Definizione
Espressione latina che indica un danno automatico, che non ha bisogno di essere dimostrato perché implicito nel fatto stesso.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 194 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 41% dei casi il ricorso è stato accolto, almeno in parte.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 41%
- Rigettato 36%
- Inammissibile 20%
- Estinto 1%
- Altro 3%
Provvedimenti per anno
2019
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 343%
- Civile Sez. 129%
- Civile Sez. 228%
Precedenti più richiamati
- Cass. 7594/2018in 9 provvedimenti
- Cass. 8861/2021in 7 provvedimenti
- Cass. 27389/2022in 4 provvedimenti
- Cass. 31537/2018in 6 provvedimenti
- Cass. 29206/2019in 5 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Una cooperativa contestava un verbale ispettivo che richiedeva il versamento dei premi assicurativi su somme corrisposte ai lavoratori come indennità di trasferta forfettaria. La società sosteneva l'esenzione contributiva delle somme o l'applicazione del regime agevolato per il personale viaggiante. L'ente previdenziale chiedeva invece il versamento ordinario dei premi. I giudici hanno accertato che i contratti indicavano la sede fissa di lavoro e che l'azienda non aveva fornito alcuna prova documentale degli spostamenti provvisori. La Corte di Cassazione ha confermato il debito della società: il datore di lavoro deve provare rigorosamente i singoli spostamenti per ottenere l'esenzione contributiva.
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A seguito del sisma in Abruzzo, una legge speciale dispose la sospensione delle rate dei finanziamenti. Nonostante tale blocco, due istituti di credito procedettero con una segnalazione illegittima al CRIF a carico di un operatore finanziario per rate non pagate. L'interessato citò gli istituti chiedendo il risarcimento dei danni all'onore, alla salute e al lavoro. I giudici hanno accertato l'illiceità dell'iscrizione nelle banche dati. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha confermato il rigetto delle richieste risarcitorie. Il danno all'immagine non è automatico: la vittima deve provare rigorosamente la perdita patrimoniale o personale sofferta e il legame causale con l'illecito. In assenza di tali riscontri concreti, nessun risarcimento può essere riconosciuto.
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La Corte di Cassazione affronta la revocatoria fallimentare del mutuo erogato da un istituto di credito a una società poco prima dell'apertura del concordato preventivo e del conseguente fallimento. L'ente bancario richiedeva l'ammissione al passivo fallimentare per il recupero del credito. Il curatore ha eccepito l'inefficacia del finanziamento, provando la conoscenza del dissesto societario da parte della banca all'atto della concessione del denaro. I giudici di legittimità hanno confermato la piena applicabilità del rimedio revocatorio anche al mutuo bancario, qualificandolo come atto oneroso che aggrava l'indebitamento dell'impresa. La garanzia pubblica straordinaria non esonera la banca dall'onere di vagliare attentamente il merito creditizio.
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Un cittadino straniero subisce una condanna per violazione della legge sugli stupefacenti. Il Tribunale prima e la Corte d'Appello poi non traducono i provvedimenti nella lingua conosciuta dall'imputato alloglotto. I giudici di secondo grado respingono il reclamo difensivo, affermando che il difensore ha comunque impugnato la decisione senza dimostrare un danno pratico e concreto. La Corte di Cassazione accoglie invece il ricorso della difesa. I giudici supremi stabiliscono che l'omessa traduzione della sentenza lede il diritto di difesa e genera una nullità a regime intermedio. La parte non deve provare alcun pregiudizio effettivo, poiché l'impossibilità di comprendere l'atto priva direttamente l'imputato delle sue prerogative difensive. La Cassazione annulla senza rinvio le pronunce e trasmette gli atti al primo giudice per procedere alla necessaria traduzione.
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Un'amministrazione fiscale ha inflitto una sospensione lavorativa a un dipendente con mansioni direttive per non aver dichiarato la propria iscrizione e la carica di legale rappresentante in due associazioni massoniche. I giudici territoriali avevano cancellato il provvedimento, ritenendo necessaria la prova di un danno reale o di concrete interferenze con le mansioni svolte. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato tale impostazione, stabilendo la piena operatività dell'obbligo informativo a carico del lavoratore. La legge richiede la trasparenza per consentire all'ente pubblico una valutazione preventiva di potenziali conflitti di interesse. Di conseguenza, la mancata comunicazione preventiva di sodalizi che esigono vincoli di fedeltà reciproca legittima una sanzione disciplinare dipendente pubblico a prescindere dal verificarsi di effettivi favoritismi.
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Alcuni agenti di polizia locale hanno citato in giudizio l'ente comunale datore di lavoro a causa del ritardo e della mancata fornitura delle divise di servizio. I lavoratori hanno richiesto il riconoscimento del diritto all'indennità sostitutiva vestiario, oltre al risarcimento dei danni patrimoniali e d'immagine per aver dovuto indossare abiti vecchi o civili. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli agenti. La Suprema Corte ha chiarito che il ritardo del datore costituisce un inadempimento contrattuale, ma non genera automaticamente un'indennità economica né un risarcimento in assenza di prove di effettivi esborsi o perdite patrimoniali sostenute dai dipendenti per l'acquisto di abiti alternativi.
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Un Lavoratore, vigile urbano, ha chiesto al Comune un aumento di retribuzione e il risarcimento per il danno da usura psico-fisica, sostenendo di aver lavorato nei giorni festivi senza il dovuto riposo settimanale. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso. Ha stabilito che l'Art. 22 del CCNL per gli enti locali compensa già il disagio del lavoro a turni nei giorni festivi, purché sia rispettato il limite orario settimanale. La maggiorazione dell'Art. 24 si applica solo per lavoro extra o sul giorno di riposo assegnato. Il danno da usura psico-fisica non si presume se il riposo settimanale viene solo spostato e non definitivamente negato, richiedendo prova specifica.
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Un lavoratore, inquadrato come geometra capo (categoria D), subiva un demansionamento quando l'Ente Pubblico lo assegnava a mansioni inferiori (categoria C). I giudici di merito riconoscevano il demansionamento e condannavano l'Ente al risarcimento del danno. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Ente, confermando che il danno da demansionamento, sebbene non sia automatico (in re ipsa), può essere provato e liquidato in via equitativa, considerando la perdita di professionalità e la durata della dequalificazione. L'Ente deve pagare le spese legali.
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Una lavoratrice ha ottenuto il risarcimento per l'abuso dei contratti a termine dopo anni di precariato presso un'Azienda Sanitaria Pubblica. Nonostante la successiva assunzione di ruolo tramite un concorso pubblico con riserva di posti, la Corte di Cassazione ha confermato il diritto della dipendente al risarcimento. I giudici hanno chiarito che il superamento di un concorso non cancella l'illecito commesso dall'amministrazione, poiché non costituisce una stabilizzazione in senso tecnico né un rimedio diretto alla precedente precarizzazione. L'Azienda Sanitaria deve quindi versare un'indennità risarcitoria pari a sei mensilità dell'ultima retribuzione, oltre al pagamento integrale delle spese di giudizio.
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Un'Azienda è stata segnalata alla Centrale Rischi per un importo superiore al dovuto da un Ente Finanziario, impedendole l'accesso a nuovi finanziamenti. L'Azienda ha chiesto il risarcimento dei danni, sostenendo che la segnalazione fosse illegittima e che il danno fosse "in re ipsa". Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno rigettato la domanda, ritenendo che l'Azienda non avesse provato il danno subito. La Cassazione ha confermato questa decisione, ribadendo che il danno da segnalazione illegittima Centrale Rischi non è automatico e deve essere sempre dimostrato concretamente.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una Lavoratrice che aveva ottenuto il riconoscimento del danno da demansionamento e altri risarcimenti da parte di un Ente Pubblico. L'Ente aveva contestato la decisione, sostenendo che il danno da demansionamento non dovesse essere considerato automatico ("in re ipsa") e che i giudici di merito avessero accettato acriticamente la perizia tecnica. La Cassazione ha respinto il ricorso dell'Ente. Ha ribadito che il danno da demansionamento non è automatico, ma ha confermato che i giudici di merito avevano correttamente valutato le prove, inclusa la consulenza tecnica d'ufficio, e che l'onere della prova era stato applicato correttamente. La Lavoratrice ha quindi visto confermati i suoi diritti al risarcimento.
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Un Proprietario confinante ha citato in giudizio un'Azienda per la violazione delle distanze legali tra costruzioni, a causa di una sopraelevazione. Il Tribunale ha ordinato l'arretramento e il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello ha confermato. L'Azienda ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'obbligo di integrazione del contraddittorio, la qualificazione della sopraelevazione come nuova costruzione e la liquidazione del danno in re ipsa. La Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la sopraelevazione costituiva nuova costruzione soggetta alle distanze legali e che il danno era in re ipsa.
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Due investitori hanno citato in giudizio una Banca per la sottoscrizione di quote di fondi comuni, lamentando la violazione delle norme sull'intermediazione finanziaria e un conflitto d'interessi bancario non adeguatamente evidenziato. La Banca, parte dello stesso gruppo della società di gestione del risparmio, non aveva fornito un'informativa chiara e graficamente evidente sul conflitto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna della Banca, ribadendo che la violazione dell'obbligo di astensione in caso di conflitto d'interessi esclude la necessità di provare il nesso causale tra la violazione e il danno, ritenendolo "in re ipsa".
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Un Proprietario ha citato in giudizio i Vicini per la violazione delle **distanze legali nelle costruzioni**, chiedendo l'arretramento del loro immobile e il risarcimento danni. I Vicini hanno sostenuto l'usucapione del diritto a mantenere la costruzione a distanza inferiore. Il Tribunale ha ordinato l'arretramento ma negato il risarcimento. La Corte d'Appello ha confermato entrambe le decisioni. La Cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso dei Vicini, confermando che l'intervento edilizio era una nuova costruzione e che le parti seminterrate contano per le distanze. Ha accolto il ricorso del Proprietario sul danno, affermando che il danno da violazione delle distanze è 'in re ipsa' (automatico). Tuttavia, la Corte ha rimesso la questione della risarcibilità del danno da lesione del diritto di proprietà alle Sezioni Unite.
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I Proprietari hanno citato L'Occupante per il danno da occupazione abusiva di un immobile. Il Tribunale ha accolto la domanda, ma la Corte d'Appello ha ridotto l'importo. L'Occupante ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il danno non è in re ipsa e richiede prova specifica. La Corte di Cassazione, notando un contrasto giurisprudenziale sulla natura del danno da occupazione abusiva, ha rinviato la decisione, in attesa del chiarimento delle Sezioni Unite.
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Una società proprietaria ha richiesto il risarcimento per la prolungata occupazione sine titulo di un complesso immobiliare da parte di un'altra azienda. La Corte d'Appello ha riconosciuto il danno emergente e ha calcolato l'indennizzo applicando i valori ufficiali OMI e le perizie tecniche. La società occupante ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo la mancanza di prova del danno. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che le valutazioni delle prove spettano al giudice di merito. La decisione conferma che l'occupazione illegittima da diritto al risarcimento quando il danno emergente risulta adeguatamente provato tramite presunzioni e dati di mercato. La parte soccombente deve pagare le spese di giudizio.
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I giudici di merito hanno condannato il legale rappresentante di una società di consulenza per il reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti, finalizzato a far evadere l'IVA a una ditta terza. La difesa ha contestato la condanna, dimostrando l'effettivo svolgimento dell'attività di intermediazione commerciale e l'assenza del dolo di evasione. La Corte di Cassazione ha accolto le censure difensive: l'attività lavorativa era reale e i giudici d'appello hanno presunto il fine di evasione in modo automatico ed errato. Tuttavia, data la fondatezza del ricorso e il decorso del tempo massimo previsto dalla legge, i Supremi Giudici hanno annullato la sentenza senza rinvio per sopravvenuta prescrizione del reato.
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Una vicina agisce contro un uomo per ottenere la demolizione di una veranda e il ripristino dei luoghi. I giudici ordinano l'abbattimento dell'opera. La moglie dell'uomo, comproprietaria dell'immobile in regime di comunione legale, scopre l'esito della causa a cui non ha partecipato. La donna avvia un'opposizione di terzo per tutelare i propri diritti lesi. La Corte d'Appello respinge la domanda, ma la Corte di Cassazione ribalta la decisione. I giudici supremi affermano che sussiste il litisconsorzio necessario comproprietari quando si chiede la distruzione di una porzione immobiliare comune. Senza la citazione di entrambi i coniugi la pronuncia resta inutilizzabile. La Suprema Corte accoglie il ricorso della comproprietaria e rinvia la causa a un nuovo collegio per il riesame.
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La Corte di Cassazione ha annullato l'ordinanza con cui la Corte di Appello aveva dichiarato inammissibile l'impugnazione proposta da un'imputata straniera perché ritenuta tardiva. L'imputata, priva di conoscenza della lingua italiana, aveva espressamente richiesto la traduzione della sentenza di condanna di primo grado nella propria lingua madre, autorizzata dal giudice ma mai notificata né eseguita. I Supremi Giudici hanno stabilito che l'omessa traduzione della sentenza non rende l'atto nullo, ma sospende la decorrenza dei termini di impugnazione per l'imputata, che rimangono aperti fino all'effettiva conoscenza dell'atto tradotto. La mancata traduzione lede il diritto fondamentale di difesa, impedendo alla persona condannata di comprendere i motivi della decisione e di contestarli tempestivamente.
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Il Tribunale di Roma ha respinto un ricorso d'urgenza presentato da un collaboratore scolastico escluso dalle graduatorie ATA per presunte false certificazioni. La decisione si focalizza sull'assenza del periculum in mora: il ricorrente non ha fornito prove specifiche circa l'irreparabilità del danno economico e professionale, rendendo le sue allegazioni troppo generiche per la tutela cautelare.
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