Definizione
È l'estensione del periodo di tempo a disposizione dell'Agenzia delle Entrate per notificare un avviso di accertamento, che si applica quando la violazione fiscale costituisce anche un reato.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 428 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 71% dei casi il ricorso è stato accolto, almeno in parte.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 71%
- Rigettato 27%
- Inammissibile 1%
- Estinto 1%
- Altro 1%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 594%
- Civile Sez. 65%
- Penale Sez. 70%
Precedenti più richiamati
- Corte cost. 247/2011in 156 provvedimenti
- Cass. 13481/2020in 70 provvedimenti
- Cass. 10483/2018in 81 provvedimenti
- Cass. 17586/2019in 74 provvedimenti
- Cass. 22337/2018in 63 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'Agenzia delle Entrate ha notificato avvisi di accertamento a due soci di una società a responsabilità limitata a ristretta base per maggiori redditi da partecipazione Irpef. I contribuenti hanno contestato la tardività degli atti, sostenendo l'inapplicabilità del raddoppio dei termini di accertamento per reati tributari alla socia di minoranza estranea alla gestione e l'omessa allegazione del verbale della Guardia di Finanza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei contribuenti. I giudici hanno chiarito che il raddoppio dei termini di accertamento opera oggettivamente per la sola astratta configurabilità del reato e si estende a tutti i soci per trasparenza, confermando la piena validità della motivazione per rinvio agli atti societari consultabili.
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L'Agenzia delle Entrate contesta a un contribuente la sottoscrizione di una polizza assicurativa in Svizzera nel 2008. L'Ufficio richiede le imposte sul premio versato e applica sanzioni per mancata dichiarazione di investimenti finanziari all'estero. Il contribuente nega la titolarità della polizza e impugna gli atti. I giudici di merito annullano la pretesa fiscale perché il Fisco non fornisce alcuna prova dell'effettiva esistenza delle somme o del contratto. L'Agenzia ricorre in Cassazione contestando solo i termini di decadenza. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso erariale: la presunzione di evasione all'estero non può reggersi senza la prova materiale del fatto storico. Il Fisco non ha contestato l'assenza di prove accertata nel merito, rendendo definitiva la vittoria del contribuente.
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L'Agenzia delle Entrate notificava a una società un avviso di accertamento per recuperare imposte non versate relative a operazioni societarie ritenute fittizie. L'atto impositivo giungeva oltre i termini ordinari. L'ufficio applicava il raddoppio dei termini di accertamento a causa della rilevanza penale delle condotte. La società impugnava l'atto eccependo la decadenza temporale del Fisco, dato che il procedimento penale originario era stato archiviato per intervenuta prescrizione del reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando la piena legittimità dell'atto fiscale. I giudici hanno stabilito che il prolungamento dei controlli scatta con l'obbligo oggettivo di denuncia penale e non viene annullato dall'archiviazione penale per prescrizione.
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Un Contribuente ha ricevuto avvisi di accertamento per IRPF, IVA e IRAP relativi all'anno 2004. Ha contestato la legittimità del raddoppio dei termini accertamento, l'attribuzione di attività imprenditoriale e la tassazione per autoconsumo di immobili concessi in comodato gratuito ai figli. La Corte di Cassazione ha rigettato tutti i motivi di ricorso. Ha confermato che il raddoppio dei termini si applica se c'è l'obbligo di denuncia penale per reati tributari, a prescindere dall'esito del procedimento penale. Ha inoltre ribadito che l'assegnazione gratuita di beni aziendali a fini personali genera ricavi o plusvalenze tassabili. Il Contribuente è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società svizzera l'omessa dichiarazione di redditi in Italia, sostenendo l'esistenza di una stabile organizzazione e applicando il raddoppio dei termini per l'accertamento fiscale. La società ha impugnato l'avviso, eccependo la nullità della notifica e l'assenza di una stabile organizzazione. La Corte di Cassazione ha rigettato i motivi della società sulla nullità della notifica e sulla decadenza dei termini, confermando la legittimità del raddoppio dei termini in presenza di violazioni idonee a configurare un reato tributario. Tuttavia, ha accolto il ricorso della società per omessa pronuncia sulla questione fondamentale della stabile organizzazione, rinviando la causa alla Commissione Tributaria Regionale per una nuova valutazione.
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L'Agenzia delle Entrate ha contestato maggiori imposte a una società in accomandita semplice e ai suoi soci dopo aver riscontrato costi indeducibili penalmente rilevanti. I giudici di merito avevano annullato gli atti verso i soci accomandanti ritenendo scaduti i termini ordinari e non applicabile a loro l'estensione temporale. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il raddoppio dei termini di accertamento opera anche verso i soci accomandanti privi di responsabilità penale. L'imputazione del reddito per trasparenza lega in modo unitario la posizione dei soci a quella della società, estendendo i tempi di rettifica IRPEF ma escludendo l'IRAP.
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La Corte di Cassazione ha affrontato il tema della retroattività presunzione fiscale su capitali detenuti all'estero. Ha stabilito che la presunzione legale di evasione è una norma sostanziale e non può essere applicata retroattivamente. Tuttavia, le disposizioni che permettono il raddoppio dei termini per gli accertamenti fiscali sono di natura procedurale e si applicano anche a periodi precedenti. L'Agenzia delle Entrate può comunque provare l'evasione con presunzioni ordinarie. La sentenza annulla la decisione precedente e rinvia il caso per una nuova valutazione.
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L'Agenzia delle Entrate ha notificato a una società un avviso di accertamento per maggiori imposte IVA, IRAP e IRES. Il ricorso della contribuente è stato respinto in primo grado. La corte d'appello ha poi dichiarato inammissibile l'impugnazione per difetto di specificità dei motivi. La Corte di Cassazione ha ribaltato tale decisione, accogliendo il ricorso societario. Gli Ermellini hanno stabilito due principi cruciali: la riproposizione delle proprie difese rende valido l'appello tributario e il raddoppio dei termini di accertamento non opera per l'IRAP, essendo una tassa priva di risvolti penali. La controversia torna ora ai giudici regionali per un nuovo esame.
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L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento con il raddoppio termini accertamento tributario contro una Società per imposte non pagate su dividenti e plusvalenze. La Società ha contestato il raddoppio, sostenendo che il reato fiscale era già prescritto e non sussisteva l'obbligo di denuncia penale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia. Ha stabilito che il raddoppio dei termini scatta se esiste l'obbligo di denuncia penale per un reato tributario, anche se la denuncia non è stata presentata o il reato è prescritto. Il giudice tributario deve solo verificare l'esistenza di indizi che fanno sorgere tale obbligo, senza accertare la sussistenza del reato stesso. La sentenza precedente è stata cassata e rinviata per un nuovo esame.
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Una società ha contestato avvisi di accertamento per IRES, IVA e IRAP, emessi a seguito di una verifica fiscale che ipotizzava una frode fiscale con operazioni inesistenti. La società ha sostenuto la nullità degli avvisi per presunta carenza di potere del firmatario e per difetto di motivazione, oltre all'erronea applicazione del raddoppio dei termini accertamento. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. Ha dichiarato inammissibile la questione sulla firma, poiché non sollevata nei gradi precedenti, e comunque infondata. Ha confermato la legittimità della motivazione per relationem e ha ribadito che il raddoppio dei termini accertamento si applica quando è configurabile un reato tributario, senza necessità di una condanna penale definitiva.
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L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un avviso di accertamento a un'associazione sportiva dilettantistica, contestando lo svolgimento di un'attività commerciale non dichiarata e disconoscendo le agevolazioni fiscali. In appello, i giudici avevano accordato il diritto al recupero dell'imposta sugli acquisti basandosi unicamente sui costi aziendali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, precisando che la detrazione IVA per associazione sportiva richiede il rispetto dei requisiti sostanziali e del termine biennale stabilito dalla legge, profilo del tutto trascurato nei gradi precedenti. La Suprema Corte ha inoltre confermato la decadenza dai benefici fiscali per le strutture associative fittizie e la piena operatività del raddoppio dei termini di accertamento in presenza di astratti estremi di reato tributario.
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Un Contribuente deteneva conti bancari in uno Stato a fiscalità privilegiata. L'Agenzia delle Entrate, a seguito di indagini, ha emesso avvisi di accertamento per gli anni 2007-2009. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato gli avvisi, sostenendo che la presunzione di evasione fiscale per attività estere e il raddoppio dei termini di accertamento non fossero retroattivi. La Corte di Cassazione ha chiarito che la presunzione di evasione fiscale (Art. 12, comma 2, D.L. 78/2009) non è retroattiva, essendo una norma sostanziale. Tuttavia, il raddoppio dei termini di accertamento (Art. 12, comma 2-ter) ha natura procedimentale e si applica anche a periodi d'imposta precedenti al 1° luglio 2009. La sentenza della CTR è stata cassata e rinviata per una nuova valutazione.
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L'Agenzia delle Entrate ha accertato maggiori imposte a carico di una Società Estera, ritenendo che avesse una Stabile Organizzazione Fiscale in Italia per il commercio di minerali. La Società Estera ha contestato l'accertamento, sollevando questioni sulla notifica e sul raddoppio dei termini. La Commissione Tributaria Regionale ha riconosciuto il raddoppio dei termini ma ha ridotto la base imponibile. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso incidentale della Società Estera. Ha rilevato che la CTR aveva omesso di motivare sull'effettiva esistenza della Stabile Organizzazione Fiscale in Italia. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza e rinviato la causa alla CTR per una nuova valutazione.
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Un'Azienda ha ricevuto un accertamento fiscale IRAP per il 2004, con l'Agenzia delle Entrate che applicava il raddoppio termini IRAP, sostenendo costi per operazioni inesistenti. Dopo che le commissioni tributarie inferiori avevano respinto i suoi ricorsi, l'Azienda ha presentato ricorso in Cassazione. La Corte Suprema ha stabilito che il raddoppio dei termini per l'accertamento, previsto per violazioni con risvolti penali, non si estende all'IRAP, poiché le infrazioni relative a questa imposta non comportano sanzioni penali. La sentenza ha quindi accolto il ricorso dell'Azienda su questo punto cruciale, annullando la decisione precedente e rinviando il caso per un nuovo esame.
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Una società ha contestato un avviso di accertamento fiscale per IRES, IVA e IRAP relativo al 2003, dove l'Agenzia delle Entrate aveva applicato il **raddoppio termini accertamento tributario** per presunti reati. La Corte di Cassazione ha confermato che il raddoppio si applica in presenza di seri indizi di reato, indipendentemente dall'esito del procedimento penale. Tuttavia, ha escluso l'applicazione del raddoppio per l'IRAP, poiché le violazioni relative a questa imposta non sono sanzionate penalmente. La sentenza ha parzialmente accolto il ricorso della società, annullando l'accertamento solo per la parte IRAP.
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L'Amministrazione finanziaria ha contestato a un Contribuente redditi non dichiarati, derivanti da investimenti in un paese a fiscalità privilegiata (San Marino) per l'anno 2008, applicando il raddoppio dei termini per l'accertamento. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato l'accertamento, sostenendo la non retroattività della presunzione di evasione e del raddoppio dei termini. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Amministrazione. Ha stabilito che la presunzione legale di evasione non è retroattiva. Tuttavia, il raddoppio dei termini per l'accertamento tributario ha natura procedimentale e si applica anche quando l'Ufficio usa presunzioni semplici per contestare redditi esteri non dichiarati, purché l'atto sia notificato dopo l'entrata in vigore della norma. La sentenza è stata rinviata per un nuovo esame.
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una contribuente, socia di una società, contro avvisi di accertamento per maggiori redditi derivanti da operazioni oggettivamente inesistenti. La sentenza ha confermato l'applicazione del raddoppio termini accertamento tributario per gli anni d'imposta in cui le condotte fraudolente superavano le soglie penali. La Corte ha ribadito che l'obbligo di motivazione degli atti tributari è soddisfatto anche per i soci di società di persone tramite rinvio all'accertamento societario, e che il contraddittorio preventivo era stato garantito. La contribuente è stata condannata al pagamento delle spese legali.
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Un Contribuente ha contestato un avviso di accertamento fiscale per IVA e imposte dirette, sostenendo l'invalidità dell'atto e l'irrilevanza del raddoppio termini accertamento fiscale. La Commissione Tributaria Regionale ha rigettato il suo appello. Il Contribuente ha quindi proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha confermato che il raddoppio termini accertamento fiscale si applica in presenza di un obbligo di denuncia penale per reati tributari, indipendentemente dall'esito del processo. Ha inoltre chiarito che lo 'scudo fiscale' non preclude l'accertamento se manca la prova di correlazione tra le somme regolarizzate e i redditi contestati. Il ricorso del Contribuente è stato rigettato.
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Un Contribuente ha impugnato un accertamento fiscale per capitali esteri non dichiarati nel 2008. La questione centrale riguardava l'applicazione del **raddoppio termini accertamento fiscale** introdotto da una legge successiva. Il Contribuente contestava la retroattività della norma e la legittimità delle sanzioni. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che le regole procedurali per il **raddoppio termini accertamento fiscale** si applicano retroattivamente, distinguendole dalle norme sostanziali. Ha confermato la validità delle sanzioni per la mancata dichiarazione di attività finanziarie estere.
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Una società impugnava molteplici avvisi di accertamento per presunte sovrafatturazioni pubblicitarie. Durante la causa, la contribuente chiedeva il rimborso delle somme anticipate e contemporaneamente presentava domanda di definizione agevolata a saldo zero, scomputando quegli stessi versamenti già restituiti. L'Agenzia delle Entrate negava il condono per carenza dei pagamenti. La Corte di Cassazione ha confermato il legittimo diniego della definizione agevolata: le somme chieste e ottenute in rimborso non possono considerarsi stabilmente versate per estinguere il debito fiscale. Al contempo, i giudici hanno cassato la decisione sui controlli ordinari per gravi contraddizioni motivazionali e illegittima applicazione del raddoppio dei termini all'IRAP, rimandando il merito alla Corte di giustizia tributaria.
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