Definizione
Una richiesta presentata al giudice che deve essere esaminata solo nel caso in cui la richiesta principale venga respinta.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 52 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 44% dei casi il ricorso è stato accolto, almeno in parte.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 44%
- Rigettato 37%
- Inammissibile 10%
- Altro 10%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. Lavoro39%
- Civile Sez. 233%
- Civile Sez. 128%
Precedenti più richiamati
- Cass. 13721/2020in 4 provvedimenti
- Cass. 25840/2020in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 22404/2018in 4 provvedimenti
- Cass. S.U. 7940/2019in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'Ente previdenziale ha notificato avvisi di addebito a Il Contribuente, contestando l'omesso versamento dei contributi obbligatori dovuti alla Gestione commercianti. Il Contribuente ha impugnato le richieste contestando lo svolgimento effettivo dell'attività e chiedendo, in subordine, lo sconto del cinquanta per cento dei contributi previsto per i pensionati ultrasessantacinquenni. La Corte d'Appello ha respinto l'opposizione, confermando la piena legittimità dell'iscrizione previdenziale e dichiarando inammissibile la richiesta agevolativa per difetto di motivazione in sede di riproposizione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Contribuente. I motivi formulati contestavano valutazioni di fatto riservate ai giudici di merito e difettavano di adeguata specificità. Di conseguenza, l'Ente previdenziale ottiene la conferma definitiva dei contributi richiesti, mentre Il Contribuente deve versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.
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Un promissario acquirente stipula un preliminare per acquistare dei terreni. I venditori non completano la vendita. L'acquirente cita le controparti chiedendo il trasferimento forzato dell'immobile o, in via subordinata, la restituzione delle somme versate. La Corte d'Appello respinge la domanda principale di trasferimento ma condanna i venditori a rimborsare 10.500 euro. L'acquirente chiede per iscritto il pagamento della somma ottenuta senza fare riserve. Subito dopo, impugna la decisione in Cassazione per ottenere comunque i terreni. I giudici supremi dichiarano il ricorso inammissibile. L'atto formale di richiesta del denaro costituisce un'acquiescenza tacita alla sentenza. Questa condotta esprime la volontà di accettare l'esito del giudizio e cancella definitivamente la facoltà di contestare il mancato trasferimento del bene.
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Un avvocato ha chiesto la liquidazione dei compensi professionali a una confederazione di categoria per l'attività difensiva svolta in appello. Il legale pretendeva un compenso calcolato su oltre tre milioni di euro e la maggiorazione per la difesa di 108 agricoltori associati. I giudici hanno respinto le pretese del professionista. Il valore della causa in appello andava circoscritto alla sola domanda risarcitoria residua, considerata di valore indeterminabile. Inoltre, l'avvocato ha assistito in giudizio un unico soggetto formale, l'associazione, escludendo qualsiasi maggiorazione per pluralità di parti.
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Un uomo acquista e ristruttura un immobile con fondi propri, intestandolo però alla convivente. Dopo la fine della relazione, egli agisce in giudizio per ottenere la proprietà o, in via subordinata, la restituzione del denaro speso. L'azione principale di simulazione decade per mancanza di prova scritta. La convivente contesta l'ammissibilità dell'ingiustificato arricchimento, sostenendo la rinuncia tacita della domanda e il difetto di sussidiarietà. La Corte di Cassazione conferma la condanna della donna alla restituzione di oltre 384.000 euro: la modifica della domanda principale non elimina quella subordinata e il rimedio sussidiario opera legittimamente quando l'azione tipica manca originariamente di titolo valido.
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Un Ente pubblico per la casa ha riqualificato un immobile di proprietà di una Fondazione realizzando tredici unità abitative. Dopo il fallimento della Fondazione, l'Ente ha richiesto l'ammissione al passivo in via principale contrattuale e, in via ulteriormente subordinata, per arricchimento senza causa. Il giudice delegato ha riconosciuto solo una somma ridotta a titolo di indennizzo per le migliorie. Il Tribunale ha respinto la successiva opposizione, ritenendo che l'ammissione subordinata impedisse di riproporre le domande contrattuali per effetto del giudicato. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che l'accoglimento parziale della richiesta subordinata non elimina l'interesse del creditore a presentare opposizione allo stato passivo per ottenere il riconoscimento del credito principale contrattuale.
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La Società contribuente presenta un ricorso per revocazione contro una precedente ordinanza della Corte di Cassazione. I giudici di legittimità avevano deciso la causa nel merito a favore del Fisco sulla misura dell'imposta di registro, respingendo l'impugnazione originaria. La contribuente lamenta che la Suprema Corte ha omesso di esaminare la propria domanda subordinata sul calcolo della base imponibile, rimasta assorbita nei gradi di merito. La Corte di Cassazione accerta che l'impugnazione non presenta profili di immediata inammissibilità e dispone il rinvio della causa alla Sezione Tributaria ordinaria in pubblica udienza per la discussione.
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Un'azienda acquistava del fertilizzante in Egitto e stipulava una polizza assicurativa per il trasporto marittimo. Durante il viaggio, la nave subiva un grave guasto al motore e veniva rimorchiata in Siria, dove veniva dichiarata innavigabile. L'azienda proponeva l'abbandono delle merci all'assicuratore per ottenere l'indennizzo totale, ma la compagnia assicuratrice rifiutava il pagamento. La Corte d'Appello respingeva la domanda dell'azienda ritenendo non provata l'irreparabilità assoluta della nave e dichiarando inoperativa la polizza con una motivazione confusa. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso dell'azienda, stabilendo che la motivazione dei giudici d'appello sull'inoperatività della polizza era totalmente contraddittoria e apparente. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Un imputato, condannato originariamente per ricettazione, ha ottenuto in appello la riqualificazione del fatto in furto aggravato con riduzione della pena, come da lui richiesto in via principale. L'imputato ha successivamente proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la richiesta sulle attenuanti generiche era stata formulata in appello in modo subordinato al rigetto delle richieste principali. Essendo stata accolta la domanda principale, la richiesta subordinata si intende come non proposta. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Due investitori agiscono contro una banca chiedendo la nullità dell'acquisto di titoli finanziari o, in subordine, la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni. Il Tribunale accoglie la nullità. La banca propone appello. In secondo grado, gli investitori chiedono solo la conferma della prima sentenza, omettendo la specifica riproposizione delle domande in appello relative alla risoluzione e ai danni. La Corte d'Appello esclude la nullità e dichiara decadute le domande subordinate. La Corte di Cassazione conferma la decisione, stabilendo che la parte vittoriosa in primo grado ha l'onere di riproporre espressamente le domande non esaminate, pena la presunzione di rinuncia. Gli investitori perdono definitivamente la causa.
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Due risparmiatori hanno citato in giudizio un istituto di credito chiedendo la nullità di un contratto di investimento e, in via subordinata, il risarcimento dei danni. Il Tribunale ha accolto la domanda principale di nullità, ritenendo assorbita quella risarcitoria. In appello, la banca ha ottenuto la riforma della sentenza sulla nullità, ma la Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la richiesta di risarcimento dei risparmiatori perché non proposta con appello incidentale. La Cassazione ha accolto il ricorso dei risparmiatori, stabilendo che per la domanda subordinata assorbita in primo grado non serve l'appello incidentale condizionato, ma basta la semplice riproposizione in comparsa di costituzione ai sensi dell'articolo 346 c.p.c. La causa torna quindi in appello per valutare i danni.
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Un Sindaco di una società impugna indirettamente una delibera assembleare di revoca, chiedendo in via principale la legittimità della delibera e in via subordinata il risarcimento dei danni. All'udienza di precisazione delle conclusioni, il difensore non ripropone la domanda principale, concentrandosi solo sul risarcimento. La Corte d'appello dichiara inammissibile l'impugnazione, ritenendo che tale condotta costituisse una mutatio libelli (mutamento inammissibile della domanda). La Cassazione accoglie il ricorso del Sindaco, stabilendo che l'abbandono della domanda principale per concentrarsi su quella subordinata non viola le regole processuali, ma rientra nella discrezionalità tecnica del difensore. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Due avvocati svolgono un incarico difensivo congiunto per una società. Il primo fattura l'intero importo al cliente, versando il relativo contributo integrativo Cassa Forense del 4%. Il secondo fattura al primo la metà della somma, pagando nuovamente il contributo. I professionisti chiedono lo scomputo o il rimborso delle somme per evitare una doppia tassazione. La Corte d'Appello respinge la domanda per mancanza di prove sull'unicità della prestazione. La Corte di Cassazione rigetta definitivamente il ricorso, confermando che spetta ai giudici di merito valutare le prove e che, senza la dimostrazione di una prestazione unica e sovrapponibile, non vi è alcuna duplicazione indebita del contributo integrativo Cassa Forense.
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Un comproprietario ha chiesto la divisione di alcuni locali comuni di un palazzo. Il primo giudice ha accolto la richiesta principale, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, accogliendo solo la domanda subordinata. Di conseguenza, il giudice d'appello ha disposto la compensazione delle spese di lite tra le parti. Il comproprietario ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che le spese non dovessero essere compensate perché lui aveva vinto sulla domanda principale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il rigetto della domanda principale e l'accoglimento di quella subordinata configurano una soccombenza reciproca. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese del giudizio di legittimità e due sanzioni pecuniarie.
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Il Lavoratore, assunto con contratto part-time, ha chiesto l'accertamento di un orario di lavoro effettivo di 42 ore settimanali o, in subordine, delle ore lavorate in eccedenza. L'Azienda ha ammesso lo svolgimento di ore extra, sostenendo di averle pagate in nero. La Corte d'Appello ha respinto le domande del Lavoratore per mancanza di prove precise sulla quantificazione e collocazione oraria delle prestazioni aggiuntive. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Lavoratore, confermando che l'onere della prova del lavoro straordinario spetta rigorosamente al dipendente. Non basta dimostrare genericamente di aver lavorato di più, ma occorre provare con precisione i giorni e le ore effettivamente prestate, escludendo che il giudice possa supplire a tale mancanza con una valutazione equitativa.
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Una lavoratrice ha chiesto il riconoscimento di un inquadramento superiore o, in subordine, di un livello intermedio. Il Tribunale ha accolto la domanda principale. L'azienda ha proposto appello e la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione, ritenendo rinunciata la domanda subordinata perché non inserita nelle conclusioni formali della memoria difensiva. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che la richiesta di inquadramento superiore intermedio era stata chiaramente riproposta nel corpo dell'atto difensivo, senza necessità di formule sacramentali. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Gli eredi di un mutuatario hanno impugnato la sentenza d'appello che riteneva valido il mutuo fondiario stipulato per ripianare debiti precedenti con la banca. I ricorrenti lamentavano la mancata applicazione del tasso sostitutivo previsto dalla legge per i mutui a tasso fisso e l'omessa pronuncia su questa domanda. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. La Corte ha chiarito che il mutuo per estinzione debiti pregressi è lecito e che la richiesta di sostituzione del tasso non era stata correttamente riproposta in appello, violando le regole procedurali. Di conseguenza, i ricorrenti hanno perso la causa e dovranno versare un ulteriore contributo unificato.
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Un professionista ha chiesto il pagamento del proprio compenso ai committenti di un immobile. I committenti hanno negato il rapporto diretto, indicando come responsabile un'impresa appaltatrice. Il professionista ha quindi effettuato la chiamata in causa del terzo (l'impresa) e proposto una domanda subordinata di surroga. La Corte d'Appello ha condannato i committenti al pagamento diretto, ritenendo provato il contratto d'opera. La Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso dei committenti. La Corte ha chiarito che la chiamata in causa del terzo è pienamente legittima quando la difesa del convenuto ne fa sorgere l'esigenza e che la proposizione di domande subordinate incompatibili non viola le regole del processo.
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Un committente ha pagato interamente un'impresa per lavori edili mai ultimati e affetti da difetti. Il committente ha richiesto in giudizio la risoluzione del contratto e, in via subordinata, la riduzione del prezzo nell'appalto per i vizi riscontrati. L'impresa si è difesa sostenendo che l'interruzione dei lavori era giustificata da una variante al progetto richiesta dallo stesso committente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del committente, stabilendo che la speciale tutela della riduzione del prezzo nell'appalto prevista dall'articolo 1668 del Codice Civile si applica esclusivamente quando l'opera è stata interamente completata. Se i lavori sono incompiuti, il committente non può invocare questa specifica garanzia, ma deve agire secondo le regole ordinarie della risoluzione contrattuale per inadempimento. Di conseguenza, il committente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese legali.
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Un Professionista ha richiesto un decreto ingiuntivo contro un Comune per ottenere il pagamento di prestazioni professionali di progettazione. Il Comune si è opposto eccependo la nullità del contratto per mancanza di forma scritta. Di conseguenza, il Professionista ha proposto domande subordinate di arricchimento senza causa e responsabilità precontrattuale. Il Tribunale ha accolto l'opposizione del Comune dichiarando nullo il contratto, senza però pronunciarsi sulle domande subordinate. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile l'impugnazione del Professionista tramite ordinanza di inammissibilità dell'appello, decidendo però per la prima volta sulle domande subordinate e dichiarandole inammissibili. La Cassazione ha accolto il ricorso del Professionista, stabilendo che il giudice d'appello non può usare l'ordinanza di inammissibilità per sanare un'omessa pronuncia del primo grado decidendo per la prima volta nel merito, ma deve procedere con il rito ordinario.
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Un'impresa esegue lavori per un Comune, ma il contratto viene dichiarato nullo per mancanza del preventivo impegno di spesa e della copertura finanziaria. La Corte d'Appello rigetta la domanda di pagamento dell'impresa. Quest'ultima ricorre in Cassazione, lamentando anche il mancato esame della richiesta subordinata di indennizzo per ingiustificato arricchimento. La Cassazione rigetta il ricorso, confermando la nullità del contratto pubblico. La Corte stabilisce che la mancanza di copertura finanziaria determina la nullità del contratto pubblico, escludendo l'affidamento incolpevole del privato. Inoltre, la domanda subordinata di indennizzo si considera rinunciata se non viene riproposta in appello in modo specifico, non bastando un generico richiamo alle difese del primo grado. L'impresa perde la causa e deve pagare le spese legali.
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