Definizione
Indica una condizione di rischio sociale particolarmente grave, riconosciuta dalla legge, spesso legata all'appartenenza o alla vicinanza a organizzazioni criminali. Questa condizione giustifica l'applicazione di misure preventive come la confisca.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 58 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 63% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 19%
- Rigettato 17%
- Inammissibile 63%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 240%
- Penale Sez. 134%
- Penale Sez. 626%
Precedenti più richiamati
- Cass. 3494/2019in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 4880/2014in 12 provvedimenti
- Cass. S.U. 33451/2014in 25 provvedimenti
- Cass. S.U. 111/2017in 8 provvedimenti
- Corte cost. 24/2019in 9 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo contro il decreto della Corte di Appello che gli applicava la misura di prevenzione della sorveglianza speciale per tre anni, unita al divieto di soggiorno. L'interessato era stato condannato in primo grado per associazione mafiosa ed estorsione. La difesa contestava il mancato esame di nuove prove a discarico, la carenza di motivazione sulla pericolosità sociale e l'assenza di attualità della condotta criminale. I giudici di legittimità hanno chiarito che nei procedimenti di prevenzione il ricorso è ammesso solo per violazione di legge e non per rivalutare il merito. La misura resta comunque sospesa durante la carcerazione cautelare penale e l'attualità del pericolo sarà verificata nuovamente al momento della scarcerazione, comportando la condanna del ricorrente alle spese e all'ammenda.
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La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione su un immobile intestato alla moglie di un soggetto legato alla criminalità organizzata. I giudici hanno accertato una sperequazione economica familiare superiore a 330.000 euro durante il periodo di pericolosità qualificata dell'uomo. La moglie sosteneva di aver costruito il bene con fondi personali, prestiti di parenti e manodopera diretta. La Suprema Corte ha respinto il ricorso poiché le difese non hanno dimostrato la provenienza lecita delle risorse. I prestiti bancari rappresentano debiti da rimborsare e non redditi attivi. L'immissione prevalente di capitali ingiustificati del marito attribuisce a quest'ultimo la reale disponibilità del fabbricato, rendendo legittimo il sequestro definitivo.
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I congiunti di un soggetto ritenuto contiguo alla criminalità organizzata hanno chiesto la revoca della confisca di prevenzione disposta su immobili formalmente intestati a loro, sostenendo l'assenza di pericolosità sociale del loro parente e invocando la giurisprudenza europea. I giudici hanno respinto l'istanza evidenziando che i terzi formalmente intestatari possono difendersi soltanto provando l'effettiva titolarità e proprietà esclusiva dei beni con risorse proprie, mentre non possono contestare la pericolosità del proposto. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, ribadendo che la confisca di prevenzione resta valida se il terzo non prova l'acquisto autonomo del patrimonio.
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Un cittadino sottoposto a misura patrimoniale definitiva ha chiesto la revoca della confisca dei propri beni. L'interessato ha presentato nuovi elementi documentali, tra cui il solo dispositivo di una sentenza di assoluzione non ancora definitiva per fatti diversi e successivi rispetto a quelli originari. I giudici di merito hanno dichiarato inammissibile l'istanza di revoca, rilevando che tali elementi non smentivano la pericolosità sociale accertata in passato. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso del proposto. I Supremi Giudici hanno stabilito che l'assoluzione non definitiva per fatti estranei non costituisce una novità idonea a revocare la misura ormai irrevocabile.
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Un Terzo Interveniente ha richiesto la revoca della confisca sui beni subita nell'ambito di un procedimento contro un soggetto ritenuto portatore di pericolosità qualificata per legami mafiosi. Il richiedente sosteneva che le recenti sentenze della Corte Costituzionale e della Corte EDU imponessero di revisionare le misure di prevenzione patrimoniali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che le riforme giurisprudenziali riguardano solo la pericolosità generica e non eliminano le norme sulla pericolosità qualificata. Inoltre, i cambi d'orientamento dei giudici non cancellano il giudicato finale. Il Terzo Interveniente perde la causa e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da un individuo e dai suoi familiari contro la confisca di prevenzione di beni. La confisca era stata parzialmente revocata dalla Corte d'Appello, ma confermata per i beni acquisiti durante il periodo di pericolosità sociale dell'individuo, ritenuto coinvolto in associazioni mafiose e traffico di stupefacenti. La Cassazione ha ritenuto adeguata la motivazione della Corte d'Appello, che aveva delimitato il periodo di pericolosità e accertato una sperequazione patrimoniale. L'individuo non ha fornito prova dell'origine lecita dei capitali usati per gli acquisti, nonostante la vendita di altri beni.
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Il Tribunale di Lecce ha disposto la confisca di prevenzione di beni (immobili, veicoli, quote societarie) riconducibili a un soggetto (Il Proposto) e alla sua famiglia, ritenuto socialmente pericoloso e legato alla criminalità organizzata. La Corte d'Appello ha confermato tale decisione. I ricorrenti hanno impugnato in Cassazione, contestando l'accertamento della pericolosità qualificata e la validità della sospensione dei termini processuali. La Cassazione ha rigettato i ricorsi, affermando l'autonomia del giudizio di prevenzione rispetto a quello penale. La pericolosità può essere accertata anche su fatti non ancora oggetto di condanna irrevocabile, purché non definitivamente negati. La sospensione dei termini, richiesta da un difensore, vale per tutti i ricorrenti.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero che chiedeva la confisca di prevenzione di beni di un soggetto sottoposto a sorveglianza speciale. Il PM contestava la legittimità di somme percepite come diario di consigliere regionale e profitti da reati di abuso d'ufficio, truffa e autoriciclaggio. La Corte ha ribadito che il ricorso in materia di prevenzione può contestare solo violazioni di legge, non vizi di motivazione. Ha ritenuto le contestazioni generiche e infondate, confermando che i beni erano stati acquisiti con denaro lecito e che i presunti profitti illeciti non erano collegati alla categoria di pericolosità che giustificava la misura.
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La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di diversi immobili intestati fittiziamente ai figli di un uomo condannato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. I giudici hanno rilevato una netta sproporzione tra i redditi dichiarati dall'interessato e il valore dei beni acquistati durante il periodo di accertata pericolosità sociale. La difesa sosteneva che gli acquisti derivassero da attività lecite e da prestiti familiari, ma le testimonianze addotte sono risultate confuse e prive di riscontri documentali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché le censure sollevate richiedevano una rivalutazione dei fatti, operazione preclusa in sede di legittimità. I beni restano definitivamente confiscati a favore dello Stato.
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L'Imprenditore subì la confisca definitiva dei suoi beni per presunta appartenenza a un'associazione criminale di stampo mafioso, basata sulla "pericolosità qualificata". Successivamente, un giudizio penale correlato derubricò l'accusa da associazione mafiosa ad associazione per delinquere semplice, dichiarando poi la prescrizione del reato. L'Imprenditore chiese la revoca confisca. Il Tribunale riqualificò la sua pericolosità, ma la Corte d'Appello mantenne la qualifica mafiosa. La Cassazione ha annullato la decisione della Corte d'Appello. Ha stabilito che il giudicato penale, che esclude la natura mafiosa del gruppo, deve prevalere. È possibile riconsiderare la pericolosità anche con gli stessi elementi, se il giudizio penale è contrario. Il caso torna alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Un privato cittadino ha richiesto la revoca della misura di prevenzione e della relativa confisca patrimoniale applicata a suo carico. La difesa ha sostenuto l'illegittimità del provvedimento citando la giurisprudenza europea e costituzionale sulla prevedibilità della sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per manifesta genericità. I giudici di legittimità hanno chiarito che le pronunce invocate riguardano la pericolosità semplice, mentre il destinatario era stato sottoposto al provvedimento per pericolosità qualificata legata a reati di tipo mafioso. La richiesta di revoca della misura di prevenzione basata su presupposti giuridici errati non ha trovato accoglimento. Di conseguenza, la Corte ha confermato il diniego, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la misura patrimoniale della confisca di prevenzione nei confronti di un imprenditore e dei suoi familiari. L'uomo aveva edificato un complesso turistico grazie al sostegno della criminalità organizzata ed era rimasto coinvolto in ripetuti illeciti economico-finanziari, tra cui truffe per erogazioni pubbliche ed evasioni fiscali per oltre sessanta milioni di euro. I giudici hanno respinto le contestazioni sulla durata del processo di appello e sulla presunta assenza di continuità nella pericolosità sociale. La Suprema Corte ha stabilito la piena legittimità dell'espropriazione dei beni sproporzionati rispetto ai redditi dichiarati, confermando che l'accumulo di ricchezze illecite e l'intestazione fittizia ai congiunti giustificano la misura ablatoria finale.
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Un Individuo, già condannato per la sua posizione apicale in un'organizzazione criminale, ha cercato di ottenere la revoca della misura di prevenzione della sorveglianza speciale. La Corte d'Appello ha respinto questa richiesta, confermando la persistenza della sua pericolosità qualificata. L'Individuo ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che non era stata verificata la sua attuale pericolosità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che la Corte d'Appello aveva correttamente motivato la permanenza delle Misure di prevenzione, evidenziando la mancata dissociazione dal contesto criminale, i precedenti e l'assenza di reinserimento sociale.
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Un individuo aveva subito la revoca confisca beni definitiva a causa della sua pericolosità sociale qualificata, legata a una "vicinitas mafiosa" e alla crescita patrimoniale illecita. Successivamente, è stato assolto in un processo penale per un reato specifico di violenza privata, perché "il fatto non sussiste". Ha chiesto la revoca della confisca, sostenendo che l'assoluzione eliminasse il presupposto della pericolosità. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta. Ha stabilito che l'assoluzione per un singolo fatto non annulla automaticamente la valutazione di pericolosità sociale, se questa si basa su un contesto più ampio e su elementi autonomi rispetto al reato specifico.
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Un cittadino ha richiesto la revoca della confisca di prevenzione sui propri beni a seguito dell'assoluzione dai reati di criminalità organizzata. I giudici d'appello avevano rigettato l'istanza, qualificando il soggetto come socialmente pericoloso in via generica per aver vissuto con proventi illeciti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'interessato e ha annullato il decreto. La Suprema Corte ha affermato che la confisca di prevenzione basata sulla pericolosità generica richiede l'esatta perimetrazione temporale del periodo di pericolosità. Di conseguenza, il giudice deve verificare che gli acquisti dei beni confiscati siano avvenuti precisamente in quell'arco temporale.
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La Corte di Cassazione ha confermato la **confisca di prevenzione** e la sorveglianza speciale nei confronti di un Imprenditore, della Moglie e della Figlia. L'Imprenditore era stato ritenuto socialmente pericoloso per legami con un'organizzazione criminale e per reati fiscali. La confisca ha colpito beni e aziende, anche se acquisiti decenni prima delle condotte illecite più recenti. La Suprema Corte ha ribadito che la confisca di prevenzione è una misura di sicurezza, non una sanzione penale, e può quindi essere applicata retroattivamente. I ricorsi della famiglia, che contestavano la pericolosità e la legittima provenienza dei beni, sono stati dichiarati inammissibili per mancanza di prove.
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Un imprenditore ha richiesto la revoca della confisca di prevenzione sui propri beni, disposta nel 1994. Il richiedente ha fondato l'istanza sulla successiva assoluzione penale dall'accusa di associazione mafiosa. I giudici di merito hanno respinto la richiesta per assenza di elementi di prova nuovi e decisivi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imprenditore. I giudici supremi hanno ribadito la piena autonomia tra giudizio penale e misure patrimoniali. L'assoluzione penale non cancella automaticamente i fatti accertati che dimostrano la contiguità mafiosa e la pericolosità sociale. Il ricorrente deve pagare le spese legali e tremila euro alla cassa delle ammende.
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Un soggetto e i suoi familiari hanno richiesto la revoca della confisca definitiva dei propri beni patrimoniali. I richiedenti invocavano una sentenza della Corte Costituzionale che aveva dichiarato illegittima una specifica ipotesi di pericolosità generica. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha confermato la confisca di prevenzione. I giudici hanno chiarito che il provvedimento ablatorio si fondava in modo autonomo e solido su altre ragioni: l'abituale commissione di gravi reati fiscali con accumulo di ingenti profitti illeciti e i legami con la criminalità organizzata. Inoltre, le pronunce interpretative della Consulta non possono cancellare il giudicato su una misura patrimoniale già definitiva.
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La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della pubblica accusa contro il decreto che revocava il blocco patrimoniale su immobili e conti di un soggetto condannato per gravi reati. La Corte di merito aveva restituito i beni perché mancava la prova diretta della loro origine dal singolo delitto contestato nel processo ordinario. I giudici supremi hanno chiarito che la confisca di prevenzione scatta legittimamente anche per la sola sproporzione tra i beni accumulati e i redditi leciti dichiarati. Il dissequestro penale non impedisce il vincolo preventivo se il proprietario non giustifica la provenienza economica delle risorse.
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La Corte d'Appello ha respinto la richiesta di revocazione della confisca di prevenzione gravante su beni mobili e immobili intestati a un privato e a una società immobiliare. I ricorrenti hanno contestato l'assenza di una base legale valida per la misura. La difesa ha evidenziato che le condotte contestate risalivano a un periodo antecedente all'introduzione delle norme applicate e non integravano un vincolo associativo. I giudici territoriali hanno tuttavia rigettato l'istanza con argomentazioni generiche. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando una motivazione meramente apparente. I giudici di merito hanno omesso di verificare la tipologia di pericolosità e i presupposti legali della misura ablatoria. La Suprema Corte ha pertanto annullato l'ordinanza e ha disposto il rinvio degli atti per un nuovo esame.
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