Definizione
Informazioni non conosciute direttamente dal dichiarante, ma apprese da un'altra persona. Si tratta di una testimonianza indiretta o 'per sentito dire', che richiede specifici riscontri per essere pienamente utilizzata.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 46 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 50% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 21%
- Rigettato 29%
- Inammissibile 50%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 145%
- Penale Sez. 730%
- Penale Sez. 224%
Precedenti più richiamati
- Cass. 12982/2020in 5 provvedimenti
- Cass. 17647/2020in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 20804/2013in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 20804/2012in 5 provvedimenti
- Cass. S.U. 33748/2005in 4 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'imputato prestava denaro a soggetti in grave difficoltà economica, imponendo la restituzione di somme raddoppiate tramite tassi fuori legge e ricorrendo ad aggressioni fisiche per incassare le rate. Tra le vittime figuravano un uomo disoccupato con la moglie malata e una donna costretta a pagare interessi abnormi rispetto alla modesta somma ricevuta. La Suprema Corte ha confermato la condanna per i delitti di estorsione e usura aggravata dallo stato di bisogno. I giudici hanno chiarito che la situazione di bisogno consiste in un impellente assillo capace di limitare la libera determinazione del debitore, desumibile persino dall'enorme sproporzione degli interessi pretesi. Il ricorso della difesa è stato dichiarato inammissibile con condanna al versamento delle spese e di un importo alla Cassa delle ammende.
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La Corte di Cassazione conferma la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione mafiosa e tentata estorsione. L'indagato contestava i gravi indizi di colpevolezza, sostenendo di aver avuto un ruolo marginale e invocando problemi di salute incompatibili con il regime carcerario. I giudici hanno respinto ogni motivo di ricorso. Le intercettazioni dimostrano un inserimento stabile e un'influenza attiva nelle attività illecite del clan, gestite persino durante un ricovero con l'aiuto del figlio. Per i reati di mafia opera la presunzione di pericolosità sociale. Inoltre, la richiesta di scarcerazione per motivi medici deve essere presentata al giudice che procede e non davanti al tribunale del riesame. La misura restrittiva resta dunque pienamente valida e confermata.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un Imputato condannato per furto aggravato, anche in abitazione. L'Imputato ha contestato la sua identificazione, avvenuta tramite le dichiarazioni de relato di un agente di polizia che aveva appreso l'informazione da un altro collega non interrogato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che le dichiarazioni de relato sono utilizzabili se le parti non hanno chiesto di sentire il testimone diretto. Il principio sancito è che l'inutilizzabilità scatta solo se il giudice omette di citare il testimone diretto nonostante una richiesta esplicita della parte. L'Imputato ha quindi perso e deve pagare le spese legali.
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Tre imputati hanno impugnato la condanna per traffico di sostanze stupefacenti, contestando la validità delle intercettazioni, il mancato riconoscimento della lieve entità e l'aggravante dell'agevolazione mafiosa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che le conversazioni registrate e le deposizioni dei collaboratori di giustizia dimostrano la stabilità dell'attività illecita e i collegamenti con la criminalità organizzata. Gli ermellini hanno evidenziato che la difesa non può richiedere una nuova valutazione dei fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio, confermando integralmente le condanne e disponendo il versamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un Indagato contro la conferma di una misura cautelare di custodia in carcere per omicidio pluriaggravato. Il caso verteva sulla valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. La difesa contestava la 'circolarità delle informazioni', sostenendo che le testimonianze indirette non fossero adeguatamente riscontrate da elementi oggettivi e indipendenti. La Suprema Corte ha ribadito che le dichiarazioni dei collaboratori, anche se relative a un 'patrimonio conoscitivo comune' all'interno di un gruppo criminale, necessitano di validi elementi di verifica sulle modalità di acquisizione dell'informazione. Ha ritenuto che il Tribunale del riesame avesse correttamente valutato l'autonomia delle fonti e la conoscenza diretta dei fatti da parte di un capo gruppo. Pertanto, la Corte ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura cautelare.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per **estorsione aggravata** di un imputato, che aveva orchestrato un pestaggio per riprendere il possesso di un supermercato. L'uomo aveva presentato ricorso, contestando l'utilizzabilità delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, anche se “de relato” (indirette). La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendo le prove valide poiché la difesa non aveva richiesto l'esame diretto del testimone principale. Le dichiarazioni erano corroborate da altre testimonianze. L'aggravante delle “più persone riunite” è stata confermata. L'imputato dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del Tribunale del Riesame che confermava la custodia cautelare in carcere per il reato di associazione mafiosa. La difesa sosteneva che i giudici non avessero analizzato adeguatamente la memoria difensiva e che le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia fossero generiche o datate. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la sussistenza dei gravi indizi di associazione mafiosa. I giudici hanno chiarito che non occorre confutare ogni singolo punto della difesa se la motivazione complessiva è solida. Inoltre, le dichiarazioni incrociate dei collaboratori e i riscontri forniti dalle vittime dimostrano la piena disponibilità dell'Indagato a perseguire i fini del sodalizio criminale.
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La Corte di assise di primo grado assolveva L'Imputato dall'accusa di concorso in un duplice omicidio per carenza e contraddittorietà delle prove fornite da un collaboratore di giustizia. La Corte di assise di appello ribaltava la decisione e condannava L'Imputato alla pena dell'ergastolo, rivalutando le dichiarazioni dello stesso accusatore senza però interrogarlo direttamente in aula. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso de L'Imputato e ha annullato la condanna con rinvio. I giudici supremi hanno stabilito che il giudice di secondo grado non può condannare un imputato già assolto rivalutando una prova decisiva senza disporre la rinnovazione dell'istruzione dibattimentale per risentire oralmente la fonte d'accusa.
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Un Imputato è stato condannato per furto aggravato in abitazione. Ha presentato ricorso, contestando l'utilizzabilità delle **dichiarazioni de relato** (testimonianze indirette) perché i testimoni diretti non erano stati sentiti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha stabilito che le dichiarazioni de relato sono utilizzabili se la difesa non ha chiesto di sentire i testimoni diretti in primo grado, rinunciando tacitamente a tale diritto. La condanna è stata confermata.
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L'Imputato, accusato di aver partecipato come killer a un agguato mortale maturato in una faida tra clan rivali, è stato condannato a trent'anni di reclusione per omicidio pluriaggravato. La difesa ha impugnato la sentenza lamentando l'inattendibilità dei collaboratori di giustizia e contestando il mancato accoglimento della rinnovazione istruttoria e del rito abbreviato condizionato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito il valore della chiamata in correità indiretta, confermando che plurime testimonianze de relato possono riscontrarsi reciprocamente se provengono da fonti autonome e indipendenti. Inoltre, le notizie circolanti all'interno di un'associazione mafiosa costituiscono patrimonio comune del clan e possiedono valore probatorio diretto. La condanna a trent'anni di carcere è divenuta così definitiva.
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La vicenda riguarda una complessa inchiesta per reati di stampo mafioso, armi e omicidio a carico di diversi imputati. La Suprema Corte ha esaminato la validità e l'efficacia probatoria delle dichiarazioni fornite dai collaboratori di giustizia, ribadendo i criteri rigorosi per valutare ogni singola chiamata in correità. La decisione ha confermato l'assoluzione per l'omicidio di due imputati a causa di insanabili contraddizioni tra le versioni dei pentiti. Al contempo, i giudici hanno ribadito la condanna per gli affiliati la cui responsabilità risultava dimostrata da prove stabili e concordanti. La Corte ha inoltre ridotto le sanzioni illegittimamente aumentate nel giudizio di rinvio, applicando il divieto di peggiorare la pena originaria.
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Un indagato subisce la custodia cautelare in carcere con l'accusa di tentato omicidio aggravato dal metodo mafioso. Il giudice fonda la decisione su intercettazioni e dichiarazioni di due collaboratori di giustizia. La difesa contesta la credibilità delle testimonianze indirette, evidenziando insanabili contraddizioni su luoghi, orari di lavoro e precedenti dichiarazioni dei testimoni chiave. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso difensivo, rilevando vizi logici nella motivazione del provvedimento cautelare. Mancando un confronto rigoroso con le prove a discarico fornite dalla difesa, i gravi indizi di colpevolezza risultano carenti. La Suprema Corte annulla l'ordinanza e rinvia il procedimento al Tribunale del Riesame per una nuova e corretta valutazione.
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La Procura Generale contestava l'assoluzione di un imprenditore accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio. L'accusa sosteneva che l'imprenditore cambiasse assegni illeciti per favorire un clan camorristico, basandosi sulle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia. La Corte d'Appello aveva invece accertato la natura lecita dei rapporti commerciali e la debolezza delle testimonianze indirette. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della pubblica accusa. I giudici hanno chiarito che il giudice di rinvio non ha alcun obbligo di riascoltare i testimoni quando conferma l'esito liberatorio. L'imprenditore ottiene così l'assoluzione definitiva da ogni addebito penale.
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Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di partecipazione ad associazione mafiosa. L'accusa attribuiva all'indagato l'infiltrazione mafiosa nel settore edilizio, specificamente nei lavori per un centro commerciale. La Corte di Cassazione aveva precedentemente annullato con rinvio l'ordinanza per carenze motivazionali sul ruolo effettivo del soggetto e sulla collocazione temporale dei fatti. Nel giudizio di rinvio, il Tribunale ha riesaminato le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e le intercettazioni telefoniche, definendo con precisione l'apporto causale dell'indagato alle dinamiche della cosca. L'indagato ha proposto un nuovo ricorso per Cassazione, lamentando vizi di motivazione e violazione dei limiti del rinvio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ritenendo la motivazione logica e completa, confermando definitivamente il provvedimento cautelare in carcere e condannando il ricorrente alle spese processuali.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa a carico di un soggetto che aveva consegnato un assegno privo di copertura, rassicurando falsamente la vittima sulla propria solvibilità. I giudici hanno chiarito che tale comportamento integra gli artifici e raggiri necessari per la configurazione del reato. Inoltre, la Suprema Corte ha respinto la contestazione sull'inutilizzabilità delle dichiarazioni de relato (testimonianze indirette), confermando che esse sono pienamente utilizzabili in appello se la difesa non ha richiesto l'audizione del testimone diretto durante il primo grado di giudizio. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna all'ergastolo per due soggetti accusati di un omicidio di mafia avvenuto nel 2002. In primo grado gli imputati erano stati assolti, ma la Corte d'Assise d'Appello aveva ribaltato la decisione basandosi sulle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia e su una nuova perizia medico-legale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi della difesa, validando il ribaltamento della sentenza di assoluzione. I giudici hanno stabilito che la decisione di secondo grado ha rispettato l'obbligo di motivazione rafforzata, dimostrando la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. Le dichiarazioni dei collaboratori sono state ritenute pienamente attendibili e riscontrate da elementi oggettivi, come lo stato del veicolo della vittima e la traiettoria dei colpi d'arma da fuoco.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un automobilista condannato per il reato di guida in stato di ebbrezza, aggravato dall'aver provocato un incidente stradale. Il conducente contestava l'utilizzabilità di alcune testimonianze e la mancata convocazione di un testimone a difesa. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso si limitava a ripetere le stesse obiezioni già respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza criticare in modo specifico la sentenza d'appello. La condanna si fonda su elementi oggettivi inconfutabili: i rilievi effettuati sul posto, la dinamica dell'incidente e l'evidente stato di alterazione psicofisica del conducente al momento del fatto. Di conseguenza, l'automobilista perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna all'ergastolo per il capo di un clan locale, ritenuto responsabile come mandante di un triplice omicidio avvenuto nel 1991. L'azione, commissionata per eliminare un rivale, ha causato anche la morte di due passanti innocenti per errore dei sicari. La difesa contestava l'utilizzo delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e la presenza di una precedente condanna definitiva a carico di un coesecutore. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la responsabilità del mandante è pienamente provata dalle dichiarazioni dei pentiti, concordi e riscontrate dalle prove scientifiche. Inoltre, l'accordo difensivo sull'acquisizione degli atti sana la mancata audizione dei testimoni. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e i risarcimenti alle parti civili.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per furto di energia elettrica aggravato e continuato. La donna, intestataria del contratto di fornitura, sosteneva che il reale utilizzatore dell'immobile fosse un altro soggetto, sanzionato dall'Agenzia delle Dogane. La difesa chiedeva la riapertura del processo per acquisire questo documento amministrativo. I giudici di legittimità hanno stabilito che la sanzione amministrativa a carico del terzo non esclude la responsabilità penale dell'intestataria dell'utenza. La richiesta di nuove prove è stata ritenuta irrilevante e superflua. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tre soggetti sono stati condannati per una rapina commessa in una tabaccheria. La prova principale era costituita dalle dichiarazioni de relato di un complice, arrestato successivamente per un altro fatto. Quest'ultimo aveva riferito quanto appreso direttamente dall'organizzatore del colpo. I condannati hanno impugnato la sentenza in Cassazione, lamentando l'inutilizzabilità di tali dichiarazioni per mancato avvertimento della facoltà di non rispondere e la mancata audizione della fonte diretta. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, confermando la validità delle dichiarazioni de relato. I giudici hanno chiarito che il dichiarante, avendo già ricevuto gli avvisi in un precedente interrogatorio, non aveva diritto a nuovi avvertimenti. Inoltre, la richiesta di sentire la fonte diretta in appello è stata ritenuta tardiva, poiché non formulata in primo grado. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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