Definizione
Qualsiasi forma di compenso, in denaro o in natura, che un lavoratore riceve dal proprio datore di lavoro come corrispettivo della sua attività lavorativa.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 52 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 53% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 33%
- Rigettato 53%
- Inammissibile 8%
- Altro 6%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. Lavoro68%
- Civile Sez. 523%
- Civile Sez. 69%
Precedenti più richiamati
- Cass. 16098/2004in 3 provvedimenti
- Cass. 705/2019in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 974/1997in 3 provvedimenti
- Cass. 3581/2020in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un Lavoratore ha contestato il `Calcolo TFR` effettuato da un'Azienda in Amministrazione Straordinaria. Il Tribunale aveva inizialmente rigettato la sua opposizione, ammettendo un TFR inferiore a quanto richiesto. La questione principale riguardava l'inclusione di specifici emolumenti, percepiti durante periodi di lavoro all'estero, nella base di `Calcolo TFR`. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Lavoratore, stabilendo che il Tribunale non aveva correttamente valutato le prove. La Corte ha chiarito che tutti gli emolumenti non sporadici o occasionali devono rientrare nel `Calcolo TFR`, a meno che non siano rimborsi spese. La sentenza ha annullato la decisione precedente e rinviato la causa a un nuovo giudice per una nuova valutazione.
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Una lavoratrice in pensione ha chiesto la ricostruzione della propria pensione integrativa per includere diverse indennità contrattuali nella base di calcolo. L'ente previdenziale ha contestato l'inclusione dell'indennità di ente, poiché introdotta dalla contrattazione collettiva dopo la soppressione del fondo speciale. I giudici di primo e secondo grado avevano dato ragione alla dipendente, considerando la natura fissa e continuativa del compenso. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'ente previdenziale. I giudici hanno chiarito che la legge del 1999 ha congelato le voci utili al conteggio alla data del 30 settembre 1999. Di conseguenza, le indennità introdotte dopo tale termine restano tassativamente escluse dal calcolo dell'assegno.
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Un lavoratore, tramite la sua erede, ha chiesto il riconoscimento di una posizione organizzativa e dei relativi emolumenti da un Comune, sostenendo di aver ricoperto tale ruolo informalmente dal 1997. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, evidenziando che la posizione organizzativa era stata istituita formalmente solo dopo il pensionamento del lavoratore. La Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'erede. La Corte ha ribadito che per il riconoscimento posizione organizzativa è indispensabile un atto formale di costituzione del ruolo, non essendo sufficiente la mera attività svolta di fatto.
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Un lavoratore ha chiesto alla sua azienda il pagamento di un'Indennità professionale, un emolumento previsto da un vecchio contratto collettivo, sostenendo di averne diritto dopo aver raggiunto un certo livello di carriera. L'azienda ha negato il diritto. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, interpretando l'accordo aziendale nel senso che l'indennità era destinata solo a chi già la percepiva sotto un precedente sistema di classificazione, non a chi la acquisiva tramite progressione di carriera con le nuove regole. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del lavoratore inammissibile, ribadendo che l'interpretazione degli accordi aziendali spetta ai giudici di merito e può essere contestata solo per specifici errori di diritto, non per una semplice diversa lettura del contratto.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un lavoratore bancario trasferito all'estero. L'Azienda aveva escluso dal calcolo del Trattamento di Fine Rapporto (T.f.r.) alcune somme erogate per l'attività svolta fuori dall'Italia, considerandole rimborsi spese. Il Lavoratore ha contestato questa interpretazione, sostenendo la `Natura retributiva indennità estero`. La Suprema Corte ha confermato che tali indennità, se continuative e compensative del disagio o delle spese non altrimenti sostenute, hanno natura retributiva e devono essere incluse nel T.f.r. L'appello dell'Azienda è stato rigettato, a favore del Lavoratore.
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Un dirigente ha svolto il ruolo di Direttore Generale presso un Ente Pubblico e al contempo ha svolto consulenze scientifiche per un'agenzia europea. L'Ente Pubblico ha bloccato il versamento dei compensi europei per rispettare il tetto retributivo dipendenti pubblici. Il lavoratore ha richiesto il pagamento completo, sostenendo che le risorse estere non gravassero sulle finanze statali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente Pubblico. I giudici hanno stabilito che le somme europee accreditate al bilancio dell'Ente diventano risorse pubbliche a tutti gli effetti. Di conseguenza, tali emolumenti si cumulano allo stipendio dirigenziale e sono soggetti al tetto retributivo dipendenti pubblici. La causa è stata rinviata al giudice di merito per valutare la restituzione delle somme percepite in eccedenza.
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Un cittadino è stato condannato per truffa e falso ideologico per aver percepito indebitamente somme periodiche da un ente previdenziale. La difesa ha sostenuto che i singoli episodi di truffa avvenuti nel 2014 fossero ormai prescritti. La Corte di Cassazione ha rigettato la tesi, chiarendo che in questi casi si configura una truffa a consumazione prolungata. Quando l'erogazione di denaro a rate deriva da un unico inganno iniziale, il reato si considera consumato solo al momento della riscossione dell'ultima rata, avvenuta nel novembre 2016. Di conseguenza, il termine di prescrizione inizia a decorrere solo da quest'ultimo pagamento. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna del ricorrente e obbligandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Alcuni dipendenti di un istituto bancario, impiegati presso lo sportello interno alla Camera dei Deputati, hanno chiesto di includere le indennità corrisposte da quest'ultima nell'imponibile contributivo e nel calcolo del TFR. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei lavoratori, confermando che tali somme non rientrano nell'imponibile contributivo. La Corte ha chiarito che l'imponibilità fiscale non coincide automaticamente con quella previdenziale. Le indennità erogate da un soggetto terzo (la Camera dei Deputati) non hanno causa diretta nel rapporto di lavoro con la banca, ma costituiscono un'obbligazione esterna. Di conseguenza, non fanno parte della retribuzione utile per i contributi e per la liquidazione. La banca, essendosi costituita in ritardo, non ha ottenuto il rimborso delle spese di lite.
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L'Agenzia delle Entrate aveva negato l'iscrizione anagrafe ONLUS a una fondazione, sostenendo che il suo statuto non indicasse i limiti quantitativi precisi per i gettoni di presenza dei consiglieri, rischiando di violare il divieto di distribuzione indiretta degli utili. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, stabilendo che lo statuto non deve obbligatoriamente contenere formule matematiche o limiti numerici per i compensi, poiché tali tetti sono già fissati dalla legge. L'amministrazione finanziaria non può imporre requisiti formali non previsti dalla normativa. Di conseguenza, la fondazione ha ottenuto il diritto all'iscrizione, fermo restando che il rispetto effettivo dei limiti sui compensi potrà essere verificato dal fisco solo attraverso successivi controlli concreti sull'attività svolta dall'ente.
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Tre insegnanti di una scuola dell'infanzia comunale chiedevano il ricalcolo della loro indennità premio di servizio. Pretendevano che l'importo fosse calcolato sulla base di un accordo decentrato locale che applicava voci retributive più favorevoli, tipiche del comparto scuola statale, anziché del comparto enti locali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle lavoratrici, confermando la decisione d'appello. I giudici hanno chiarito che la contrattazione integrativa locale non può derogare ai contratti collettivi nazionali introducendo aumenti non previsti. Pertanto, l'accordo locale era nullo per contrasto con le norme nazionali. L'indennità premio di servizio deve essere calcolata esclusivamente sulle voci retributive tassativamente indicate dalla legge e previste dal contratto collettivo nazionale del comparto di appartenenza, escludendo trattamenti di miglior favore illegittimamente concordati a livello locale.
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Una lavoratrice, dopo che il suo licenziamento è stato dichiarato illegittimo, ha chiesto che nel risarcimento del danno venisse calcolata anche l'indennità di servizio estero. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, stabilendo che tale indennità non rientra nella retribuzione globale di fatto. Questo emolumento ha infatti natura risarcitoria e serve solo a compensare le maggiori spese del vivere all'estero, non a pagare la prestazione lavorativa in sé. Di conseguenza, chi viene licenziato non può pretendere questa indennità nel calcolo delle somme dovute per il periodo di inattività, specialmente se era già stato trasferito in Italia. La lavoratrice ha perso il ricorso e le spese di giudizio sono state compensate.
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Un medico specializzando in igiene e medicina preventiva ha richiesto il pagamento della borsa di studio per il periodo di formazione dal 1991 al 1995. Le Amministrazioni Statali si sono opposte, sostenendo che tale specializzazione non fosse inclusa nell'elenco ministeriale delle scuole idonee all'emolumento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle Amministrazioni, confermando il diritto del medico. La Corte ha stabilito che la mancata inclusione formale nell'elenco italiano non esclude il diritto alla borsa di studio medici specializzandi se la scuola è equivalente a quelle di almeno altri due Stati membri dell'Unione Europea, come previsto dalle direttive comunitarie. Di conseguenza, lo Stato deve pagare la borsa di studio e le spese legali.
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Due medici specializzandi hanno chiesto il risarcimento dei danni allo Stato per l'inadeguata remunerazione e la mancata rivalutazione della borsa di studio tra il 1992 e il 2006. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei professionisti. I giudici hanno chiarito che il miglioramento del trattamento economico medici specializzandi introdotto dalla riforma del 1999 si applica solo dall'anno accademico 2006-2007. Inoltre, il blocco della rivalutazione monetaria per le borse di studio tra il 1992 e il 2005 è legittimo, rientrando nelle generali manovre di contenimento della spesa pubblica decise dallo Stato. Di conseguenza, i medici perdono la causa e devono pagare le spese processuali.
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Un lavoratore, trasferito da un ente pubblico a un altro, chiedeva che nel calcolo del suo assegno ad personam, volto a preservare il trattamento economico in godimento, venisse inserita anche la voce variabile relativa alle economie di esercizio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando che l'assegno ad personam deve comprendere esclusivamente le voci retributive fisse, continuative e non occasionali. Le somme collegate a eventi incerti e variabili, come i risparmi di gestione distribuiti annualmente, non possono essere incluse in questa garanzia di conservazione dello stipendio. Di conseguenza, il lavoratore ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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Un quadro direttivo ha richiesto il pagamento del Premio aziendale di rendimento per gli anni 2011 e 2012. La Corte d'Appello aveva dato ragione al dipendente, ritenendo che il premio spettasse per il solo fatto di occupare una posizione strategica e in presenza di un budget in bilancio. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della banca datrice di lavoro. I giudici di legittimità hanno chiarito che, in base al contratto collettivo nazionale, l'istituzione del premio rientra nella scelta discrezionale dell'azienda ed è strettamente subordinata al raggiungimento di specifici obiettivi prefissati, come un determinato utile netto. Di conseguenza, la sentenza d'appello è stata annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Una dirigente medico ha contestato la riduzione del suo premio Covid da parte dell'Azienda Sanitaria. L'ente aveva sottratto dall'importo una quota per coprire il pagamento dell'IRAP. La Corte di Cassazione ha stabilito che la **decurtazione IRAP su incentivo** è illegittima. L'IRAP è un'imposta a carico del datore di lavoro e non può essere trasferita sul dipendente riducendone la retribuzione. L'Azienda Sanitaria ha quindi perso la causa e deve versare alla lavoratrice la differenza non pagata, oltre a rimborsare le spese legali. Il principio rafforza la tutela del lavoratore, impedendo che gli oneri fiscali dell'impresa incidano sul suo compenso.
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La Corte di Cassazione ha stabilito il diritto alla tassazione separata per le indennità di vigilanza corrisposte ad alcuni agenti della Polizia Ferroviaria. Tali compensi, pur maturati in un determinato anno, venivano pagati nell'anno successivo per esigenze tecniche di calcolo. L'Agenzia delle Entrate riteneva si dovesse applicare la tassazione ordinaria. La Corte ha invece chiarito che quando il ritardo nel pagamento è 'fisiologico', cioè connaturato al meccanismo di erogazione e non dovuto a cause patologiche come una controversia, il contribuente ha diritto al regime fiscale più favorevole della tassazione separata. Questo principio serve a evitare un'ingiusta penalizzazione fiscale su redditi la cui percezione è strutturalmente posticipata.
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Un magistrato, che aveva svolto le funzioni di Presidente Reggente di una Commissione Tributaria a causa della vacanza del posto, ha chiesto il pagamento della retribuzione piena corrispondente a tale carica. Il Ministero dell'Economia si è opposto. Il cuore della disputa legale è se il compenso del presidente reggente debba essere pieno quando la sostituzione avviene per vacanza del posto e non per semplice assenza temporanea. La Corte di Cassazione, riconoscendo la novità e la complessità della questione, non ha emesso una sentenza definitiva. Ha invece rinviato la causa a una pubblica udienza per una discussione più approfondita, sospendendo di fatto il giudizio finale.
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Un dipendente pubblico ha chiesto di includere la retribuzione di posizione e altre indennità nella base di calcolo del TFS. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta, stabilendo un principio fondamentale: nel calcolo possono rientrare solo gli emolumenti espressamente elencati dalla legge. La Corte ha applicato il 'principio di tassatività', escludendo le voci non specificate dalla normativa. Di conseguenza, il lavoratore ha perso la causa e l'Ente Previdenziale ha vinto, vedendo confermato un calcolo del TFS più restrittivo. La decisione ribadisce che non tutte le componenti fisse dello stipendio sono automaticamente valide per la liquidazione.
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Un'azienda interrompe il pagamento di un emolumento a un dipendente, tentando di recuperare le somme già versate. Il diritto del lavoratore nasceva dal riconoscimento anzianità convenzionale pattuito all'assunzione, che retrodatava il suo ingresso. Per quasi sei anni, l'azienda aveva corrisposto l'emolumento, confermando l'accordo con il suo comportamento. La Cassazione ha dato ragione al lavoratore, stabilendo che l'interpretazione del contratto individuale da parte del giudice di merito era logica e plausibile. Il riconoscimento dell'anzianità implicava l'estensione di tutti i benefici collegati, rendendo legittimo il pagamento. L'azienda non ha potuto imporre una diversa interpretazione, perdendo la causa.
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