomia organizzativa dell'impresa appaltatrice. L'azienda ha impugnato le sanzioni sostenendo l'inattendibilità delle prime dichiarazioni rese dai dipendenti agli ispettori rispetto alle successive deposizioni in giudizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, confermando la piena validità della valutazione dei giudici di merito. Il giudice può legittimamente dare maggior peso a quanto dichiarato nell'immediatezza del sopralluogo ispettivo rispetto alle testimonianze successive. La società soccombente è stata inoltre condannata alle spese di lite e a sanzioni per lite temeraria.
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L'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli ha contestato il mancato pagamento dell'imposta unica sulle scommesse a un bar italiano e a un allibratore estero privo di concessione nazionale. L'attività raccoglieva giocate in Italia senza collegamento al totalizzatore statale per gli anni 2014 e 2015. I giudici tributari hanno confermato la legittimità degli avvisi emessi con metodo induttivo. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dei contribuenti. La Corte ha chiarito che il gestore locale e la società straniera rispondono in via solidale del tributo per le puntate raccolte sul territorio italiano. La Suprema Corte ha inoltre escluso l'esenzione dalle sanzioni per presunta oscurità della legge e ha condannato i ricorrenti per lite temeraria.
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