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Pericolosità Sociale — Anno 2026

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Altri anni per Pericolosità Sociale

Provvedimenti

Misure di sicurezza personali: conferma senza riesame in appello
Un uomo condannato per associazione mafiosa ha stipulato un concordato in appello per ridurre la pena detentiva, rinunciando agli altri motivi di gravame. La Corte territoriale ha confermato la misura della libertà vigilata inflitta in primo grado. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata rivalutazione autonoma della sua pericolosità attuale. I Supremi Giudici hanno respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile: per i reati di mafia vige una presunzione di persistenza del vincolo criminale e l'applicazione delle misure di sicurezza personali non necessita di nuova motivazione se non contestata nell'accordo.
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Misure alternative alla detenzione: quando il no è definitivo
Il condannato ha richiesto la concessione delle misure alternative alla detenzione, quali affidamento in prova e semilibertà, forte di una proposta lavorativa e del supporto familiare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Nonostante la relazione favorevole dell'équipe penitenziaria, il soggetto ha mostrato una persistente pericolosità sociale. Durante la detenzione domiciliare aveva installato microcamere illegali ed era stato sanzionato in carcere per il possesso di dispositivi elettronici non consentiti. La Suprema Corte ha precisato che le opportunità esterne non bastano se manca una sincera revisione critica del proprio passato criminale e se la condotta del detenuto continua a violare le regole prescritte.
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Detenzione domiciliare sostitutiva: lavoro negato senza motivi
Un uomo sottoposto alla detenzione domiciliare sostitutiva ha chiesto al Magistrato di sorveglianza l'autorizzazione per uscire di casa per lavorare con un contratto a tempo indeterminato. Il giudice ha respinto la richiesta richiamando in modo generico la sua pericolosità sociale dovuta a un precedente reato di estorsione. Il condannato ha impugnato la decisione in Cassazione denunciando la mancanza di una motivazione reale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato la decisione. I giudici hanno stabilito che il rifiuto non spiegava perché l'attività lavorativa fosse incompatibile con la misura, visto che l'uomo aveva già svolto un lavoro precedente con esito positivo. Il Magistrato di sorveglianza dovrà ora riesaminare l'istanza.
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Revoca dell’obbligo di presentazione DASPO: rissa archiviata
Il Questore imponeva a un tifoso il DASPO con l'obbligo di firma per una rissa tra tifoserie. Successivamente, il procedimento penale per rissa veniva archiviato e la misura cautelare annullata per mancanza di prove sulla sua partecipazione o incitamento alla violenza. Il tifoso chiedeva quindi la revoca dell'obbligo di presentazione, ma il Giudice delle indagini preliminari rigettava l'istanza richiamando semplicemente la pericolosità sociale originaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del tifoso, stabilendo che il giudice non può ignorare i nuovi elementi favorevoli sopravvenuti, come l'archiviazione penale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di rigetto, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione.
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Libertà vigilata e mafia: la Cassazione nega la revoca
Il Condannato ha proposto ricorso contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che confermava l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata dopo l'espiazione della pena detentiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della libertà vigilata richiede la verifica attuale della pericolosità sociale del soggetto al momento dell'esecuzione della misura. Nel caso specifico, la pericolosità è stata ritenuta persistente a causa dei gravi precedenti per associazione mafiosa, dell'assenza di segni di rieducazione durante la detenzione e del rientro del soggetto nello stesso contesto criminale d'origine. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Applicazione della recidiva: quando il passato aggrava la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza d'appello che confermava la sua condanna. L'unica contestazione mossa riguardava l'applicazione della recidiva. I giudici hanno stabilito che l'aumento di pena è pienamente legittimo. La Corte d'appello non si è limitata a elencare i precedenti penali dell'uomo, ma ha analizzato la sua condotta complessiva. La ripetizione di reati gravi a breve distanza di tempo, anche dopo periodi trascorsi in carcere, dimostra una chiara pericolosità sociale e una persistente inclinazione a delinquere. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il condannato dovrà pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Differimento dell’esecuzione della pena negato al boss malato
Il detenuto, condannato all'ergastolo e affetto da gravi patologie croniche stabili, ha richiesto il differimento dell'esecuzione della pena o la detenzione domiciliare. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta, rilevando che le sue condizioni di salute sono costantemente monitorate e gestite all'interno del reparto SAI del carcere. Inoltre, il soggetto presenta un'elevata pericolosità sociale legata al suo ruolo di vertice in un'associazione mafiosa, senza alcun segno di dissociazione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del detenuto. La Corte ha chiarito che la tutela della salute in carcere è garantita dalle cure interne e che il rifiuto di accertamenti diagnostici da parte del detenuto ostacola la concessione di misure alternative. Di conseguenza, il detenuto rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Fuga all’estero e misura di sicurezza detentiva: no alla revoca
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di revoca di una misura di sicurezza detentiva (ricovero in REMS) applicata a un uomo resosi irreperibile all'estero dopo aver scontato la pena principale. La difesa sosteneva che la misura fosse ormai estinta per decorso del tempo e che mancasse un accertamento recente sulla sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che chi si sottrae volontariamente ai controlli impedisce la verifica periodica del suo stato psichico. Di conseguenza, la misura di sicurezza detentiva rimane sospesa e non si estingue, poiché i limiti di durata massima previsti dalla legge non si applicano a chi non ha mai iniziato a scontare la misura a causa della propria fuga. Il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Pericolosità sociale: la buona condotta in cella non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato per reati di stampo mafioso contro la decisione che confermava la sua pericolosità sociale e l'applicazione della libertà vigilata. Il ricorrente sosteneva che il tempo trascorso, la buona condotta in carcere e l'assenza di nuovi carichi pendenti dimostrassero il suo ravvedimento. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che la regolare condotta carceraria non basta a escludere la pericolosità sociale se manca una reale revisione critica del proprio passato criminale. Inoltre, i rapporti delle forze dell'ordine confermavano la persistenza dei legami con l'organizzazione mafiosa di appartenenza. Di conseguenza, il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Pericolosità sociale: la perizia medica non basta per la misura
Il Tribunale di sorveglianza applicava la misura di sicurezza della libertà vigilata a un condannato per oltraggio a pubblico ufficiale, ritenuto seminfermo di mente e con dipendenze, basandosi esclusivamente su una perizia psichiatrica. Il condannato ricorreva in Cassazione, lamentando la mancata valutazione della sua condotta in carcere e delle sue attuali condizioni di vita. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'accertamento della pericolosità sociale non può basarsi solo sul parere degli esperti psichiatrici. Il giudice deve valutare globalmente tutti gli elementi dell'articolo 133 del codice penale, inclusi il comportamento del reo e il contesto sociale, per verificare l'effettivo e attuale rischio di recidiva. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Attualità della pericolosità sociale: l’età non cancella la mafia
Un uomo, condannato in passato per associazione mafiosa ed estorsione, ha impugnato il provvedimento che disponeva l'esecuzione della sorveglianza speciale nei suoi confronti. La difesa sosteneva l'assenza di prova circa l'attualità della pericolosità sociale, evidenziando il tempo trascorso, l'età avanzata e le condizioni di salute precarie del soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'appartenenza a un sodalizio mafioso genera una presunzione di persistenza del vincolo associativo. Questa presunzione può essere superata solo fornendo la prova positiva di un effettivo recesso dall'organizzazione, non bastando il mero decorso del tempo o lo stato di salute, specie se le attività criminali pregresse (come il condizionamento degli appalti) non richiedono particolare vigore fisico.
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Attualità della pericolosità sociale: tra lavoro e narcotraffico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno e confisca dei beni. Il ricorrente contestava l'attualità della pericolosità sociale, sostenendo che i giudici avessero confuso la pericolosità con la vicinanza temporale dell'ultimo reato di narcotraffico. La Suprema Corte ha chiarito che l'attualità della pericolosità sociale è stata correttamente motivata: il soggetto, inserito in un ampio contesto criminale apicale, non ha mostrato segni di ravvedimento nonostante i periodi di detenzione. Inoltre, la Corte ha ritenuto irrilevante il confronto con la posizione di un coimputato non sottoposto a misura. Il ricorrente perde la causa e viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova negato ma arresti concessi: la decisione
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova al servizio sociale, concedendogli invece la detenzione domiciliare a causa della sua persistente pericolosità sociale e di pendenze penali in corso. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando una presunta contraddizione tra le due decisioni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'affidamento in prova richiede una ridotta pericolosità sociale e una reale propensione alla rieducazione, requisiti assenti nel caso di specie. Al contrario, la detenzione domiciliare, avendo una natura più afflittiva e contenitiva, può essere concessa anche in presenza di una residua pericolosità. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Pericolosità sociale: nuovi reati bloccano la revoca delle misure
Il Tribunale di sorveglianza ha confermato la proroga di un anno della libertà vigilata per Il Ricorrente, ritenendo persistente la sua pericolosità sociale. L'uomo ha impugnato la decisione sostenendo che non fossero stati valutati correttamente i suoi sforzi di reinserimento e la mancanza di legami con la criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno evidenziato che, successivamente alla precedente proroga, a carico dell'uomo è emerso un nuovo procedimento per riciclaggio, con applicazione del divieto di dimora, unito alla persistente assenza di un lavoro stabile e alla frequentazione di pregiudicati. Questi elementi giustificano ampiamente la prognosi negativa sulla sua condotta futura.
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Misure di prevenzione: la Cassazione frena il ricorso del boss
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione delle misure di prevenzione, in particolare la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, nei confronti di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente, esponente di spicco di un'associazione criminale, contestava l'attualità della sua pericolosità sociale dopo un lungo periodo di detenzione e l'obbligo di versare una cauzione di trentamila euro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che la condotta carceraria del soggetto, costellata da sanzioni disciplinari, e il mancato rispetto dell'obbligo di presentazione all'autorità di pubblica sicurezza subito dopo la scarcerazione dimostrano la persistenza della sua pericolosità. Inoltre, la mancanza di un'attività lavorativa lecita conferma il sostentamento tramite proventi illeciti, giustificando la cauzione imposta.
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Confisca di prevenzione: sì all’ex marito, no all’ex moglie
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imprenditore, dei suoi figli e della sua ex moglie contro la confisca di prevenzione di numerosi immobili e quote societarie. L'imprenditore, ritenuto vicino a un clan criminale, contestava la competenza territoriale dei giudici calabresi e la sproporzione dei beni. La Suprema Corte ha confermato la misura patrimoniale per l'imprenditore e i figli, ribadendo che la competenza si radica dove si manifesta la pericolosità sociale. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso dell'ex moglie: la Corte d'appello aveva omesso di valutare i suoi redditi autonomi e leciti, accumunandola ingiustamente al patrimonio dell'ex coniuge. La decisione di confisca nei suoi confronti è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Sorveglianza speciale: il carcere non cancella la pericolosità
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per due anni e sei mesi a carico di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. L'uomo era stato condannato per omicidio e porto abusivo d'armi. La difesa contestava l'attualità della pericolosità e l'uso di un precedente per resistenza a pubblico ufficiale. La Suprema Corte ha chiarito che il reato di resistenza tutela la pubblica amministrazione e non la sicurezza pubblica, ma ha ritenuto l'errore irrilevante: i soli reati in materia di armi bastano a giustificare la misura. Inoltre, il periodo trascorso in custodia cautelare in carcere giustifica la persistenza della pericolosità nel tempo, escludendo che il decorso degli anni abbia cancellato l'esigenza di prevenzione. Il ricorso è stato rigettato.
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Sorveglianza speciale: annullata la misura dopo dieci anni di silenzio
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino contro il decreto che gli applicava la sorveglianza speciale per un anno e sei mesi. I giudici di merito avevano giustificato la misura basandosi su due vecchie condanne del 2007 e 2008 e su un arresto nel 2022 per reati di droga. La Suprema Corte ha rilevato che un vuoto temporale di oltre dieci anni tra i fatti non permette di dimostrare l'abitualità nel commettere reati, elemento fondamentale per l'applicazione della misura. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento e ha rinviato il caso alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: no al ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro il provvedimento che applicava la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Il ricorrente, indiziato di appartenere a un'associazione mafiosa, contestava l'attualità della propria pericolosità sociale e l'obbligo di dimora. I giudici di legittimità hanno stabilito che le contestazioni sui difetti di motivazione non sono ammissibili in questa sede e che la Corte d'Appello ha ampiamente e correttamente giustificato la decisione. Il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no al diniego automatico
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale a un condannato, ritenendolo ancora socialmente pericoloso sulla base di un vecchio diniego e senza considerare il corretto svolgimento di un anno di detenzione domiciliare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, stabilendo che il giudizio sulla pericolosità sociale non può basarsi su formule generiche o sulla sola gravità del reato commesso. I giudici devono valutare in modo concreto e analitico i progressi compiuti e gli elementi positivi di risocializzazione. Per questo motivo, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza di diniego e ha disposto un nuovo esame del caso da parte del Tribunale di Sorveglianza.
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