Definizione
La capacità di una sostanza di produrre un effetto psicotropo, ovvero di alterare lo stato psichico o fisico di una persona. È il criterio decisivo per stabilire se una sostanza rientra tra gli stupefacenti penalmente rilevanti.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 53 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 71% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 6%
- Rigettato 17%
- Inammissibile 71%
- Altro 6%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 758%
- Penale Sez. 322%
- Penale Sez. 420%
Precedenti più richiamati
- Cass. 47670/2014in 6 provvedimenti
- Cass. 51600/2019in 6 provvedimenti
- Cass. S.U. 30475/2019in 21 provvedimenti
- Cass. 4324/2015in 3 provvedimenti
- Cass. 12260/2022in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
La polizia ha fermato due acquirenti con oltre un chilo di marijuana ad alto tenore di principio attivo. I soggetti hanno dichiarato di aver acquistato il prodotto come canapa legale da un commerciante del settore florovivaistico. Le indagini hanno rivelato che l'esercente smerciava clandestinamente lotti con principio attivo superiore ai limiti consentiti, detenendo nella propria abitazione preparati non commerciabili. La Corte d'appello ha condannato l'esercente sia per lo spaccio sia per la detenzione illecita di cannabis, qualificata come fatto lieve per la scorta domestica. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione invocando la natura lecita dell'attività agricola e la mancata concessione dei benefici di pena. La Suprema Corte ha respinto il ricorso, confermando la condanna definitiva per tutte le imputazioni contestate.
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Due imputati hanno subito una condanna a quattro anni di reclusione e ventimila euro di multa per detenzione finalizzata allo spaccio di uno specifico cannabinoide sintetico, noto commercialmente come spice. I difensori hanno proposto ricorso per cassazione, sostenendo che i giudici di merito avessero travisato la consulenza tecnica sull'efficacia drogante della sostanza, data l'impossibilità di quantificare esattamente il principio attivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili le impugnazioni. I giudici hanno chiarito che il cannabinoide sintetico presenta un potere psicoattivo enormemente superiore rispetto alla cannabis naturale. La presenza costante della molecola nei reperti e la stima compresa tra 285 e 2800 dosi ricavabili giustificano pienamente la condanna e impediscono la concessione della lieve entità. La Cassazione ha condannato entrambi al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La polizia giudiziaria sequestra infiorescenze e resine di canapa sativa presso un negozio. Il titolare presenta richiesta di dissequestro, sostenendo la liceità della merce poiché le analisi indicano valori di THC inferiori allo 0,5% nella quasi totalità dei prodotti. Il Giudice per le indagini preliminari respinge l'istanza e conferma il blocco dei beni. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del negoziante. I giudici stabiliscono che la commercializzazione di cannabis light non beneficia delle tutele riservate agli agricoltori. Inoltre, la soglia percentuale dello 0,5% non esclude automaticamente l'efficacia psicotropa dei prodotti. Il sequestro probatorio rimane dunque pienamente valido e necessario per consentire agli inquirenti di verificare in laboratorio l'effettiva capacità drogante di ciascuna confezione sequestrata.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per i reati di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni aggravate e detenzione illecita di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano colto l'imputato mentre aggrediva violentemente una donna per strada. Alla vista degli agenti, l'uomo si era dato alla fuga gettando a terra la droga in suo possesso. La difesa ha contestato l'accertamento delle lesioni aggravate, valorizzando le successive dichiarazioni della donna che ridimensionavano l'accaduto a un semplice diverbio. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso: la testimonianza difensiva della vittima non smentisce quanto direttamente accertato dagli agenti, rendendo l'impugnazione priva di fondamento giuridico.
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L'Imputata ha proposto ricorso per contestare la cessione di stupefacenti in concorso con un terzo. La difesa lamentava l'assenza di prove adeguate circa la natura e l'efficacia drogante della sostanza ceduta, oltre a contestare la recidiva tramite motivi aggiunti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi presentati riproducevano pedissequamente le medesime censure già analizzate e correttamente respinte dalla Corte di Appello. Di conseguenza, l'inammissibilità dell'impugnazione principale ha reso impossibile l'esame dei motivi aggiunti sulla recidiva. La ricorrente perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali, oltre a tremila euro da versare alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale presentato da un imputato condannato per reati di droga. Il ricorrente chiedeva il riconoscimento del vincolo della continuazione con precedenti condanne, contestava la capacità drogante della sostanza e opponeva la confisca di un coltello. La Suprema Corte ha rilevato la totale genericità dei motivi di ricorso, privi di un confronto critico con la sentenza d'appello. Il coltello, pur non qualificabile come arma impropria, è stato legittimamente confiscato poiché utilizzato per confezionare le dosi. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un indagato sottoposto all'obbligo di dimora per detenzione ai fini di spaccio ha impugnato l'ordinanza cautelare. La difesa ha sostenuto che la cannabis sequestrata presentava una percentuale irrisoria di principio attivo puro, priva di reale efficacia drogante. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il basso valore percentuale non esclude il reato se la quantità complessiva di principio attivo consente di ricavare numerose dosi singole. Nel caso di specie, il quantitativo totale permetteva di confezionare ben ottantanove dosi medie droganti. Il rinvenimento di materiale per pesatura e confezionamento presso l'abitazione conferma la destinazione della sostanza alla cessione a terzi.
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Tre imputati hanno presentato ricorso per cassazione contro la condanna per il reato di lieve entità relativo alla coltivazione e detenzione di sostanze stupefacenti. La difesa lamentava l'assenza di un esame chimico per accertare l'effetto psicotropo delle piante di marijuana e delle foglie rinvenute in casa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Il giudice di merito può accertare l'efficacia drogante anche senza perizia tecnica, desumendola da elementi oggettivi e quantitativi quali il numero di piante, la loro altezza di circa due metri e il peso complessivo del vegetale in essiccazione. La valutazione della prova appartiene al merito ed è insindacabile se logicamente motivata.
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L'Imputato, sorpreso con 37 dosi di cocaina ad elevato principio attivo (pari a 100 dosi medie giornaliere) e 1.460 euro in contanti, è stato condannato per spaccio non attenuato. Ha proposto ricorso diretto in Cassazione chiedendo la riqualificazione del fatto come lieve entità nel reato di spaccio, sostenendo si trattasse di semplice spaccio di strada. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'elevata purezza della droga (tra il 75% e l'85%), la quantità complessiva e la disponibilità di ingenti somme di denaro escludono l'applicazione dell'attenuante della lieve entità. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per la coltivazione di cannabis e la detenzione di marijuana. L'imputato era stato assolto in appello solo per particolare tenuità del fatto, ma pretendeva l'assoluzione piena. La difesa sosteneva la liceità della condotta in base alla legge sulla canapa industriale. I giudici hanno chiarito che la coltivazione di cannabis è lecita solo se rispetta le tassative finalità agroindustriali previste dalla legge e se priva di efficacia drogante. Nel caso specifico, l'imputato non ha documentato tali finalità, né ha contestato l'effetto stupefacente della sostanza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la decisione precedente, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Due commercianti hanno impugnato il divieto temporaneo di esercitare il commercio di fiori e piante, applicato per aver venduto online derivati della canapa. La difesa sosteneva che la merce provenisse da sementi certificate a basso contenuto di THC, escludendo l'efficacia drogante della cannabis. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la commercializzazione al pubblico di foglie, infiorescenze, olio e resina di canapa integra reato, a meno che i prodotti non siano totalmente privi di effetti psicotropi. Per stabilire la rilevanza penale, l'efficacia drogante della cannabis va valutata sul quantitativo totale del principio attivo sequestrato (nella specie oltre 9 grammi di THC, pari a centinaia di dosi), e non sulle singole confezioni. Di conseguenza, i commercianti hanno perso il ricorso e dovranno pagare le spese processuali.
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La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento di sequestro probatorio cannabis light emesso nei confronti di un commerciante. L'indagato contestava il mantenimento del sequestro su derivati della canapa con bassi livelli di THC, ritenendo che la mancanza di prova immediata dell'effetto stupefacente dovesse comportare la restituzione dei beni. I giudici hanno invece stabilito che, anche in presenza di percentuali minime di principio attivo, il sequestro può essere legittimamente mantenuto per svolgere ulteriori accertamenti tecnici volti a verificare l'effettiva efficacia drogante della sostanza. Il ricorso del commerciante è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Il caso riguarda un uomo condannato per detenzione a fini di spaccio di modiche quantità di stupefacenti. La difesa ha impugnato la condanna evidenziando che l'accertamento tramite narcotest eseguito dalla polizia dimostra solo la natura della sostanza, ma non la presenza e la percentuale di principio attivo, elemento fondamentale per stabilire l'effettiva efficacia drogante. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che i giudici di merito non possono ignorare la questione della reale offensività della sostanza quando le quantità sequestrate sono minime. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza di condanna e ha rinviato il caso alla Corte di Appello per un nuovo esame.
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Il ricorrente è stato condannato per detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. La difesa ha impugnato la sentenza sostenendo che la percentuale di THC nella marijuana sequestrata fosse inferiore allo 0,5%, escludendo così l'offensività del fatto per mancanza di efficacia drogante. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nonostante la bassa percentuale, il quantitativo totale di principio attivo (2.488 milligrammi) equivaleva a circa 99 dosi singole. Di conseguenza, la condotta mantiene la sua offensività, poiché l'efficacia drogante viene esclusa solo quando la sostanza è totalmente priva di effetti psicotropi. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti a carico di un soggetto trovato in possesso di marijuana e hashish. L'Imputato sosteneva che il basso livello di principio attivo della marijuana, pari allo 0,38% e inferiore alla soglia ministeriale, escludesse il reato e dimostrasse l'uso personale. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che per la punibilita rileva l'effettiva efficacia drogante della sostanza, capace di produrre effetti psicotropi anche in dosi inferiori alla media singola. La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso, confermando la pena e condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino contro la condanna per detenzione di stupefacenti. La difesa sosteneva l'inoffensività della condotta, ma i giudici hanno confermato la presenza di elementi inequivocabili, come un bilancino di precisione e la provata efficacia drogante della sostanza sequestrata. Questi fattori dimostrano la chiara destinazione dello stupefacente alla cessione a terzi. La Suprema Corte ha chiarito che la richiesta di rivalutare tali elementi di fatto non rientra nei compiti del giudice di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, confermando la sua piena colpevolezza.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due soggetti per il reato di trasporto di sostanze stupefacenti, nello specifico un chilogrammo di cocaina. La difesa contestava la decisione del giudice di rinvio, sostenendo che non avesse rispettato i vincoli della precedente sentenza di annullamento e che la pessima qualità della droga escludesse il reato o consentisse l'applicazione delle pene per le droghe leggere. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, chiarendo che il giudice di rinvio ha motivato logicamente la ricostruzione dei fatti basandosi su intercettazioni e filmati. Inoltre, i giudici hanno ribadito che la scarsa qualità della cocaina non elimina la sua efficacia drogante né consente di classificarla come droga leggera. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per spaccio di lieve entità. L'imputato, sorpreso a vendere cocaina all'interno di un circolo ricreativo mentre era sottoposto all'obbligo di firma, chiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato il diniego di tale beneficio, evidenziando la pericolosità della sostanza e la gravità della condotta, attuata eludendo una misura cautelare in corso. La Suprema Corte ha chiarito che la concessione dell'attenuante per il danno patrimoniale di speciale tenuità (la dose era stata venduta a venti euro) non comporta automaticamente il riconoscimento della particolare tenuità del fatto, poiché quest'ultima richiede una valutazione globale della gravità del comportamento e della personalità del reo. L'imputato perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese.
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L'Imputato è stato condannato per detenzione illecita di stupefacenti. Nel ricorso in Cassazione, la difesa ha contestato la mancanza di una perizia tecnica sul principio attivo della droga, sostenendo che il solo narcotest non provasse l'efficacia drogante della sostanza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è obbligatorio disporre una perizia per stabilire la qualità e quantità del principio attivo, potendo il giudice desumere tale prova da altri elementi. In mancanza di sequestro o analisi approfondite, si applica il principio del favor rei, qualificando il fatto come reato di lieve entità. La Cassazione ha confermato la condanna dell'Imputato, applicando la recidiva e disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Il caso riguarda L'Imputato, condannato per detenzione di marijuana a fini di spaccio. La difesa sosteneva che la sostanza sequestrata non superasse la soglia minima di principio attivo in ogni singola confezione, escludendo così il reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, di fronte a un quantitativo significativo di stupefacente, l'efficacia drogante della sostanza deve essere valutata in termini assoluti sull'intero quantitativo sequestrato e non in percentuale sulle singole confezioni. La sostanza complessiva, infatti, può essere ulteriormente lavorata e raffinata per estrarre dosi idonee a produrre effetti psicotropi. Di conseguenza, la condanna a otto mesi di reclusione e duemila euro di multa è stata confermata.
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