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Opponibilità a terzi

Definizione

Principio legale per cui un atto o un diritto (come l'assegnazione della casa) ha valore e deve essere rispettato anche da persone esterne all'accordo originario, come un nuovo acquirente dell'immobile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Servitù di non edificare: Patto privato cede al Piano Regolatore
La Corte di Cassazione ha esaminato un caso riguardante una Servitù di non edificare nata da una lottizzazione degli anni '60. Alcuni proprietari avevano citato in giudizio delle società costruttrici per aver violato tali limiti. La Corte ha però dato ragione alle società, stabilendo che la servitù non era assoluta. Gli atti di vendita originali, infatti, contenevano clausole che rendevano i limiti edilizi privati soggetti a future modifiche imposte dall'autorità pubblica. Poiché un nuovo Piano Regolatore Generale aveva introdotto regole diverse, queste ultime prevalevano sull'accordo privato originario. Di conseguenza, la richiesta dei proprietari di demolire le nuove costruzioni è stata respinta e il loro ricorso dichiarato inammissibile.
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Assegnazione casa familiare e vendita: no al diritto di prelazione
Una recente ordinanza della Cassazione affronta il tema della compatibilità tra l'assegnazione della casa familiare e la vendita dell'immobile a terzi. Una ex moglie, assegnataria della casa di proprietà della ex suocera, si era opposta alla vendita dell'immobile a una società, sostenendo di avere un diritto di prelazione. La Corte ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiaro: l'assegnazione casa familiare e vendita sono due atti legittimi. Il diritto dell'assegnatario è tutelato dalla trascrizione del provvedimento, che lo rende opponibile al nuovo acquirente, ma non conferisce alcun diritto di prelazione né la facoltà di impedire la compravendita. Il proprietario resta libero di vendere il suo bene.
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Errore nella fusione: la Banca perde la legittimazione ad impugnare
Una società di costruzioni ottiene una condanna al risarcimento danni contro una banca. La banca, nel frattempo fusa per incorporazione in un nuovo gruppo, presenta appello. La Cassazione, però, dichiara l'appello inammissibile. La nuova banca non ha infatti provato di aver completato tutte le formalità pubblicitarie della fusione, in particolare la cancellazione della vecchia società dal Registro delle Imprese competente. Senza questa prova, viene a mancare la sua 'legittimazione ad impugnare post fusione', rendendo definitiva la condanna di primo grado. La forma, in questo caso, diventa sostanza.
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