Tre soggetti sono stati condannati per un furto aggravato ai danni della cassaforte di uno sportello bancomat, da cui hanno sottratto 105.000 euro utilizzando codici segreti e chiavi duplicate. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando diversi elementi probatori: la validità di un'impronta digitale sul cassetto del bancomat, l'identificazione vocale tramite intercettazioni ambientali senza perizia fonica e il bilanciamento delle circostanze attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno stabilito che l'impronta digitale, se non giustificata, prova la presenza sul luogo del delitto e che il riconoscimento vocale effettuato dalla polizia giudiziaria è pienamente valido anche senza perizia tecnica. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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