Definizione
Il valore intermedio tra la pena minima e la pena massima previste dalla legge per un determinato reato.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 224 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 90% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 4%
- Rigettato 5%
- Inammissibile 90%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 787%
- Penale Sez. 411%
- Penale Sez. 53%
Precedenti più richiamati
- Cass. 38251/2016in 32 provvedimenti
- Cass. 21574/2014in 8 provvedimenti
- Cass. 12749/2008in 17 provvedimenti
- Cass. 46412/2015in 32 provvedimenti
- Cass. 29968/2019in 56 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Due imputati avevano rubato capi di abbigliamento per un valore di circa 520 euro all'interno di un centro commerciale. Il giudice li aveva condannati per furto aggravato a un anno di reclusione e trecento euro di multa, bilanciando le aggravanti con le circostanze attenuanti generiche. La difesa ha impugnato la condanna davanti alla Corte di Cassazione, contestando la mancata prevalenza delle attenuanti e una motivazione ritenuta insufficiente sulla determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici hanno chiarito che, se la sanzione finale si colloca sotto la media edittale, il magistrato non deve fornire una spiegazione analitica per ogni criterio di commisurazione. Il giudice conserva piena discrezionalità nel quantificare la sanzione e non ha alcun obbligo di considerare prevalenti le attenuanti generiche.
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Un automobilista patteggiava la pena per omicidio stradale con concorso di colpa della vittima. Il giudice dell'udienza preliminare applicava la sanzione accessoria della sospensione della patente di guida per due anni. La difesa contestava questa decisione davanti alla Corte di Cassazione, evidenziando la totale mancanza di spiegazioni sul calcolo della durata del blocco della patente e il mancato rispetto dei criteri di legge, compreso lo sconto previsto per il rito concordato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'imputato, annullando la sentenza sul punto della durata della sanzione accessoria. I giudici hanno stabilito che il magistrato deve sempre chiarire i passaggi logici del conteggio temporale e applicare i criteri di pericolosità e gravità, rinviando gli atti per una nuova e corretta quantificazione.
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Un uomo subisce una condanna per tentato furto aggravato dopo aver superato le casse di un'attività commerciale con la refurtiva, venendo fermato solo dal personale di vigilanza. Il giudice di appello riduce la pena originaria a quattro mesi di reclusione e cento euro di multa, accordando la prevalenza alle attenuanti rispetto alle aggravanti. L'imputato promuove ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, contestando la mancanza di spiegazioni nella quantificazione della pena base e nei criteri di calcolo. La Suprema Corte dichiara l'impugnazione inammissibile. Il giudice di merito esercita legittimamente la propria discrezionalità quando fissa una sanzione inferiore alla media prevista dalla norma. I magistrati confermano la decisione e puniscono il condannato con il versamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un cittadino ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una presunta mancanza di motivazione riguardo alla determinazione della pena inflitta dal giudice di secondo grado. Nello specifico, la difesa riteneva eccessiva la condanna a sei mesi di reclusione rispetto al minimo edittale di quindici giorni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando la sanzione finale si colloca al di sotto della media edittale, non occorre una motivazione analitica e dettagliata. Per la determinazione della pena è sufficiente un richiamo generale alla gravità del fatto e alla capacità a delinquere del colpevole. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Un imputato, condannato a un anno di reclusione per il reato di lesioni personali, ha proposto ricorso per contestare la quantificazione della sanzione. La difesa lamentava l'assenza di una motivazione approfondita in merito alla mancata applicazione del minimo previsto dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che la graduazione della pena impone un obbligo di motivazione stringente e dettagliata soltanto se la sanzione supera di gran lunga la media tra il minimo e il massimo stabiliti dalla norma. Nel caso specifico, la misura applicata risultava inferiore a tale soglia mediana ed era adeguatamente motivata secondo i criteri generali di legge.
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L'Imputata ha subito una condanna a dieci mesi di reclusione e duecento euro di multa per i reati di furto aggravato e utilizzo indebito di carte di pagamento. La difesa ha presentato ricorso per cassazione contestando l'entità della sanzione e il mancato riconoscimento della prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alle aggravanti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la quantificazione della pena poggia solidamente sui precedenti penali del soggetto. Quando la condanna rimane al di sotto della media edittale, il giudice di merito non deve redigere una motivazione analitica, rimanendo la scelta insindacabile in sede di legittimità. La ricorrente deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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L'Imputato propone ricorso in Cassazione lamentando l'eccessiva severità della sanzione inflitta per reati di droga di lieve entità. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile e conferma la decisione dei giudici di merito. La determinazione della pena rientra nell'ampio potere discrezionale del giudice. Quando la condanna non supera la media edittale, non serve una motivazione dettagliata su ogni elemento favorevole. Il numero elevato di acquisti di stupefacente giustifica pienamente la sanzione applicata. Di conseguenza, l'Imputato deve pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un soggetto condannato per molteplici reati contro il patrimonio ha impugnato la decisione della Corte di Appello. La difesa lamentava l'eccessività della sanzione e il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche rispetto alle aggravanti. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi dichiarandoli inammissibili. I giudici supremi hanno evidenziato che la graduazione della pena appartiene alla valutazione discrezionale del giudice di merito. La quantificazione della sanzione sotto la media edittale non richiede una motivazione analitica se rispetta i criteri legali di adeguatezza. Inoltre, il bilanciamento di equivalenza tra circostanze attenuanti e aggravanti risulta insindacabile quando motivato in modo logico.
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L'Imputato è stato condannato in appello per detenzione illecita di oltre due chilogrammi di hashish a oltre due anni di reclusione e una multa. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della riduzione massima della sanzione nonostante il riconoscimento delle attenuanti generiche, oltre a contestare l'eccessiva severità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il magistrato di merito non è obbligato a motivare il mancato sconto massimo di pena quando concede una riduzione consistente vicina al tetto legale, né sussiste contraddizione se le aggravanti giustificano una mitigazione inferiore. L'Imputato perde il ricorso e deve versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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L'Imprenditore, condannato per bancarotta preferenziale alla pena di un anno e otto mesi di reclusione, impugna la decisione di merito relativa alle pene accessorie fallimentari fissate in due anni. Il difensore deduce un difetto di motivazione circa la quantificazione della sanzione. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'obbligo di una motivazione specifica sussiste soltanto quando la durata della sanzione viene determinata in misura superiore alla media edittale. Nel caso in esame, la durata delle pene accessorie fallimentari risulta sensibilmente inferiore a tale media e di poco superiore alla pena principale, rispettando i criteri legali di adeguatezza e proporzionalità. L'Imputato viene quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione e 1.400 euro di multa per il reato di lieve entità per stupefacenti. L'imputato contestava l'eccessiva severità della pena e la mancata concessione dell'attenuante per la collaborazione con la giustizia. I giudici hanno ritenuto il ricorso manifestamente infondato e generico. La determinazione della pena risulta corretta poiché tiene conto della notevole quantità di sostanza e dei numerosi carichi pendenti a carico dell'uomo per reati analoghi e rapina, elementi che evidenziano una spiccata capacità a delinquere. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente alle spese e al versamento di 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. Il ricorrente contestava la valutazione delle prove sulla propria colpevolezza e la quantificazione della pena decisa nei gradi precedenti. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti senza indicare con precisione gli atti ignorati o fraintesi dai giudici di merito. Inoltre, la Corte ha ribadito che la determinazione della pena non richiede una motivazione analitica quando la sanzione finale si colloca al di sotto della media prevista dalla legge. Di conseguenza, la condanna originaria è divenuta definitiva e l'imputato deve versare le spese di giudizio e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un imputato condannato per spaccio di lieve entità ha presentato ricorso per cassazione contestando l'eccessiva entità della pena inflitta. I giudici territoriali avevano stabilito una sanzione superiore al minimo edittale, pur restando sotto la media prevista dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per manifesta infondatezza e genericità. La Suprema Corte ha ritenuto del tutto legittimo l'aumento della pena a causa dell'altissima purezza della cocaina (pari al novantaquattro per cento), dei precedenti penali dell'imputato e della natura continuativa dell'illecito, gestito come vera fonte di reddito. L'imputato deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La vicenda riguarda una persona accusata del reato di occupazione abusiva di immobile destinato a finalità pubbliche o private. I giudici hanno accertato la stabile occupazione dell'alloggio tramite elementi inequivocabili: la presenza fisica della persona, la presenza dei suoi arredi personali e l'indicazione del suo cognome sulla cassetta postale. L'interessata non possedeva alcuna autorizzazione da parte del legittimo titolare dell'immobile, persona a lei sconosciuta. La Corte di Appello ha confermato la responsabilità penale, applicando una modesta pena pecuniaria. L'imputata ha proposto ricorso per Cassazione contestando la valutazione delle prove e chiedendo la non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando in via definitiva la condanna e imponendo il pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un ristoratore subisce una condanna a diecimila euro di ammenda per aver detenuto alimenti in cattivo stato di conservazione. L'imputato presenta ricorso contestando la mancata concessione del massimo sconto per le attenuanti generiche, l'eccessiva severità nella dosimetria della pena e il mancato riconoscimento della sospensione condizionale. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la presenza di un precedente penale specifico giustifica sia il contenimento delle attenuanti sia il diniego dei benefici. Inoltre, la scelta di una sanzione pecuniaria al posto dell'arresto favorisce già il reo, rendendo sufficiente una motivazione sintetica fondata sul criterio di equità.
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L'Imputato ha posto in essere raggiri per farsi consegnare una somma di denaro dalla persona offesa. La vittima ha tuttavia avvisato le forze dell'ordine, le quali hanno monitorato lo scambio e sono intervenute tempestivamente, impedendo al soggetto di acquisire la piena disponibilità del bene. La Corte di Cassazione ha confermato che l'intervento della polizia durante la consegna del denaro non cancella l'illecito, ma qualifica l'azione come tentata truffa. La condotta possedeva l'idoneità a ingannare la vittima, sebbene l'evento non si sia perfezionato. Il ricorso dell'autore del reato è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un imputato condannato per 16 episodi tra furti consumati e tentati all'interno di case private. I giudici di merito hanno applicato la pena di cinque anni e dieci mesi di reclusione mediante il rito speciale. La difesa ha impugnato la decisione lamentando una motivazione carente e aumenti di pena eccessivi. I Supremi Giudici hanno respinto l'istanza, confermando che la disciplina del furto in abitazione e continuazione è stata applicata in modo perfettamente proporzionato e congruo. La pena finale è risultata inferiore alla media prevista dalla legge per il singolo reato base aumentato per i 15 fatti ulteriori. Il ricorrente ha subito la condanna definitiva e l'obbligo di versare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre alle spese processuali.
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Un uomo ha subito una condanna per il reato di tentato furto aggravato. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando una sanzione eccessiva e una carenza di motivazione sulla quantificazione decisa dai giudici territoriali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno ribadito che la graduazione della pena spetta esclusivamente alla discrezionalità del giudice di merito. La sentenza impugnata presentava una giustificazione logica e aderente ai criteri legali. Inoltre, quando il magistrato stabilisce una sanzione al di sotto della media edittale, non ha l'obbligo di fornire una motivazione analitica e dettagliata per ogni singolo punto. Il ricorrente ha subito anche la condanna al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e sei mesi di reclusione per un uomo ritenuto responsabile di tentato furto e possesso ingiustificato di grimaldelli. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e lamentava una motivazione insufficiente sulla severità della pena inflitta dai giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I motivi presentati riproducevano mere censure già disattese in appello, senza apportare elementi nuovi. Inoltre, la pena applicata risultava inferiore alla media edittale e teneva conto della personalità dell'imputato, gravato da precedenti specifici. L'imputato ha perso definitivamente il giudizio ed è stato condannato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Un Lavoratore ha presentato ricorso contro una sentenza che lo condannava, contestando la congruità della pena. Sosteneva che la motivazione sulla sanzione fosse insufficiente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che la pena era già inferiore alla media edittale e vicina al minimo. In questi casi, non serve una motivazione dettagliata. Il giudice ha un ampio potere discrezionale nel determinare la congruità della pena, e il ricorso mirava a una nuova valutazione non consentita.
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