LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

LexCEDpedia

Insinuazione Al Passivo

Pagina 10 di 32

Provvedimenti

Accertamento del passivo: la banca perde contro il fallimento
Una banca ha richiesto un decreto ingiuntivo contro una società e i suoi garanti per un debito derivante da un finanziamento. Durante la causa, la società è fallita. La Corte d'Appello ha ridotto il debito e condannato i garanti in proporzione alle loro quote. I garanti hanno proposto ricorso principale, mentre il Fallimento ha proposto ricorso incidentale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei garanti. Ha invece accolto il ricorso del Fallimento, stabilendo che l'accertamento del passivo per i crediti verso soggetti falliti spetta esclusivamente al tribunale fallimentare. Di conseguenza, l'azione ordinaria contro la società fallita è improcedibile. La Suprema Corte ha cassato senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti del Fallimento.
Continua »
Insinuazione tardiva al passivo: il ritardo costa caro
Una società creditrice, parte di un'associazione di imprese, ha presentato una domanda di insinuazione tardiva al passivo ben sette anni dopo la dichiarazione di fallimento della capogruppo mandataria. La richiesta riguardava somme incassate dalla curatela tramite l'escussione di una fideiussione. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la domanda perché proposta oltre un anno e mezzo dopo che la creditrice era venuta a conoscenza dell'incasso. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso, ribadendo che per l'insinuazione tardiva al passivo dei crediti sorti durante la procedura il creditore deve attivarsi tempestivamente non appena cessa l'impedimento. La Suprema Corte ha inoltre condannato la ricorrente per lite temeraria a causa dell'infondatezza del ricorso.
Continua »
Scioglimento del contratto di factoring: riserva per il creditore
Una società finanziaria ha anticipato somme a un'azienda di abbigliamento in base a un contratto di factoring. Successivamente, l'azienda è entrata in concordato preventivo e ha ottenuto l'autorizzazione allo scioglimento del contratto di factoring. Dopo il fallimento dell'azienda, la finanziaria ha chiesto di essere ammessa al passivo per recuperare le anticipazioni. Il Tribunale ha rifiutato l'ammissione a titolo contrattuale, ritenendo applicabile solo un indennizzo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della finanziaria: poiché pende un'altra causa sull'efficacia dello scioglimento, il credito deve essere ammesso con riserva. La finanziaria ottiene così la possibilità di far valere le proprie ragioni contrattuali in attesa della decisione definitiva.
Continua »
Insinuazione al passivo: l’estratto di ruolo vince sul fallimento
L'Agente della Riscossione ha richiesto l'insinuazione al passivo del fallimento di una società per crediti fiscali e previdenziali. Il giudice delegato ha respinto la domanda per mancata notifica delle cartelle. Il Tribunale ha invece accolto l'opposizione, ritenendo l'estratto di ruolo una prova sufficiente. La Curatela ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che per l'ammissione al passivo dei crediti tributari e previdenziali non è necessaria la notifica della cartella di pagamento o dell'avviso di addebito, essendo sufficiente la produzione dell'estratto di ruolo. Di conseguenza, il Fallimento perde la causa e deve pagare le spese processuali.
Continua »
Insinuazione al passivo del TFR: paga il fallimento, non l’INPS
Il Lavoratore si dimette per giusta causa a causa del mancato pagamento degli stipendi da parte dell'Azienda. Successivamente, richiede l'insinuazione al passivo del TFR e delle retribuzioni arretrate nei confronti dell'Azienda Fallita. La Curatela Fallimentare si oppone, sostenendo che le quote di TFR maturate dopo il 2006 debbano essere richieste direttamente al Fondo di Tesoreria INPS. Il Tribunale accoglie la domanda del Lavoratore e la Corte di Cassazione conferma la decisione. I giudici chiariscono che il TFR rimane un credito certo ed esigibile nei confronti del datore di lavoro, anche se destinato al fondo pubblico. Pertanto, l'insinuazione al passivo del TFR è pienamente legittima se le quote non sono state effettivamente versate all'INPS, poiché l'azienda fallita non perde la sua responsabilità di debitore principale.
Continua »
Insinuazione al passivo del TFR: lavoratore batte il fallimento
Un lavoratore si dimette per giusta causa a causa del mancato pagamento degli stipendi. Successivamente, chiede l'insinuazione al passivo del TFR e delle retribuzioni arretrate nei confronti dell'azienda fallita. La curatela fallimentare si oppone, sostenendo che le quote di TFR maturate dopo il 2006 dovessero essere richieste direttamente al Fondo di Tesoreria INPS, trattandosi di un'azienda con più di 50 dipendenti. Il Tribunale accoglie la domanda del lavoratore e la Corte di Cassazione conferma la decisione. I giudici stabiliscono che l'insinuazione al passivo del TFR è pienamente legittima: il datore di lavoro rimane il debitore principale del TFR e non perde la sua responsabilità, specialmente se non dimostra di aver effettivamente versato le somme all'INPS. Il ricorso della curatela viene quindi respinto.
Continua »
Equa riparazione: indennizzo pieno anche con fallimento vuoto
Una lavoratrice ha chiesto l'equa riparazione per l'irragionevole durata di un fallimento durato ben diciotto anni oltre il limite consentito. La Corte d'Appello aveva ridotto l'indennizzo parametrando il valore della causa alla somma effettivamente recuperata con il riparto finale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che il valore del diritto accertato deve basarsi sull'importo del credito originariamente ammesso al passivo fallimentare e non su quanto concretamente riscosso. Di conseguenza, la decisione è stata cassata con rinvio per una nuova quantificazione del danno.
Continua »
Credito prededucibile del professionista: stop senza concordato
Il Professionista ha chiesto che il compenso per aver redatto la domanda di concordato preventivo di una società, poi fallita, fosse pagato in prededuzione. Il Tribunale ha negato la richiesta poiché la proposta di concordato non era stata nemmeno dichiarata ammissibile. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, respingendo il ricorso del Professionista. La Suprema Corte ha stabilito che il credito prededucibile del professionista richiede che la procedura di concordato sia stata almeno aperta. Senza questo passaggio, l'attività svolta non arreca alcuna utilità concreta ai creditori. Di conseguenza, il Professionista perde la causa e deve pagare le spese legali.
Continua »
Prededuzione del credito del professionista: no se manca il piano
Un professionista ha chiesto l'ammissione al passivo di un'azienda in amministrazione straordinaria, pretendendo la prededuzione del credito del professionista per l'assistenza prestata nella presentazione di una domanda di concordato con riserva. La proposta e il piano di concordato non erano mai stati depositati, poiché l'azienda aveva optato direttamente per l'amministrazione straordinaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista. I giudici hanno stabilito che, per ottenere la prededuzione, è indispensabile che il debitore sia stato effettivamente ammesso alla procedura di concordato preventivo. In mancanza di tale ammissione e del deposito del piano, non si configura alcuna consecuzione tra le procedure, né la funzionalità dell'opera del professionista alla conservazione del patrimonio aziendale. Il credito viene quindi degradato a credito privilegiato semplice, senza priorità assoluta.
Continua »
Fallimento dell’appaltatore: stop al pagamento diretto del subappaltatore
Un Comune affida la costruzione di una palestra a un Consorzio, che subappalta i lavori a una società. Con un accordo aggiuntivo, si stabilisce il pagamento diretto del subappaltatore da parte del Comune. Successivamente, il Consorzio appaltatore fallisce e il Comune interrompe i pagamenti diretti. Il subappaltatore chiede il saldo dei lavori eseguiti, ma la Corte di Cassazione rigetta la domanda. I giudici chiariscono che il pagamento diretto del subappaltatore è un meccanismo applicabile solo se l'appaltatore è attivo (in bonis). Con il fallimento dell'appaltatore, il contratto si scioglie automaticamente e le somme residue devono essere versate alla curatela fallimentare. Il subappaltatore non può scavalcare gli altri creditori e deve insinuarsi al passivo del fallimento dell'appaltatore per recuperare il proprio credito.
Continua »
Clausola uso piazza: perché la banca perde contro il fallimento
Una società contesta alla banca l'applicazione di tassi d'interesse illegittimi sul proprio conto corrente. Dopo il fallimento della società, il curatore prosegue la causa. La Corte d'Appello convalida un tasso del 18% ritenendo valida la pattuizione iniziale, nonostante i successivi rinvii alla clausola uso piazza. La Cassazione accoglie il ricorso della procedura concorsuale: stabilisce che la clausola uso piazza è nulla per indeterminatezza e che la banca non può ottenere una condanna al pagamento diretta contro il fallimento, dovendo invece proporre domanda di insinuazione al passivo. La sentenza viene cassata con rinvio.
Continua »
Azione revocatoria ordinaria: l’ipoteca tardiva non salva il credito
Una società creditrice ha richiesto l'ammissione al passivo fallimentare di un cliente per oltre 660.000 euro, pretendendo il privilegio ipotecario basato su un'ipoteca volontaria concessa dopo la nascita del debito. Il Tribunale ha negato il privilegio, qualificando l'atto come gratuito e revocabile. La Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che la costituzione di ipoteca successiva al sorgere del debito costituisce un atto a titolo gratuito. Di conseguenza, l'operazione è soggetta ad azione revocatoria ordinaria senza che rilevi la buona fede del creditore. La norma che esclude dalla revoca l'adempimento di debiti scaduti non si applica alla concessione di nuove garanzie reali, che restano atti di disposizione patrimoniale liberi e revocabili.
Continua »
Insinuazione al passivo: perché le scritture contabili non bastano
Una società creditrice ha richiesto l'insinuazione al passivo del fallimento di un'azienda partner per recuperare oltre 185.000 euro, ritenendo che la somma le spettasse come compenso per lavori pubblici eseguiti in associazione. Il Tribunale ha respinto la domanda per mancanza di prove dell'accordo di ripartizione dei compensi, precisando che il denaro, essendo un bene fungibile, non può essere oggetto di rivendicazione ma solo di credito ordinario. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che spetta solo al giudice di merito valutare la gravità degli indizi e che le scritture contabili della società fallita non vincolano il giudice fallimentare nella verifica dei crediti. Di conseguenza, la società creditrice ha perso definitivamente la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
Continua »
Insinuazione al passivo con estratto di ruolo: sì senza notifica
L'Agente della Riscossione ha richiesto l'ammissione al passivo del fallimento di una società per crediti previdenziali e tributari. Il Tribunale ha respinto la domanda per i crediti privi di prova della notifica delle cartelle esattoriali o degli avvisi di addebito. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del concessionario. I giudici hanno stabilito che l'insinuazione al passivo con estratto di ruolo è pienamente valida anche senza la preventiva notifica della cartella di pagamento o dell'avviso di addebito. L'estratto di ruolo è infatti un documento idoneo a dimostrare l'esistenza del credito nel concorso fallimentare, garantendo al contempo il diritto del curatore di contestare la pretesa.
Continua »
Opposizione allo stato passivo: vietate le domande nuove
Il Fallimento di un'impresa ha proposto opposizione allo stato passivo del Fallimento di un'altra società, chiedendo l'ammissione di un credito di circa 129.000 euro per pagamenti eseguiti in suo favore. In via subordinata, l'opponente ha formulato per la prima volta una domanda di ingiustificato arricchimento. Il Tribunale ha accolto l'opposizione, ma la Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione. La Suprema Corte ha stabilito che l'opposizione allo stato passivo ha natura impugnatoria ed è retta dal principio di immutabilità della domanda. Di conseguenza, non è consentito introdurre domande nuove o modificare sostanzialmente quelle già avanzate nella fase di insinuazione al passivo. Il decreto impugnato è stato cassato con rinvio.
Continua »
Indennità di occupazione: il fallimento paga ma senza privilegi
Una società sublocatrice chiede l'ammissione al passivo del fallimento della subconduttrice per canoni non pagati e per l'indennità di occupazione dell'immobile industriale trattenuto dopo il fallimento. Il Tribunale ammette parzialmente il credito ma sbaglia la quantificazione e nega il privilegio speciale. La Cassazione chiarisce che l'indennità di occupazione, dovuta dal fallimento fino alla riconsegna effettiva dell'immobile, va calcolata in prededuzione usando come parametro il canone originario (Art. 1591 c.c.). Conferma invece l'esclusione del privilegio speciale ex art. 2764 c.c. perché la creditrice non ha specificato i beni mobili su cui esercitarlo. La sentenza viene cassata con rinvio per ricalcolare correttamente le somme spettanti alla sublocatrice.
Continua »
Previdenza complementare: no al rimborso diretto al lavoratore
Tre lavoratori hanno fatto causa al proprio datore di lavoro e all'azienda committente per ottenere la restituzione delle somme trattenute in busta paga e mai versate al fondo di previdenza complementare a cui avevano aderito. Dopo aver revocato la delega al versamento, i dipendenti pretendevano il pagamento diretto di tali importi. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta dei lavoratori, stabilendo che le somme destinate alla previdenza complementare hanno natura previdenziale e non retributiva. Di conseguenza, il lavoratore non ha diritto a ricevere direttamente queste somme, ma può solo pretendere che il datore di lavoro le versi al fondo pensionistico o, in alternativa, chiedere il risarcimento del danno subito.
Continua »
Insinuazione al passivo: sì al fisco anche senza cartella
L'Agente della Riscossione ha proposto opposizione contro l'esclusione di un proprio credito tributario dal passivo del fallimento di una società. Il Tribunale aveva respinto l'opposizione ritenendo necessaria la previa notifica delle cartelle esattoriali per garantire il diritto di difesa del curatore. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agente, stabilendo che per l'insinuazione al passivo dei crediti tributari è sufficiente la produzione del ruolo o dell'estratto di ruolo, senza che occorra la previa notifica della cartella di pagamento. Il ruolo costituisce infatti titolo esecutivo e il curatore può comunque contestare il credito davanti al giudice tributario dopo averne avuto conoscenza tramite la domanda di insinuazione al passivo. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
Continua »
Insinuazione al passivo: ko se la diffida non è definitiva
Una lavoratrice ha chiesto l'insinuazione al passivo del fallimento della sua ex azienda per ottenere il pagamento del TFR e di alcune mensilità arretrate. A sostegno della richiesta, ha presentato una diffida accertativa dell'Ispettorato del lavoro. Tuttavia, tale atto è stato notificato poco prima del fallimento ed è diventato definitivo solo successivamente. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda, stabilendo che la diffida accertativa non ancora definitiva al momento della dichiarazione di fallimento non è opponibile alla procedura concorsuale. Inoltre, la lavoratrice non ha fornito prove adeguate, come il modello CUD o testimonianze ammissibili, per dimostrare lo svolgimento dell'attività lavorativa e l'ammontare del TFR. Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile.
Continua »
Omesso versamento IVA: il cliente non paga ma il sequestro resta
L'Amministratore di una società ha impugnato il sequestro preventivo per equivalente disposto a seguito del reato di omesso versamento IVA per gli anni 2016 e 2017. La difesa ha sostenuto che il mancato pagamento fosse dovuto al mancato incasso delle fatture da parte del cliente principale, poi fallito, invocando la forza maggiore e l'assenza di dolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di versare l'imposta prescinde dall'effettiva riscossione del corrispettivo, rientrando il mancato pagamento del cliente nel normale rischio d'impresa. Inoltre, l'imprenditore non ha dimostrato di aver attivato tempestive azioni di recupero crediti. Di conseguenza, il sequestro dei beni dell'amministratore è stato confermato e lo stesso è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
Continua »