Definizione
È un reato (previsto dall'art. 316-ter c.p.) che punisce chi ottiene fondi pubblici tramite la presentazione di dichiarazioni o documenti falsi, senza però porre in essere un'attività ingannatoria complessa (artifizi e raggiri) che induca in errore la Pubblica Amministrazione. È considerato un reato 'residuale' rispetto alla truffa aggravata.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 57 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 47% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 36%
- Rigettato 15%
- Inammissibile 47%
- Altro 2%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 644%
- Penale Sez. 244%
- Penale Sez. 711%
Precedenti più richiamati
- Cass. S.U. 7537/2010in 13 provvedimenti
- Cass. 23163/2016in 11 provvedimenti
- Cass. 44878/2019in 11 provvedimenti
- Cass. 31223/2021in 5 provvedimenti
- Cass. S.U. 16568/2007in 17 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'Imputata ha ricevuto contributi pubblici per la ricostruzione post-sisma, dichiarando falsamente che un immobile distrutto fosse la sua abitazione principale. In realtà, l'immobile era affittato e lei risiedeva altrove. La Corte ha confermato la condanna per indebita percezione di erogazioni pubbliche, chiarendo che "abitazione principale" non è sinonimo di "prima casa" fiscale. Ha escluso l'errore incolpevole, poiché l'Imputata era consapevole della falsità delle sue dichiarazioni. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna e l'obbligo di risarcire le spese al Comune.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche (art. 316-ter c.p.). Il ricorrente contestava la valutazione dei fatti e dell'elemento soggettivo da parte dei giudici precedenti. La Suprema Corte ha ritenuto che le doglianze fossero mere contestazioni di fatto, già adeguatamente esaminate, e non questioni di legittimità. Di conseguenza, il cittadino è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende.
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Due individui sono stati condannati per indebita percezione di erogazioni pubbliche. Essi avevano ottenuto l'assegno sociale dall'INPS dichiarando falsamente la residenza in Italia, pur vivendo all'estero. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. I ricorrenti hanno presentato ricorso in Cassazione, sollevando questioni sulla prescrizione del reato, sulla validità delle notifiche, sull'assenza di dolo (intenzione di commettere il reato) e sull'omessa istruttoria. La Suprema Corte ha dichiarato tutti i ricorsi inammissibili. Ha riconosciuto la prescrizione del reato, ma in un momento successivo alla sentenza d'appello. Ha respinto le altre argomentazioni, confermando la logicità e la fondatezza delle decisioni dei giudici di merito. I ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e una sanzione.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un imprenditore, legale rappresentante di una ditta di autotrasporti, condannato per tentata truffa aggravata. L'imprenditore aveva presentato una dichiarazione falsa all'Ufficio delle Dogane per ottenere una riduzione dell'accisa sul gasolio, includendo rifornimenti per mezzi non di proprietà o non correttamente indicati. La Suprema Corte ha confermato la condanna, ritenendo la condotta ingannevole e la piena consapevolezza dell'illecito. Ha escluso l'applicabilità della particolare tenuità del fatto, data la reiterazione delle condotte e la potenziale entità del danno. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Due donne, madre e figlia, sono state condannate per **indebita percezione di erogazioni pubbliche**. Hanno ottenuto contributi destinati all'alloggio presentando contratti di locazione fittizi e omettendo il rapporto di parentela. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i loro ricorsi, confermando le condanne a un anno e quattro mesi di reclusione. La sentenza ha ribadito che le condotte erano fraudolente e che l'elemento soggettivo del reato (l'intenzione di ingannare) era pienamente provato, respingendo le argomentazioni difensive come alternative letture dei fatti già esaminati.
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La Corte di Cassazione ha annullato il sequestro preventivo di oltre 245.000 euro disposto a carico di un imprenditore per presunta indebita percezione di erogazioni pubbliche legate all'emergenza pandemica. L'accusa contestava l'omessa comunicazione dell'esistenza di una precedente interdittiva antimafia prefettizia che aveva colpito un'altra società del medesimo gruppo. I giudici di legittimità hanno chiarito che le preclusioni di legge riguardano solo le misure di prevenzione definitive disposte dal giudice penale e non i provvedimenti amministrativi prefettizi su società diverse. Non sussiste alcun obbligo di dichiarazione penale in assenza di requisiti ostativi tipizzati. La Cassazione ha pertanto disposto la restituzione immediata di tutte le somme sequestrate.
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L'amministratore formale e l'amministratore di fatto di una cooperativa hanno ottenuto contributi pubblici per diciannovemila euro destinati all'occupazione. Per accedere ai fondi, l'amministratore formale ha dichiarato falsamente lo stato di disoccupazione dell'altro soggetto. In realtà, la persona figurava già come centro decisionale e gestore operativo della società. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale per il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. I giudici hanno chiarito che i finanziamenti statali spettano unicamente a chi si trova realmente privo di occupazione. L'attività continuativa di gestione aziendale esclude lo stato di disoccupato. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili con condanna al pagamento delle spese.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per l'indebita percezione di erogazioni pubbliche. L'imputata aveva ottenuto contributi agricoli europei fornendo false dichiarazioni sulla disponibilità dei terreni. La Suprema Corte ha confermato la decisione della Corte d'Appello, ritenendo che le censure fossero mere riproposizioni di questioni di fatto già esaminate e logicamente respinte. La sentenza ha ribadito l'esistenza del dolo generico e l'infondatezza delle contestazioni sulla valutazione delle prove. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Un beneficiario ha percepito il sussidio statale omettendo di dichiarare vincite ottenute tramite piattaforme telematiche. I giudici di merito lo hanno condannato alla pena di due anni e un mese di reclusione per false dichiarazioni e indebita percezione. L'imputato ha presentato ricorso sostenendo che le vincite reali fossero irrisorie, poiché le somme erano state subito rigiocate per coprire perdite pregresse. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo il principio di diritto sul binomio tra reddito di cittadinanza e vincite al gioco. Le vincite costituiscono reddito lordo dal momento dell'accredito sul conto gioco e non ammettono compensazioni con le somme perse. Il richiedente deve sempre comunicare gli importi vinti per intero, rendendo definitiva la condanna.
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Un cittadino ha subito una condanna a sei mesi di reclusione per il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. Il giudice di primo grado ha omesso di applicare la confisca obbligatoria del profitto derivante dall'illecito, quantificato in oltre quarantottomila euro. La Procura Generale ha impugnato la pronuncia davanti alla Corte di Cassazione, chiedendo l'applicazione diretta della misura patrimoniale. I giudici di legittimità hanno accolto l'impugnazione, rilevando l'errore del tribunale. Tuttavia, la Suprema Corte ha disposto il rinvio alla Corte d'Appello per determinare l'esatto importo del profitto attraverso il necessario contraddittorio tra le parti.
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Un amministratore societario ha rendicontato costi ordinari di gestione e precedenti contratti di collaborazione come spese ammissibili per ottenere fondi regionali di sviluppo. La Guardia di Finanza ha accertato l'illegittima erogazione di oltre 125.000 euro, integrando il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche e la responsabilità della società. La difesa ha sostenuto l'assenza di dolo, attribuendo gli errori al consulente incaricato del rendiconto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi: la sottoscrizione del rendiconto impone all'amministratore l'onere di vigilanza, confermando le sanzioni e la confisca a carico dell'impresa.
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L'Azienda e i suoi gestori avevano organizzato un sistema fraudolento per convertire in denaro il bonus cultura destinato ai diciottenni. Attraverso intermediari, raccoglievano le credenziali dei giovani, consegnavano loro contanti e simulavano la vendita di libri mai avvenuta, ottenendo i rimborsi dallo Stato. Il Tribunale del Riesame aveva riqualificato il fatto nel meno grave reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore, stabilendo che la condotta integra il reato di truffa aggravata. Esisteva infatti una complessa messa in scena con artifici e raggiri idonei a indurre in errore l'amministrazione erogatrice, superando la semplice falsa dichiarazione. Di conseguenza, l'ordinanza di annullamento delle misure cautelari è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Un commerciante e i suoi complici hanno ideato un sistema per monetizzare il bonus cultura "18app". Invece di vendere libri, convertivano i buoni in contanti trattenendo una percentuale, simulando poi le vendite con false fatture per ottenere i rimborsi dallo Stato per circa 2,8 milioni di euro. Il Tribunale del Riesame aveva qualificato il fatto come semplice illecito amministrativo di indebita percezione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Procuratore, stabilendo che la complessa messa in scena integra il reato di truffa aggravata per erogazioni pubbliche. La Cassazione ha annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo giudizio.
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Due indagati avevano creato un'organizzazione per monetizzare illecitamente il bonus cultura riservato ai diciottenni. Reclutavano i giovani tramite intermediari, compravano le loro credenziali in cambio di contanti e simulavano vendite di libri mai avvenute attraverso una libreria compiacente, ottenendo i rimborsi dallo Stato. Il Tribunale del Riesame aveva qualificato il fatto come indebita percezione di erogazioni pubbliche. La Cassazione ha invece accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che la condotta integra il più grave reato di truffa aggravata. Esisteva infatti un sistema complesso di artifici e raggiri che ha indotto in errore l'amministrazione, superando la semplice falsa autocertificazione. La Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per una nuova decisione sulle misure cautelari.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di una lavoratrice per il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche. La donna aveva incassato oltre ventimila euro di indennità di disoccupazione dall'INPS, dichiarando falsamente di aver lavorato come dipendente nell'impresa di ristorazione del coniuge. I giudici hanno accertato che si trattava in realtà di una semplice collaborazione familiare, priva dei requisiti del lavoro subordinato (come orari fissi e stipendio costante). La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, che contestava la ricostruzione dei fatti e il superamento della soglia di punibilità penale. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Un professionista, accusato di truffa aggravata per aver reso false dichiarazioni sulla mancanza di incompatibilità con una clinica privata, ha impugnato il sequestro dei suoi beni e la sospensione dal servizio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando la necessità di ridefinire la qualificazione giuridica del fatto. I giudici hanno chiarito che, se l'ente pubblico si limita a recepire l'autocertificazione senza svolgere verifiche autonome, si configura il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche e non quello di truffa aggravata. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio al Tribunale di Catanzaro per una nuova valutazione dei fatti e delle motivazioni del sequestro.
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Un imprenditore ha ottenuto un contributo a fondo perduto di oltre 17.000 euro previsto dal Decreto Sostegni. La Procura ha disposto il sequestro preventivo della somma ipotizzando il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche, poiché l'uomo aveva omesso di dichiarare di essere destinatario di un'interdittiva antimafia prefettizia. La Corte di Cassazione ha annullato il sequestro senza rinvio. I giudici hanno chiarito che l'interdittiva antimafia non rientra tra le misure di prevenzione che precludono per legge l'accesso ai contributi pubblici. Di conseguenza, non sussiste alcun obbligo di dichiarazione in tal senso e l'omissione non costituisce reato, rendendo illegittima l'applicazione analogica sfavorevole della norma penale. La somma sequestrata deve essere interamente restituita all'avente diritto.
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Il caso riguarda un'articolata frode sul bonus cultura. L'Indagato, d'accordo con diversi giovani, simulava l'acquisto di libri mai consegnati attraverso una piattaforma informatica, ottenendo rimborsi dallo Stato e spartendo il denaro. Il Tribunale del Riesame aveva annullato il sequestro dei beni dell'indagato, ritenendo il fatto un semplice illecito amministrativo. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che la complessa messa in scena con fatture false e finti acquisti integra il reato di truffa aggravata. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza di sblocco dei beni, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione.
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L'Amministratore di una società era indagato per il reato di indebita percezione di erogazioni pubbliche, avendo ottenuto rimborsi statali per il bonus carta del docente tramite fatture falsificate per beni non consentiti. Il Tribunale di Cosenza aveva confermato il sequestro preventivo dei suoi beni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato, stabilendo che il reato si consuma nel luogo in cui l'ente pubblico dispone l'accredito del denaro (in questo caso Roma, sede del Ministero) e non dove sono state emesse le fatture (Cosenza). Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio il sequestro per incompetenza territoriale del giudice che lo aveva emesso, ordinando la trasmissione degli atti al Tribunale di Roma per la prosecuzione del procedimento.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni di reclusione nei confronti di un soggetto accusato del reato di truffa per erogazioni pubbliche. La difesa sosteneva che la condotta dovesse essere riqualificata nel più lieve reato di indebita percezione di fondi pubblici e che il reato fosse prescritto. I giudici di legittimità hanno invece dichiarato inammissibile il ricorso. La Corte ha chiarito che la prescrizione era stata interrotta tempestivamente e che la truffa per erogazioni pubbliche si configura quando vi è un effettivo raggiro che trae in errore l'ente erogatore, non potendosi applicare la fattispecie minore basata sul semplice silenzio. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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