Definizione
Stato del debitore che non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 165 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 41% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 20%
- Rigettato 41%
- Inammissibile 34%
- Estinto 1%
- Altro 3%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 169%
- Civile Sez. Lavoro17%
- Penale Sez. 714%
Precedenti più richiamati
- Cass. 7087/2022in 9 provvedimenti
- Cass. 25167/2016in 6 provvedimenti
- Cass. 24660/2020in 6 provvedimenti
- Cass. 12120/2016in 4 provvedimenti
- Cass. 9297/2019in 4 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Una curatela fallimentare avvia un'azione revocatoria fallimentare contro una società fornitrice di carburante per ottenere la restituzione di cinque pagamenti ricevuti poco prima dell'apertura del fallimento della cliente. Il fornitore sostiene di ignorare la crisi del debitore, di aver incassato secondo i termini d'uso commerciali e invoca il tetto massimo di restituzione previsto per i rapporti continuativi. La Corte di Cassazione respinge il ricorso del fornitore confermando la condanna alla restituzione integrale di oltre 368.000 euro. L'accettazione di assegni postdatati e la revoca di bonifici per carenza di fondi provano la conoscenza dello stato di decozione ed escludono la regolarità dei pagamenti. Inoltre, il beneficio della restituzione limitata spetta unicamente ai rapporti regolati a monte da un conto corrente o da una linea di credito commerciale unitaria, non alle singole forniture ripetute nel tempo.
Continua »
Una donna ha ottenuto un finanziamento bancario a proprio nome per aiutare la sorella in difficoltà economica, versando l'importo direttamente ai creditori di quest'ultima. Con apposita scrittura privata, la sorella beneficiaria ha riconosciuto il debito e si è impegnata a rimborsare mensilmente le rate del prestito. Dopo aver versato regolarmente trentotto rate, la debitrice ha interrotto ogni versamento, costringendo la garante a pagare di tasca propria per evitare azioni esecutive. Il Tribunale ha accertato l'inadempimento e ha dichiarato la decadenza dal beneficio del termine a carico della debitrice. La convenuta è stata condannata alla restituzione immediata dell'intero debito residuo e al rimborso delle rate anticipate, mentre è stata rigettata la domanda di risarcimento del danno per la segnalazione creditizia, rimasta priva di prova concreta.
Continua »
Il Tribunale condannava Il Condannato al pagamento di una sanzione di 3.800 euro. A causa dell'impossibilità economica di saldare l'importo, il Magistrato di Sorveglianza disponeva la conversione della pena pecuniaria in sedici giorni di libertà controllata, applicando le norme antecedenti alla Riforma Cartabia e respingendo la richiesta di svolgere lavoro di pubblica utilità. Il Condannato ha quindi impugnato il provvedimento lamentando la mancata applicazione retroattiva della disciplina più favorevole. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e annullato la decisione con rinvio. I giudici hanno chiarito che l'ordinamento vieta la conversione in libertà controllata per le sanzioni non ancora eseguite al momento della riforma. Il magistrato deve valutare in concreto le condizioni patrimoniali del soggetto e privilegiare il lavoro sostitutivo di pubblica utilità rispetto a misure maggiormente afflittive.
Continua »
Un condannato non ha versato quindicimila euro di multa inflitti con sentenza definitiva. Il Magistrato di sorveglianza ha disposto la conversione della pena pecuniaria in sessantuno giorni di semilibertà sostitutiva, respingendo l'opposizione difensiva basata sul solo stato di detenzione carceraria. Il condannato ha presentato ricorso per cassazione chiedendo misure meno afflittive. La Suprema Corte ha confermato la colpevolezza del mancato pagamento perché la detenzione non dimostra automaticamente la totale indigenza patrimoniale. Tuttavia, i giudici hanno accolto parzialmente il ricorso applicando una recente pronuncia di incostituzionalità. La Corte Costituzionale ha infatti esteso la possibilità di espiare la sanzione non pagata anche attraverso la detenzione domiciliare. Il Magistrato dovrà ora rivalutare la sanzione più idonea.
Continua »
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei legali rappresentanti di una Società Fallita. Questi ultimi contestavano l'accertamento dello stato di insolvenza della loro azienda. Essi sostenevano che la Corte d'Appello avesse valutato erroneamente la situazione finanziaria, considerando debiti contestati e attivi sottostimati. La Cassazione ha ribadito che la valutazione dei fatti spetta ai giudici di merito. Ha confermato che la Società Fallita non possedeva beni immobili né liquidità sufficienti a coprire i debiti accertati. Il ricorso mirava a una nuova valutazione dei fatti, non consentita in Cassazione, e non ha dimostrato omesso esame di fatti decisivi.
Continua »
Un'Azienda ha presentato ricorso in Cassazione contro la sua Dichiarazione di fallimento, già confermata in appello. L'Azienda sosteneva di non essere insolvente, ma di affrontare solo una difficoltà finanziaria temporanea, anche in virtù di un accordo di definizione agevolata per un debito erariale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha confermato che l'insolvenza dell'Azienda era strutturale, basata su debiti consistenti, scarsa liquidità, dispersione di patrimonio e crediti deteriorati. L'accordo sul debito erariale non era sufficiente a escludere la Dichiarazione di fallimento, poiché esistevano altri debiti e la capacità di pagare le rate era incerta. La sentenza ha quindi ribadito i criteri per accertare lo stato di insolvenza.
Continua »
Un imprenditore e la sua azienda sono stati dichiarati falliti a causa di un grave stato di insolvenza, evidenziato da procedure esecutive immobiliari e debiti ingenti. L'imprenditore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la valutazione dei bilanci e l'omessa ammissione di una CTU contabile. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che la valutazione dello stato di insolvenza è un apprezzamento di fatto del giudice di merito, non sindacabile in Cassazione se ben motivato. La richiesta di CTU era generica. La sentenza ha quindi confermato la dichiarazione di fallimento, ritenendo i motivi del ricorso infondati e volti a una nuova valutazione dei fatti.
Continua »
Il caso riguarda la Dichiarazione di fallimento di un'Azienda, decisa dal Tribunale e confermata dalla Corte d'Appello, su richiesta dei Creditori. L'Azienda ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo di non essere insolvente, adducendo una riduzione del passivo e la capacità di generare reddito. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che l'insolvenza è un'incapacità strutturale di pagare i debiti, non una difficoltà temporanea. Le argomentazioni dell'Azienda sono state ritenute insufficienti a fronte di altre prove di crisi. La valutazione dello stato di insolvenza è un accertamento di fatto, non riesaminabile in Cassazione se ben motivato.
Continua »
Un ex amministratore ha impugnato la `dichiarazione di fallimento` della sua società, sostenendo che la Corte d'Appello non avesse considerato bilanci favorevoli. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che le argomentazioni fossero generiche e non contestassero specificamente le motivazioni della sentenza precedente. La Corte ha ribadito che la valutazione dello stato di insolvenza è un apprezzamento di fatto dei giudici di merito, insindacabile in Cassazione se ben motivato. L'ex amministratore dovrà affrontare le conseguenze della sentenza.
Continua »
L'Azienda, in liquidazione, ha presentato ricorso per la dichiarazione del proprio stato di insolvenza. Il Tribunale di Roma si è dichiarato incompetente, ritenendo competente il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, poiché l'Azienda aveva trasferito la sede sociale nell'anno precedente. L'Azienda ha quindi proposto un regolamento di competenza. La Corte di Cassazione ha stabilito che la competenza territoriale insolvenza di un'impresa spetta al tribunale del luogo della sede effettiva originaria, anche in caso di plurimi trasferimenti di sede infrannuali. Questo principio mira a evitare il "forum shopping". Pertanto, la Corte ha dichiarato la competenza del Tribunale di Roma, annullando la decisione precedente.
Continua »
La Corte di Cassazione ha confermato la **revoca del concordato preventivo** e la successiva dichiarazione di fallimento per un'Azienda in liquidazione. Gli Eredi, creditori per un debito significativo, avevano chiesto il fallimento. L'Azienda aveva proposto un concordato preventivo, ma il piano, basato sulla cessione di immobili, è stato ritenuto irrealizzabile nei tempi previsti. La Corte ha ribadito che lo stato di insolvenza può essere accertato anche con un singolo inadempimento e che la fattibilità del piano di concordato deve essere concreta. La sentenza ha rigettato tutti i motivi di ricorso dell'Azienda, condannandola anche al pagamento delle spese legali.
Continua »
Una società in liquidazione ha contestato la sua Dichiarazione di fallimento, emessa su richiesta di lavoratori creditori. L'azienda sosteneva una difficoltà finanziaria temporanea e non una vera insolvenza. La Corte d'Appello ha confermato il fallimento, rilevando l'assenza di liquidità, l'incompletezza contabile e un indebitamento superiore al patrimonio. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, ribadendo che la Dichiarazione di fallimento era corretta. La Corte ha riconosciuto la legittimazione dei creditori e la fondatezza dello stato di insolvenza, basandosi su vari indici fattuali. La società ha perso e dovrà pagare le spese legali.
Continua »
Una società proponeva un piano di concordato preventivo basato sulla scissione aziendale per superare la crisi. Tuttavia, la società beneficiaria della scissione non rispettava i pagamenti previsti, causando la risoluzione del concordato preventivo e la conseguente dichiarazione di fallimento della debitrice principale. I giudici di merito accertavano l'assenza di esdebitazione e il grave inadempimento della società, confermati dalla revoca definitiva del piano concordatario per mancanza di fattibilità giuridica. L'azienda ricorreva comunque in Cassazione per contestare la risoluzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, poiché la revoca del concordato era già passata in giudicato, condannando inoltre l'impresa per lite temeraria.
Continua »
Un amministratore societario gestiva due aziende collegate. Egli trasferiva un consistente patrimonio immobiliare tramite contratti di locazione strategici tra le due compagini. L'amministratore sospendeva fittiziamente il pagamento dei canoni dovuti alla prima società per poi sublocare gli immobili a terzi e incassare personalmente i relativi proventi. Tale manovra sottraeva risorse ai creditori e generava un pesante debito. Su richiesta della Procura, il tribunale disponeva la dichiarazione di fallimento della società conduttrice. L'amministratore contestava la competenza del giudice, indicando la sede legale formale e non quella effettiva degli affari, e denunciava irregolarità procedurali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha confermato la validità della procedura concorsuale.
Continua »
Un creditore ha chiesto il **fallimento società consortile**. La società ha contestato la sua natura di imprenditore commerciale e il superamento delle soglie. La Corte d'Appello ha confermato il fallimento, stabilendo che una società consortile è un imprenditore commerciale se svolge attività di produzione o scambio di beni/servizi con terzi, anche senza scopo di lucro. La Corte ha anche rilevato il superamento delle soglie di fallibilità e l'esistenza di debiti scaduti. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società, confermando la decisione precedente.
Continua »
Un'Azienda in liquidazione è stata dichiarata fallita su istanza di un Agente della Riscossione per debiti erariali. L'Azienda ha contestato la decisione, sostenendo che i debiti fossero oggetto di contenzioso tributario e che avesse risorse per far fronte alle obbligazioni. La Corte d'Appello ha confermato la **dichiarazione di fallimento**, rilevando l'assenza di provvedimenti di sospensione per i debiti e la mancata prova della capacità patrimoniale dell'Azienda. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Azienda. Ha ribadito che per la dichiarazione di fallimento non serve un accertamento definitivo del credito, ma basta una valutazione incidentale del giudice. L'Azienda non ha contestato adeguatamente le motivazioni sulla sussistenza del debito e sull'insolvenza.
Continua »
Un'Azienda, operante nel settore dei diamanti da investimento, è stata dichiarata fallita dal Tribunale a causa di una grave situazione di insolvenza. Questa includeva la sospensione delle attività, l'incapacità di pagare una sanzione milionaria e numerose richieste di risarcimento. Due Ricorrenti principali hanno impugnato la decisione, sostenendo che l'Azienda potesse ancora recuperare. La Corte d'Appello ha confermato la dichiarazione di fallimento. I Ricorrenti hanno poi presentato un ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso principale inammissibile, poiché contestava valutazioni di fatto, non consentite in Cassazione. Ha anche dichiarato inefficaci i ricorsi incidentali, presentati tardivamente. La dichiarazione di fallimento è stata quindi confermata, e i Ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese legali.
Continua »
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un amministratore unico per bancarotta fraudolenta per distrazione. L'amministratore aveva sottratto oltre 37.000 euro dalle casse della sua società, poi fallita, registrando parte di queste somme come crediti personali. La difesa sosteneva si trattasse di bancarotta preferenziale o che mancasse il dolo. La Cassazione ha ribadito che l'appropriazione di fondi da parte dell'amministratore, anche per compensare presunti crediti, costituisce bancarotta fraudolenta per distrazione, poiché i crediti non erano liquidi e l'intento di sottrarre i beni era evidente, indipendentemente dalla consapevolezza dello stato di insolvenza. Il ricorso è stato respinto.
Continua »
L'Amministratore di un'azienda è stato condannato per **omessa richiesta di fallimento**, un reato di bancarotta semplice. Nonostante l'azienda fosse in grave dissesto finanziario dal 2009, l'Amministratore non ha chiesto il fallimento, aggravando la situazione fino alla dichiarazione di fallimento nel 2011. La Corte d'Appello ha confermato la condanna, evidenziando la sua consapevolezza dello stato di insolvenza e l'uso di prestiti usurari. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il ritardo colposo nella richiesta di fallimento, che aggrava il dissesto, costituisce il reato.
Continua »
I Ricorrenti hanno nascosto il loro stato di insolvenza per incassare ingenti somme di denaro da una vittima, per poi rendersi immediatamente irreperibili. A seguito della condanna per il reato di truffa contrattuale, gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di inganni e richiedendo una nuova valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la responsabilità penale, evidenziando come i raggiri fossero preordinati a celare il dissesto economico. La Suprema Corte ha ricordato che non è possibile riesaminare i fatti già valutati nei precedenti gradi di giudizio se i motivi riproposti sono identici e privi di elementi nuovi. I Ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
Continua »