Definizione
L'attività di chi agisce per mettere in contatto due o più parti (in questo caso, venditore e acquirente di stupefacenti) al fine di facilitare la conclusione di un affare, come la cessione di droga.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 36 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 56% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 15%
- Rigettato 21%
- Inammissibile 56%
- Altro 9%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 352%
- Penale Sez. 732%
- Penale Sez. 416%
Precedenti più richiamati
- Cass. 45541/2022in 3 provvedimenti
- Cass. 44381/2016in 3 provvedimenti
- Cass. 19248/2012in 3 provvedimenti
- Cass. 55329/2018in 3 provvedimenti
- Cass. 7129/2021in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Due uomini hanno subito una condanna per estorsione con metodo mafioso. Uno dei due imputati ha giustificato le proprie azioni qualificandosi come mero intermediario e sostenendo di aver offerto aiuto e protezione alla vittima. I giudici hanno invece accertato che la finta mediazione celava una precisa complicità mirata a rafforzare la pressione estorsiva del complice, sfruttando la forza intimidatrice dei clan criminali. Entrambi i condannati hanno presentato ricorso per cassazione contestando la ricostruzione probatoria e l'aggravante mafiosa, mentre uno di loro lamentava la gestione delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi perché privi di specificità e volti a richiedere una rivalutazione dei fatti preclusa in sede di legittimità. I ricorrenti dovranno pagare le spese del procedimento e tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Un commerciante raccoglieva scommesse sportive nel proprio locale per conto di un operatore estero, operando senza la prescritta licenza di pubblica sicurezza della Questura. I giudici di merito hanno condannato l'uomo a sei mesi di reclusione per il reato di esercizio abusivo di scommesse. Il titolare ha impugnato la sentenza davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo che il contratto legava direttamente il cliente finale alla società estera e lamentando presunte discriminazioni subite da quest'ultima nei bandi statali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che chi raccoglie puntate in Italia deve possedere personalmente l'autorizzazione di polizia per prevenire infiltrazioni criminali, indipendentemente dalla regolarità del mandante estero.
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Due venditori cedevano un chilogrammo di cocaina per 45.000 euro, ma ricevevano in cambio banconote false e fogli di carta. Per recuperare il denaro o la droga, i venditori bloccavano l'intermediario, minacciandolo con una pistola per costringerlo a rintracciare il compratore truffatore. La Corte d'Appello ha condannato i venditori per cessione di stupefacenti e tentata estorsione, e un terzo soggetto per intermediazione illecita. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le condanne, dichiarando inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che integra la tentata estorsione per credito illecito anche la minaccia volta a recuperare il prezzo di un affare illegale.
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Un gestore di un locale subisce una condanna per il reato di raccolta abusiva di scommesse per aver svolto attività di intermediazione senza la prescritta licenza di pubblica sicurezza. L'imputato propone ricorso per cassazione contestando l'applicazione di una pena accessoria decisa in appello, la violazione delle norme europee e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici spiegano che le pene accessorie previste obbligatoriamente dalla legge non violano il divieto di peggioramento della pena in appello. L'organizzazione complessa e la gestione diretta delle scommesse confermano la piena responsabilità penale del gestore.
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Il gestore di un circolo privato ha subito una condanna per il reato di raccolta abusiva di scommesse. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto all'interno del locale tre computer accesi e connessi a una piattaforma estera non autorizzata in Italia, collegati a una stampante termica per l'emissione dei titoli di gioco. I militari hanno sequestrato anche diverse ricevute di giocate già effettuate. L'imputato ha presentato ricorso per Cassazione sostenendo l'assenza di clienti durante l'ispezione e la semplice messa a disposizione di postazioni internet per i soci. La Suprema Corte ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione con sospensione condizionale, ritenendo pienamente integrata l'attività illecita di intermediazione.
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Il gestore di un locale è stato condannato per il reato di raccolta abusiva di scommesse per aver svolto intermediazione senza concessione statale né licenza di pubblica sicurezza. L'esercente operava mediante un computer collegato a un operatore estero, consentendo le giocate tramite il proprio conto personale e incassando contanti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che la disponibilità di un conto personale e l'incasso diretto integrano un'attività illegale organizzata, non una semplice navigazione internet. Il legame con un operatore straniero privo di concessione non esenta dalle autorizzazioni italiane. La pena resta confermata con l'obbligo di svolgere lavori di pubblica utilità.
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Il Gestore di una sala giochi è stato accusato del reato di raccolta abusiva di scommesse per aver messo a disposizione dei clienti computer collegati a un sito estero privo di autorizzazioni. La difesa ha sostenuto l'insussistenza del reato invocando la discriminazione indiretta subita dall'operatore estero, escluso da un bando di gara nazionale a causa di clausole svantaggiose. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che non basta affermare in astratto la natura discriminatoria del bando. La difesa deve dimostrare concretamente che la mancata partecipazione alla gara sia stata determinata dall'antieconomicità delle clausole. Inoltre, la presenza di postazioni dedicate e la vendita di ricariche integrano l'attività di intermediazione vietata.
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Il Tribunale del Riesame aveva concesso gli arresti domiciliari a un dipendente di una società pubblica, accusato di corruzione in atti d'ufficio per aver favorito alcune ditte in cambio di tangenti. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo l'insufficienza dei gravi indizi di colpevolezza e contestando l'attendibilità delle accuse dei coindagati e delle intercettazioni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura cautelare. I giudici hanno chiarito che i dipendenti di società in house rivestono una qualifica pubblicistica e che la condotta di chi si mette stabilmente a disposizione del corruttore in cambio di denaro configura pienamente il reato, anche nel ruolo di intermediario.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione per i gestori di un internet point, accusati del reato di raccolta abusiva di scommesse. Durante un controllo della Guardia di Finanza, è emerso che l'attività fungeva da vero e proprio intermediario per un allibratore estero privo di concessione statale e di licenza di pubblica sicurezza. I giudici hanno respinto la tesi difensiva secondo cui il locale operasse come semplice punto di ricarica. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili poiché i gestori non si limitavano a mettere a disposizione i computer, ma partecipavano attivamente alla raccolta delle giocate tramite un account personale. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Il Gestore di un centro scommesse italiano, affiliato a un allibratore estero, è stato condannato per il reato di scommesse abusive. L'imputato raccoglieva giocate dai clienti utilizzando un proprio conto gioco personale, anziché far aprire singoli conti ai clienti. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che tale condotta costituisce un'illecita attività di intermediazione e non una semplice trasmissione dati. La Corte ha inoltre escluso la particolare tenuità del fatto a causa della ripetitività e del volume delle scommesse raccolte in un breve periodo. Il ricorso del Gestore è stato rigettato, con condanna al pagamento delle spese processuali.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di stupefacenti in concorso con un complice. L'imputato, che svolgeva il ruolo di intermediario nella cessione di cocaina ed eroina, sosteneva di non aver partecipato direttamente agli accordi di vendita e richiedeva l'applicazione dell'attenuante della lieve entità. I giudici hanno chiarito che l'attività di intermediazione rientra pienamente nella condotta punibile e che la pluralità delle cessioni e il contesto criminale escludono la particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un uomo condannato per aver fatto da intermediario nell'acquisto di un chilo di eroina e cinque di marijuana. La sua pena era stata calcolata applicando la **continuazione tra reati di droga**, unendola a una precedente condanna per detenzione di cocaina. L'imputato sosteneva che il reato più grave non fosse l'intermediazione per l'eroina. La Corte ha respinto il ricorso, dichiarandolo inammissibile. Ha stabilito un principio chiaro: ai fini della gravità del reato, il ruolo di intermediario è irrilevante. Ciò che conta è la quantità di principio attivo della droga, che in questo caso avrebbe permesso di produrre sei chili di sostanza da spacciare. L'intermediario, quindi, contribuisce al reato in modo decisivo e viene punito di conseguenza.
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Il titolare di un internet point, accusato di esercizio abusivo di scommesse, viene prima assolto perché si era limitato a fornire i terminali ai clienti, senza alcuna intermediazione. La Corte d'Appello ribalta la decisione e lo condanna, basandosi su un presunto conto corrente mai provato. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna, stabilendo un principio chiaro: la semplice messa a disposizione di computer non costituisce reato. Per configurare l'esercizio abusivo di scommesse è indispensabile la prova concreta di un'attività di intermediazione, come la raccolta di denaro. La motivazione della condanna è stata giudicata insufficiente e basata su elementi non dimostrati.
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Una società canadese, intermediaria per servizi di autonoleggio utilizzati in Italia da turisti esteri, si è vista negare il rimborso IVA. L'Agenzia delle Entrate ha sostenuto che l'operazione fosse soggetta a imposta in Italia. La Corte di Cassazione ha confermato questa tesi, stabilendo un principio chiave sulla territorialità IVA servizi. Se il servizio principale (noleggio) è utilizzato in Italia, anche il servizio di intermediazione fornito da un operatore estero a un altro soggetto estero si considera effettuato in Italia e, quindi, soggetto a IVA. La società estera perde il diritto al rimborso.
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Una società fornitrice ha impugnato il decreto del Tribunale che negava il Privilegio artigiano per un credito vantato verso una società fallita. Il Tribunale aveva qualificato il rapporto come mera intermediazione commerciale, evidenziando che le fatture riportavano un patto di riservato dominio, tipico della vendita e non della prestazione d'opera artigiana. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che l'iscrizione all'albo delle imprese artigiane non è di per sé sufficiente per ottenere la prelazione, essendo necessaria la prova concreta della prevalenza del lavoro manuale sui materiali e sull'organizzazione d'impresa.
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L'Agenzia delle Entrate ha impugnato una sentenza che riconosceva l'esenzione IVA a una società cooperativa per attività di segnalazione clienti a un istituto bancario. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso a causa della mancata prova del perfezionamento della notifica ricorso cassazione. L'amministrazione non ha infatti prodotto l'avviso di ricevimento del plico postale, documento essenziale per dimostrare che l'atto è giunto a destinazione nei termini di legge.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di emissione fatture inesistenti nei confronti di un soggetto che agiva come intermediario. La difesa sosteneva che la restituzione del denaro contante all'utilizzatore fosse un mero post factum irrilevante. Al contrario, i giudici hanno stabilito che tale condotta integra un concorso morale, poiché l'assicurazione della restituzione del denaro rafforza il proposito criminoso dell'emittente. La sentenza chiarisce che l'esclusione del concorso tra emittente e utilizzatore prevista dalla legge non si applica ai terzi intermediari.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di scommesse abusive nei confronti del titolare di un esercizio commerciale che operava per conto di un bookmaker estero. Nonostante la difesa sostenesse la discriminazione della società straniera nell'accesso alle concessioni italiane, i giudici hanno rilevato che l'imputato non si limitava alla trasmissione dati. L'attività consisteva in una vera intermediazione, con incasso di denaro e pagamento di vincite, svolta senza la licenza di pubblica sicurezza prescritta dall'art. 88 TULPS. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché richiedeva una rivalutazione dei fatti non consentita in sede di legittimità.
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Un contribuente ha impugnato alcuni avvisi di accertamento relativi a provvigioni non dichiarate, sostenendo che si trattasse di servizi internazionali non imponibili IVA in quanto resi a una società estera. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la semplice raccolta di ordini per conto di un committente straniero non integra automaticamente il regime di non imponibilità. Per beneficiare dell'esenzione, è necessario dimostrare un nesso diretto tra l'attività di intermediazione e specifiche operazioni di importazione o esportazione. Inoltre, la Suprema Corte ha chiarito che l'Amministrazione non è obbligata ad allegare tutti i documenti di terzi all'atto impositivo, purché ne riproduca il contenuto essenziale, garantendo così il diritto di difesa del contribuente.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità ricorso presentato da un soggetto condannato per spaccio di stupefacenti in concorso. Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento dell'attenuante della minima partecipazione (art. 114 c.p.), ma la Suprema Corte ha rilevato che i motivi erano meramente riproduttivi di quanto già esaminato in appello. La decisione sottolinea che il ruolo di intermediario svolto dall'imputato è stato determinante ai fini della cessione della droga, rendendo logicamente corretta la negazione di sconti di pena legati alla marginalità del contributo.
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