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Divieto di ritorno

Definizione

Un ordine che impedisce a una persona di rientrare in un determinato territorio dopo essere stata allontanata.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Rientro illegale: la Particolare tenuità del fatto non si applica
Un Lavoratore straniero ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto per un reato di rientro illegale in Italia. Il Lavoratore era tornato in Italia per ricongiungersi con la fidanzata, nonostante un precedente divieto di ritorno. La Corte d'Appello aveva escluso la particolare tenuità del fatto perché il suo rientro non era un "mero transito" ma una permanenza di oltre quattro mesi. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la permanenza prolungata esclude la minima offensività del fatto.
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Divieto di ritorno: l’accusa deve provare il doppio ingresso
Il Cittadino, colpito da un provvedimento di divieto di ritorno in un determinato Comune, veniva sorpreso dalle forze dell'ordine all'interno del territorio vietato in due date diverse a distanza di circa un mese. I giudici di merito lo condannavano per due violazioni distinte in continuazione. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso del Cittadino. La Suprema Corte ha stabilito che spetta alla pubblica accusa, e non all'imputato, dimostrare che il soggetto abbia effettivamente lasciato il territorio comunale per poi rientrarvi una seconda volta. In mancanza di tale prova, la condotta deve essere considerata come un'unica violazione continuativa nel tempo. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per la seconda violazione, riducendo la pena complessiva inflitta al Cittadino.
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Divieto di ritorno violato: condanna confermata in Cassazione
Il caso riguarda un cittadino condannato a tre mesi di arresto per aver violato il divieto di ritorno nel Comune di San Zenone al Lambro, misura di prevenzione disposta dal Questore. Il difensore ha proposto ricorso per Cassazione lamentando vizi di notifica e la mancata concessione delle attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le nullità di notifica non riproposte in appello si considerano sanate. Inoltre, le questioni non sollevate nei precedenti gradi di giudizio non possono essere dedotte per la prima volta in sede di legittimità. Infine, il diniego delle attenuanti generiche è stato ritenuto ampiamente motivato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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