Definizione
Si verifica quando la pena applicata non è prevista dalla legge per quel reato, o quando la sua specie o quantità è diversa da quella legalmente stabilita. È un concetto diverso dalla pena 'non congrua', che attiene a una valutazione di merito sulla sua adeguatezza al caso concreto.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 108 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 75% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 22%
- Rigettato 3%
- Inammissibile 75%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 760%
- Penale Sez. 224%
- Penale Sez. 617%
Precedenti più richiamati
- Cass. 19757/2019in 20 provvedimenti
- Cass. 28578/2018in 5 provvedimenti
- Cass. S.U. 28908/2018in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 33040/2015in 10 provvedimenti
- Cass. S.U. 38809/2022in 7 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'Imputato ha concordato l'applicazione della pena davanti al Giudice dell'udienza preliminare, definendo il procedimento con il rito alternativo prescelto. Successivamente, il medesimo soggetto ha presentato impugnazione dinanzi alla Corte Suprema per contestare la sentenza emessa su richiesta delle parti. I Supremi Giudici hanno respinto l'istanza e dichiarato inammissibile il ricorso contro il patteggiamento. La decisione ha evidenziato l'assenza dei requisiti specifici di legge, poiché le censure non riguardavano vizi del consenso, errata qualificazione giuridica del fatto o pene fuori norma. La Corte ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese di giudizio e a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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L'Imputato ha concordato una pena davanti al Giudice per le indagini preliminari mediante l'applicazione della pena su richiesta delle parti. Dopo la decisione favorevole all'accordo, l'interessato ha presentato ricorso per Cassazione contestando la pronuncia. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La legge circoscrive in modo rigoroso i casi in cui è consentito proporre un ricorso contro patteggiamento. Le lamentele sollevate non riguardavano la reale volontà dell'interessato, il difetto di corrispondenza tra patto e sentenza, l'inquadramento del reato o l'illegalità della pena. L'Imputato ha subito la condanna al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una Condannata la cui pena era stata oggetto di rideterminazione pena. La Corte d'Appello aveva rideterminato la sanzione, omettendo però di applicare la sospensione condizionale della pena, già riconosciuta in primo grado e divenuta definitiva, e commettendo un errore nel calcolo della pena. La Cassazione ha annullato la decisione della Corte d'Appello, stabilendo che il Giudice dell'esecuzione deve correggere le illegalità della pena. Ha quindi rideterminato la pena in otto mesi di reclusione e 206 euro di multa, con applicazione della sospensione condizionale.
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Un Lavoratore ha ricevuto una condanna per resistenza a pubblico ufficiale tramite patteggiamento, beneficiando della sospensione condizionale della pena nonostante precedenti condanne. Il Procuratore ha impugnato la sentenza, sostenendo l'illegalità della pena a causa dell'indebita concessione della sospensione e dell'errato calcolo per il reato continuato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo che l'illegalità della pena si riferisce solo a vizi strettamente legati alla sua entità o specie, non a errori nel calcolo o nella concessione di benefici accessori come la sospensione condizionale.
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Un Ricorrente aveva patteggiato una pena per reati di furto. Successivamente, ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'illegalità della pena. Sosteneva che il giudice non aveva valutato correttamente le circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha chiarito che l'illegalità della pena si riferisce solo a sanzioni non previste o che superano i limiti legali, non a come il giudice ha calcolato la pena o bilanciato le circostanze. Il ricorso del Ricorrente rientrava in quest'ultima categoria, quindi non poteva essere esaminato. Il Ricorrente deve pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle Ammende.
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Un imputato ha presentato un ricorso contro una sentenza di patteggiamento, lamentando un errore nella determinazione della pena concordata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che un ricorso contro una sentenza di patteggiamento è ammissibile solo per specifici motivi, come l'illegalità della pena o vizi nella volontà dell'imputato. Le contestazioni sulla 'dosimetria della pena' (quantità della pena) non rientrano in questi casi, a meno che la pena non sia illegale. L'imputato ha quindi perso il ricorso e dovrà pagare le spese processuali.
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La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di illegalità della pena. Un Tribunale aveva condannato un guidatore per guida senza patente con recidiva, applicando solo la pena dell'arresto. Il Procuratore Generale ha contestato questa decisione, sostenendo che la legge prevede cumulativamente sia l'arresto che l'ammenda per questo tipo di reato aggravato. La Cassazione ha accolto il ricorso, annullando la sentenza. Ha stabilito che l'omissione della pena pecuniaria rende la condanna illegale. Il caso tornerà al Tribunale per un nuovo giudizio, dove dovrà essere applicata la pena congiunta.
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La Corte di Appello ha disposto la conversione della pena detentiva di quattro mesi di reclusione inflitta al Condannato in una sanzione pecuniaria di 30.000 euro. Il calcolo originario applicava il vecchio parametro minimo di 250 euro per ogni giorno di carcere. Il Condannato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, evidenziando la sopravvenuta sentenza della Corte Costituzionale che ha abbassato la soglia minima giornaliera a 75 euro. I Giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, dichiarando illegale il conteggio eseguito con il criterio previgente. La Suprema Corte ha pertanto annullato la decisione impugnata e ha rinviato il procedimento a una diversa sezione della Corte di Appello per ricalcolare l'importo della sanzione economica in base alle reali condizioni patrimoniali dell'interessato.
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Due donne avevano concordato una pena (sentenza di patteggiamento) per tentato furto in abitazione aggravato. Hanno poi presentato ricorso alla Corte di Cassazione, contestando l'incongruenza della pena. La Corte ha dichiarato il **ricorso inammissibile patteggiamento**. Ha chiarito che un ricorso contro una sentenza di patteggiamento è ammissibile solo per motivi specifici, come vizi nella volontà dell'imputato o illegalità della pena, non per la mera incongruità del trattamento sanzionatorio. Le ricorrenti sono state condannate alle spese processuali.
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Un imputato ha presentato ricorso in Cassazione contro una condanna a quattro anni di reclusione e una multa di 20.000 euro, ottenuta tramite un "patteggiamento allargato". L'imputato lamentava la mancanza di motivazione sulla "recidiva reiterata specifica infraquinquennale" riconosciuta. La Corte di Cassazione ha esaminato d'ufficio la legittimità del patteggiamento allargato, vietato per i recidivi con pene superiori a due anni, anche se la recidiva è stata bilanciata da attenuanti. Tuttavia, la Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto che l'imputato non avesse un interesse concreto all'annullamento, data l'applicazione del principio del "divieto di reformatio in peius". Inoltre, il vizio dedotto non configurava una vera "illegalità della pena" che potesse essere rilevata d'ufficio. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile pena concordata. Un imputato aveva impugnato una sentenza d'appello che aveva recepito un accordo sulla pena, sostenendo che la Corte d'Appello non avesse valutato la congruità della sanzione. La Suprema Corte ha chiarito che, quando le parti concordano la pena, si rinuncia ai motivi di merito. Il controllo della Cassazione è limitato alla sola illegalità della pena. Pertanto, il ricorso è stato respinto, confermando la validità dell'accordo precedente.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato un ricorso inammissibile dopo patteggiamento. Un imputato, condannato per appropriazione indebita con una pena concordata, ha presentato ricorso. La Corte ha chiarito che il ricorso contro una sentenza di patteggiamento è possibile solo per specifici motivi, come vizi di volontà o illegalità della pena. Nel caso specifico, i motivi addotti non rientravano in queste eccezioni, rendendo il ricorso non ammissibile. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla cassa delle ammende.
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Il Procuratore Generale ha impugnato una sentenza di patteggiamento che aveva condannato un Lavoratore per resistenza a pubblico ufficiale, con sospensione condizionale della pena. Il ricorso contestava l'illegalità della pena, sostenendo che il Tribunale avrebbe dovuto aumentare la sanzione per concorso formale di reati, dato che l'imputato si era opposto a più agenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha chiarito che, sebbene l'illegalità della pena sia un motivo valido di ricorso, nel caso specifico la condotta del Lavoratore costituiva resistenza solo verso un unico pubblico ufficiale, mentre verso gli altri agenti si erano verificate solo ingiurie, non configurando quindi più reati di resistenza.
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Un cittadino ha impugnato una sentenza di patteggiamento, lamentando errori procedurali, pena inappropriata e errata qualificazione giuridica. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha chiarito che, dopo la riforma del 2017, i ricorsi contro il patteggiamento sono ammessi solo per motivi specifici, come l'illegalità della pena o errori manifesti nella qualificazione giuridica. Le contestazioni sulla mancata pronuncia di un proscioglimento o sulla quantificazione generica della pena non sono più valide. Questa decisione ribadisce i limiti stringenti per un **ricorso patteggiamento inammissibile**. Il ricorrente dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Un Imputato è stato condannato per minacce (art. 612 c.p.) e ha ricevuto una multa di 400 euro. Ha presentato ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per i motivi sollevati, poiché non rispettavano i requisiti procedurali e il principio di autosufficienza. Tuttavia, la Corte ha rilevato d'ufficio l'**illegalità della pena**. Al momento del fatto (2008), la sanzione massima per le minacce era di 51 euro, poi aumentata solo nel 2013. Di conseguenza, la Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla pena, riducendola a 50 euro di multa, e ha dichiarato inammissibile il resto del ricorso, senza condannare l'Imputato alle spese.
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Un Imputato ha ricevuto una condanna tramite patteggiamento per reati legati agli stupefacenti. Ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che il giudice non aveva concesso le circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che i limiti ricorso patteggiamento sono molto stretti: dopo la riforma del 2017, non è possibile contestare la mancata concessione di attenuanti, poiché questo aspetto rientra nell'accordo sulla pena tra le parti.
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Un imputato ha concordato con la Procura una pena a due anni di reclusione e 2.500 euro di multa mediante accordo processuale. Dopo la sentenza del Tribunale, l'imputato ha presentato ricorso per violazione di legge e carenza di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La legge limita rigidamente il ricorso per cassazione contro patteggiamento a casi specifici, come vizi del consenso, mancata corrispondenza della sentenza alla richiesta, errore di qualificazione o pena illegale. L'imputato perde il giudizio ed è condannato alle spese e a tremila euro per la Cassa delle ammende.
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I giudici di merito hanno condannato l'imputato a sei mesi di reclusione per i reati di lesioni e minaccia aggravata. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove e il mancato riconoscimento della provocazione. La Suprema Corte ha rilevato d'ufficio l'illegalità della pena: i giudici precedenti avevano applicato la reclusione carceraria al posto delle specifiche sanzioni previste per i reati di competenza del Giudice di Pace. Questo vizio originario ha permesso ai giudici di legittimità di dichiarare la prescrizione del reato sul piano penale, nonostante il ricorso fosse inammissibile nel merito. La Cassazione ha quindi annullato la condanna penale senza rinvio, lasciando tuttavia ferme le statuizioni civili a carico dell'imputato.
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Un Lavoratore ha presentato un ricorso contro una sentenza di patteggiamento, contestando l'ammontare della pena (dosimetria della pena) che aveva concordato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che, dopo le modifiche legislative del 2017, un ricorso patteggiamento può essere proposto solo per motivi specifici, come vizi nella volontà dell'imputato, difetti di correlazione tra richiesta e sentenza, errata qualificazione del fatto o illegalità della pena. La contestazione della mera entità della pena, se non illegale, non rientra tra i motivi ammessi. Il ricorso è stato respinto.
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L'Imputato concordava con l'accusa una sanzione patteggiata per reati di droga e detenzione abusiva di munizioni. Il giudice ratificava l'accordo aumentando la condanna base sia nella parte detentiva sia in quella pecuniaria. La difesa ha impugnato la decisione evidenziando l'errore di calcolo: la norma sulla detenzione abusiva punisce la condotta con l'arresto oppure con l'ammenda in via disgiunta. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, ravvisando una evidente illegalità della pena per violazione dei criteri del cumulo giuridico. Il giudice non può raddoppiare contemporaneamente entrambe le sanzioni se la legge impone un'alternativa. Gli Ermellini hanno dunque disposto l'annullamento senza rinvio dell'accordo viziato, ordinando la trasmissione degli atti per un nuovo esame della richiesta.
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