Definizione
Il rischio concreto e attuale che l'indagato, se lasciato in libertà, possa commettere altri reati dello stesso tipo.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 387 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 53% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 13%
- Rigettato 33%
- Inammissibile 53%
- Altro 1%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 635%
- Penale Sez. 134%
- Penale Sez. 231%
Precedenti più richiamati
- Cass. 6593/2022in 22 provvedimenti
- Cass. 9041/2022in 30 provvedimenti
- Cass. 12869/2022in 27 provvedimenti
- Cass. 1154/2021in 12 provvedimenti
- Cass. 5054/2020in 14 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un uomo ha aggredito con violenza e minacce il gestore di un ufficio di assistenza per ottenere il risarcimento di un sinistro stradale spettante alla propria convivente. La difesa ha sostenuto che l'imputato fosse in buona fede e che la condotta integrasse l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni anziché un delitto contro il patrimonio. I giudici hanno invece confermato l'accusa di tentata estorsione e la misura della custodia cautelare in carcere. La Corte ha chiarito che il professionista aggredito era totalmente estraneo al debito risarcitorio, il quale faceva capo solo all'autore del sinistro o alla compagnia assicurativa. Poiché la pretesa non poteva essere tutelata in tribunale contro l'intermediario, la violenza configurava la piena ingiustizia del profitto preteso.
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Il Tribunale di sorveglianza respinge la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale avanzata da una persona condannata per omicidio stradale in stato di ebbrezza. Il programma rieducativo presentato prevedeva infatti un impiego itinerante che richiedeva la conduzione quotidiana di autoveicoli. Il condannato impugna il provvedimento sostenendo di possedere un domicilio certo e di aver riottenuto regolarmente la patente dopo i controlli medici. La Corte di Cassazione rigetta definitivamente il ricorso. I giudici evidenziano che l'assenza di un sincero pentimento e il concreto pericolo di recidiva impediscono la concessione del beneficio. Permettere a chi ha causato un incidente mortale sotto l'effetto di alcolici di rimettersi alla guida durante l'espiazione della pena viola gli scopi rieducativi e preventivi della misura alternativa.
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L'Imputato, condannato in primo grado per rapina pluriaggravata e associazione a delinquere, ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari fuori regione, offrendo l'uso del braccialetto elettronico. La difesa ha sostenuto che il trasferimento geografico e la conclusione del primo grado avessero attenuato il pericolo di recidiva. I giudici hanno invece respinto la richiesta. La Suprema Corte ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. Il ruolo attivo svolto dall'indagato nell'organizzazione criminale, la sua rete sovralocale e la totale assenza di dissociazione rendono concreto e attuale il rischio di reiterazione del reato. Il semplice allontanamento territoriale e il controllo elettronico non bastano a neutralizzare la pericolosità sociale. L'Imputato resta quindi recluso in carcere e deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un detenuto condannato per reati associativi legati alla criminalità organizzata ha richiesto la misura alternativa dell'affidamento in prova terapeutico per trattare la propria dipendenza. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda a causa del passato ruolo di vertice del condannato nel clan mafioso, ancora attivo, e dell'assenza di un'effettiva rottura dei legami criminali. Il condannato ha impugnato la decisione sostenendo che i giudici avessero ignorato il buon comportamento in carcere e il tempo trascorso dai fatti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il bisogno di cura non supera la tutela della collettività quando sussiste il pericolo di recidiva e di ripresa dei contatti con la criminalità organizzata.
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Il Tribunale del Riesame ha applicato la custodia cautelare in carcere nei confronti di un presunto addetto alla distribuzione di droga, ribaltando la precedente decisione favorevole del primo giudice. La difesa ha presentato ricorso sostenendo che il pericolo di reiterazione fosse svanito sia per l'arresto del capo del gruppo sia per il decorso del tempo dalle ultime condotte accertate. La Corte di Cassazione ha giudicato il ricorso inammissibile. I magistrati hanno confermato che la caduta dei vertici associativi e il semplice trascorrere di pochi mesi non dimostrano la rescissione dei legami criminali, lasciando intatta la presunzione legale di pericolosità. L'indagato resta pertanto recluso.
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Un uomo indagato per partecipazione a un'associazione criminale dedita a furti con esplosivi ai danni di sportelli bancomat ha impugnato l'ordinanza del Tribunale del Riesame. Il provvedimento confermava la custodia cautelare in carcere applicata dal Giudice per le Indagini Preliminari. La difesa contestava l'identificazione basata su telecamere, i tracciati GPS, le intercettazioni e chiedeva la sostituzione della misura con gli arresti domiciliari, evidenziando una recente attività lavorativa e l'esito positivo di precedenti affidamenti in prova. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Gli indizi formano un quadro coerente ed univoco e i precedenti penali evidenziano una spiccata pericolosità sociale non arginabile con misure meno afflittive.
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La Corte di Cassazione ha esaminato la posizione dell'amministratore di una cooperativa, sottoposto a custodia cautelare per reati associativi, corruttivi e frode nelle pubbliche forniture relativi a servizi di pulizia e sanificazione ospedaliera. La difesa contestava sia i gravi indizi di colpevolezza, sia la proporzione della misura carceraria rispetto agli arresti domiciliari. I giudici di legittimità hanno confermato la gravità del quadro indiziario per l'associazione per delinquere e la corruzione, ribadendo l'esigenza della custodia in carcere per l'alto rischio di recidiva. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sul reato di frode nelle pubbliche forniture. La Corte ha stabilito che la semplice fornitura carente o l'uso di strumenti inadeguati integra il meno grave inadempimento contrattuale e non la frode, mancando raggiri o artifici ingannevoli. L'ordinanza è stata annullata con rinvio limitatamente a questo specifico capo.
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L'Imputato, accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, si trovava sottoposto alla misura cautelare restrittiva. La difesa ha avanzato istanza per la revoca degli arresti domiciliari, sostenendo il venir meno delle esigenze cautelari. A sostegno della richiesta, il difensore ha indicato il tempo già trascorso in detenzione e la pendenza della domanda di sospensione del procedimento con messa alla prova. I giudici di merito hanno respinto l'istanza e la Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice attesa del programma di messa alla prova non cancella il pericolo di reiterazione del reato, né il mero trascorrere del tempo attenua automaticamente le esigenze di cautela.
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La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nella sua abitazione oltre un chilo e mezzo di droga tra hashish e marijuana, bilancini e una serra per la coltivazione. La difesa chiedeva la concessione degli arresti domiciliari, valorizzando la confessione, l'assenza di precedenti specifici e l'attività di bracciante agricolo. I giudici hanno stabilito che la misura domiciliare, anche con braccialetto elettronico, risulta del tutto inidonea a frenare il pericolo di recidiva quando la base operativa dello spaccio coincide con la dimora dell'indagato.
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Un Lavoratore, condannato in primo grado per detenzione di cocaina ai fini di spaccio, ha chiesto l'attenuazione della misura cautelare dal carcere alla detenzione domiciliare. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta, confermando la necessità delle misure cautelari in carcere. Ha evidenziato il pericolo di recidiva, la gravità dei fatti, l'assenza di legami sociali stabili in Italia e l'irregolarità amministrativa del Lavoratore. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, ritenendo che le motivazioni fossero logiche e corrette, e che la detenzione domiciliare non avrebbe garantito la prevenzione di nuovi reati.
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Un Individuo ha presentato ricorso contro la decisione del Tribunale del riesame che aveva confermato la sua sottoposizione alla misura cautelare della custodia in carcere. L'Individuo era accusato di gravi reati legati al traffico di stupefacenti e all'associazione a delinquere, oltre a ricettazione. La difesa contestava la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza e l'attualità delle esigenze cautelari, sostenendo che i fatti fossero risalenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha ritenuto che il Tribunale del riesame avesse correttamente valutato gli elementi indiziari e il concreto pericolo di recidiva, giustificando la misura cautelare della custodia in carcere come unica idonea a neutralizzare tale pericolo, data la gravità dei reati e l'organizzazione criminale.
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Tre professionisti, inizialmente agli arresti domiciliari per associazione a delinquere finalizzata a reati patrimoniali (bancarotta, riciclaggio, frode fiscale), hanno visto la misura sostituita con divieti professionali. Il Pubblico Ministero ha contestato la decisione, ritenendo sussistente un concreto pericolo di recidiva. Il Tribunale del riesame ha rigettato l'appello. La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza del Tribunale del riesame. Ha stabilito che il Tribunale non ha motivato correttamente l'assenza del pericolo di recidiva. Non si può escludere il pericolo basandosi solo sulla gravità astratta del reato o sul "tempo silente". È necessaria una valutazione concreta delle modalità della condotta e della personalità degli indagati. Il caso tornerà al Tribunale per un nuovo esame delle misure cautelari.
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Un amministratore di fatto è stato accusato di frode fiscale per aver emesso fatture per operazioni inesistenti. Il Tribunale del riesame aveva applicato la custodia cautelare in carcere. Il ricorrente ha contestato la decisione, sostenendo l'assenza di un'adeguata motivazione sulla scelta della misura più afflittiva. La Cassazione ha annullato l'ordinanza impugnata limitatamente alla scelta della misura cautelare, rinviando gli atti al Tribunale di Milano per un nuovo esame. Ha confermato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, ma ha ritenuto insufficiente la motivazione sulla proporzionalità della custodia in carcere per frode fiscale.
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Un imputato, già sottoposto ad arresti domiciliari per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti (art. 74 d.P.R. 309/1990), ha chiesto la revoca o la sostituzione delle sue misure cautelari. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando che il Tribunale non aveva considerato l'attualità delle esigenze cautelari, il suo ruolo marginale, la sua incensuratezza e il suo inserimento lavorativo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il pericolo di recidiva prevale e che il suo compito è verificare la logicità della motivazione, non rivalutare il merito.
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Un Lavoratore, coinvolto in traffico internazionale di droga, ha contestato la conferma della sua custodia cautelare in carcere. Egli chiedeva di poter scontare gli arresti domiciliari in Spagna, allegando un contratto di locazione. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso. La Corte ha ritenuto la custodia cautelare in carcere necessaria per la gravità del reato, l'elevato rischio di reiterazione e l'inidoneità della documentazione sul domicilio estero, priva di autenticazione e traduzione.
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Un individuo ha presentato ricorso contro la conferma della misura cautelare della custodia in carcere. Era accusato di usura ed estorsione. Il Tribunale aveva confermato la misura, evidenziando l'elevato numero di reati gravi commessi in un lungo periodo e la persistenza dei rapporti illeciti, elementi che dimostravano un concreto e attuale pericolo di recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi presentati non erano specifici e riproponevano argomentazioni già respinte dal Tribunale. L'individuo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Un individuo, Il Ricorrente, è stato sottoposto a custodia cautelare in carcere per gravi reati legati al traffico di stupefacenti e alla detenzione illegale di armi. Il Tribunale del Riesame ha confermato questa misura. Il Ricorrente ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la motivazione e la proporzionalità della misura. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che il Tribunale del Riesame aveva adeguatamente giustificato la necessità della custodia cautelare in carcere, basandosi su gravi indizi di colpevolezza e sul concreto pericolo di recidiva. Il ricorso, infatti, mirava a una rivalutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità, piuttosto che a denunciare specifiche violazioni di legge o illogicità manifeste.
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Un giovane, indagato per spaccio di marijuana, aveva inizialmente ottenuto il rigetto della richiesta di misura cautelare da parte del GIP. Il Pubblico Ministero ha presentato appello e il Tribunale ha accolto la richiesta, applicando l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, ritenendo sussistente il pericolo di recidiva. L'indagato ha ricorso in Cassazione, contestando la valutazione della sua personalità (giovane, incensurato, pentito, studente universitario) che, a suo dire, escludeva tale pericolo. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che non può rivalutare il merito della decisione o la sussistenza del pericolo di recidiva, ma solo la logicità della motivazione. Il Tribunale aveva correttamente considerato gli elementi che indicavano un'attività di spaccio avviata, nonostante la giovane età dell'indagato.
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Un uomo indagato per associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti ha richiesto la sostituzione della custodia cautelare in carcere con gli arresti domiciliari. Il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta, rilevando il suo inserimento stabile nell'organizzazione criminale e il pericolo concreto di recidiva, dimostrato anche dal recente ritrovamento di documenti legati a traffici esteri. L'indagato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'eccessivo decorso del tempo e l'assenza di riscontri attuali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la proporzionalità della massima misura detentiva e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e a un versamento verso la Cassa delle ammende.
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Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale presentata da un condannato assente dall'Italia e identificato in passato con diversi alias. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, evidenziando che la prolungata assenza dal territorio nazionale crea un vuoto informativo che impedisce di valutare la condotta di vita attuale e il pericolo di recidiva. Per accedere alla misura alternativa occorrono elementi positivi certi sul reinserimento e non basta la semplice assenza di dati negativi. Inoltre, l'avvenuto risarcimento del danno in favore della vittima rappresenta soltanto un singolo fattore di valutazione, incapace da solo di garantire la concessione del beneficio. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali.
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