Definizione
Misura alternativa alla detenzione in carcere che consente al condannato di scontare la pena nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 1.332 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 57% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 22%
- Rigettato 19%
- Inammissibile 57%
- Altro 1%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 153%
- Penale Sez. 745%
- Penale Sez. 63%
Precedenti più richiamati
- Cass. 52134/2019in 31 provvedimenti
- Cass. 14962/2009in 52 provvedimenti
- Cass. 43256/2018in 27 provvedimenti
- Cass. 16442/2010in 37 provvedimenti
- Cass. 44992/2018in 59 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un uomo sottoposto a detenzione domiciliare si è allontanato momentaneamente dalla propria abitazione senza alcuna autorizzazione. I giudici di merito lo hanno condannato e, nel giudizio di appello, la difesa ha richiesto esclusivamente il riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Successivamente, l'imputato ha presentato ricorso per Cassazione contestando la sussistenza del reato di evasione e lamentando la mancata concessione della sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: chi non contesta la sussistenza del fatto in appello non può farlo per la prima volta davanti ai giudici di legittimità. Inoltre, la Corte ha ribadito che anche il breve allontanamento da casa configura pienamente il reato di evasione, condannando il ricorrente a pagare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un detenuto condannato a oltre dieci anni di reclusione ha richiesto il differimento della pena per motivi di salute o la detenzione domiciliare, evidenziando una diagnosi conclamata di infezione da HIV e l'asserita inadeguatezza dell'assistenza penitenziaria. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto l'istanza dopo una perizia medico-legale, accertando che le cure somministrate in carcere risultano adeguate e che la malattia non è in fase terminale né determina un pericolo imminente di vita. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, ribadendo che la diagnosi di HIV non comporta una scarcerazione automatica. I giudici devono bilanciare il diritto alla salute con la residua pericolosità sociale del condannato, mantenendo la reclusione quando le terapie necessarie sono pienamente assicurate all'interno della struttura carceraria.
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Un detenuto ha presentato istanza per ottenere il differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta. L'interessato ha quindi redatto, firmato e depositato personalmente il ricorso presso l'ufficio matricola del carcere. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione personale non è consentito dalla legge. L'atto necessita obbligatoriamente della sottoscrizione di un difensore iscritto nell'apposito albo speciale della Corte di Cassazione. Per questa irregolarità formale, la Suprema Corte ha respinto l'impugnazione senza valutarne il merito. Il condannato ha subito la condanna al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Una donna condannata ha chiesto l'accesso a misure alternative alla detenzione, tra cui l'affidamento in prova e la detenzione domiciliare per motivi di salute. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta per la gravità dei reati commessi, l'assenza di pentimento, il rifiuto di svolgere attività lavorative e il compimento di nuovi reati durante un precedente differimento della pena. La condannata ha presentato ricorso denunciando l'errato conteggio dei carichi pendenti e sostenendo che la vittima di stalking si era trasferita altrove, elidendo il pericolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il pericolo di recidiva riguarda la collettività generale e non una persona specifica, confermando che la tutela della sicurezza pubblica prevale sulle condizioni di salute se queste restano gestibili in carcere.
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Il Tribunale di Sorveglianza respinge la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale presentata da un condannato, concedendogli esclusivamente la detenzione domiciliare. I giudici evidenziano una persistente pericolosità sociale dell'uomo, legata a precedenti penali gravi per associazione mafiosa, una personalità incline a violare la legge e legami con ambienti criminali. Il condannato impugna il provvedimento contestando vizi di motivazione. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La Suprema Corte accerta che l'atto difensivo mira a ottenere una nuova valutazione dei fatti, preclusa ai giudici di legittimità. I magistrati ritengono la motivazione del tribunale coerente e priva di difetti logici, condannando l'interessato alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un detenuto ha richiesto il differimento della pena per motivi di salute, domandando in subordine la detenzione domiciliare. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto l'istanza basandosi su una perizia medica dell'ASL. La relazione sanitaria ha accertato che le patologie del condannato risultano curabili all'interno del penitenziario e non confliggono con il regime carcerario. Il detenuto ha proposto ricorso per cassazione, chiedendo una nuova valutazione delle proprie condizioni fisiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che i giudici di legittimità non possono riesaminare le prove sanitarie o proporre letture alternative dei fatti già valutati con motivazione congrua. La Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un detenuto condannato alla pena dell'ergastolo ha richiesto il differimento della pena per motivi di salute per accedere alla detenzione domiciliare. L'uomo lamentava gravi problemi cardiocircolatori e psicosi, rifiutando tuttavia le terapie fornite in carcere. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta dopo una perizia medica che attestava la compatibilità tra salute e detenzione. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dichiarando inammissibile il ricorso. La Corte ha stabilito che la sofferenza autoprodotta dal condannato tramite il rifiuto dei farmaci non giustifica la scarcerazione. La legge assicura al detenuto le stesse cure del cittadino libero ma non la liberazione se la prigione offre i trattamenti idonei.
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Una persona in detenzione domiciliare ha chiesto la liberazione anticipata per un semestre. Il giudice ha respinto la domanda a causa di molteplici violazioni delle prescrizioni, tra cui denunce per evasione e frequentazioni vietate. La difesa ha sostenuto che il giudice deve valutare solo il singolo semestre e che non esisteva una formale iscrizione nel registro delle notizie di reato per l'ultima evasione. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. Il giudice può valutare anche condotte verificatesi nei semestri precedenti o successivi quando tali violazioni rivelano il totale fallimento del percorso di risocializzazione. Inoltre, l'autorità giudiziaria può considerare fatti illeciti anche prima dell'esito formale del relativo processo penale.
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Un imprenditore condannato per bancarotta fraudolenta plurimilionaria ha chiesto l'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto l'istanza e ha concesso solo la detenzione domiciliare, vietandogli incontri con persone estranee alla famiglia. I giudici hanno valorizzato l'assenza di qualsiasi risarcimento ai creditori e la gestione di fatto di un negozio formalmente intestato alla figlia, ravvisando un concreto pericolo di recidiva. Il condannato ha presentato ricorso per cassazione contestando l'eccessiva rigidita delle prescrizioni e la valutazione dei fatti. La Suprema Corte ha confermato il rigetto. Il mancato risarcimento e la prosecuzione dell'attivita commerciale occulta dimostrano l'assenza di un reale percorso rieducativo, rendendo legittimo il diniego del beneficio piu favorevole.
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Un uomo condannato per violenza sessuale ha chiesto di scontare la pena residua all'esterno del carcere. Il Tribunale di sorveglianza ha negato l'affidamento in prova al servizio sociale e la semilibertà, concedendo soltanto la detenzione domiciliare speciale per ragioni di salute. I giudici hanno motivato il rifiuto evidenziando l'assenza di revisione critica dei reati, l'abbandono del percorso rieducativo e la mancanza di risarcimenti, anche simbolici, verso le vittime. Il condannato ha presentato ricorso affermando che proclamarsi innocente non può impedire l'accesso alla misura. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto: la legge non impone una confessione forzata, ma richiede una reale riflessione sulla condotta illecita e l'accettazione della sanzione penale.
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Un condannato per gravi delitti, tra cui estorsione e sequestro a scopo di estorsione, ha chiesto la liberazione condizionale dopo oltre dodici anni di pena, in parte scontati ai domiciliari per motivi di salute. Il Tribunale di sorveglianza ha rigettato la richiesta, rilevando sia il persistente pericolo di contatti con la criminalità organizzata sia la totale assenza di una revisione critica del passato criminale. Il detenuto ha presentato ricorso per cassazione, sostenendo che le patologie fisiche costituissero l'unica prova possibile del suo ravvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la malattia e il mero rispetto delle prescrizioni domiciliari non dimostrano il pentimento interiore. Di conseguenza, il condannato resta sottoposto alla pena in corso e deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un condannato richiede l'affidamento in prova al servizio sociale o la detenzione domiciliare, sostenendo la compatibilità delle sue condizioni di salute con la vita fuori dal carcere, l'offerta di un'attività lavorativa e la mancanza di condanne recenti. Il Tribunale di Sorveglianza respinge le richieste evidenziando recenti denunce a carico dell'uomo, perizie mediche che attestano la piena compatibilità della salute con la prigione e la scarsa chiarezza dell'offerta lavorativa presentata. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile: i giudici di merito hanno motivato la decisione in modo coerente e il condannato non può pretendere una nuova valutazione dei fatti già accertati. Il ricorrente deve versare le spese di giudizio e tremila euro alla cassa delle ammende.
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Una detenuta, condannata a oltre cinque anni di reclusione per vari delitti, ha richiesto la concessione della detenzione domiciliare. La difesa ha evidenziato il regolare svolgimento di sette permessi premio e la recente condotta corretta all'interno del penitenziario. Il Tribunale di sorveglianza ha tuttavia rigettato l'istanza, rilevando la gravità dei reati commessi, la presenza di procedimenti penali ancora pendenti e l'alto rischio di recidiva. La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento e ha respinto il ricorso. I giudici hanno chiarito che il positivo svolgimento di uscite temporanee non impone la concessione automatica della misura alternativa, poiché il magistrato può esigere un percorso trattamentale più lungo in carcere.
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Un uomo sottoposto alla misura alternativa della detenzione domiciliare ha chiesto al Magistrato di Sorveglianza l'autorizzazione ad allontanarsi dalla propria abitazione per andare a lavorare presso la sua officina. Il giudice competente ha respinto l'istanza. L'interessato ha quindi impugnato il provvedimento davanti alla Corte di Cassazione, contestando la decisione negativa e insistendo sulla necessità di svolgere l'attività lavorativa. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. Le critiche sollevate riguardavano infatti questioni di merito e valutazioni di fatto, aspetti che la Suprema Corte non può riconsiderare. Il tema del rapporto tra detenzione domiciliare e lavoro resta dunque ancorato alla valutazione del giudice di merito. La Corte ha condannato il richiedente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un detenuto gravemente malato chiede il differimento della pena o la detenzione domiciliare per incompatibilità con il carcere. Il Tribunale di sorveglianza respinge la richiesta ritenendo la struttura carceraria idonea a curarlo. L'uomo impugna il provvedimento dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando il mancato rilievo del suo decadimento fisico e la carenza di perizie mediche. Nelle more del ricorso, tuttavia, l'amministrazione penitenziaria concede al condannato i domiciliari per motivi di salute. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché il detenuto ha già ottenuto il beneficio richiesto, l'impugnazione non ha più alcuna utilità pratica. Il condannato non subisce alcuna condanna alle spese processuali.
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Un uomo sottoposto a detenzione domiciliare si allontana dalla propria abitazione senza autorizzazione, facendovi poi ritorno da solo. I giudici lo condannano per il reato di evasione, negando l'attenuante della consegna spontanea e la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. L'imputato presenta ricorso in Cassazione sostenendo che il proprio rientro spontaneo a casa equivalga alla consegna all'autorità. I Supremi Giudici dichiarano il ricorso inammissibile. Il rientro nella propria abitazione non azzera l'illecito e non integra l'attenuante speciale, poiché la legge impone di consegnarsi fisicamente a un istituto carcerario o alle forze dell'ordine abilitate all'arresto immediato. Il ricorrente perde la causa e subisce anche la condanna al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione di tremila euro.
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Un uomo condannato per reati legati agli stupefacenti ha chiesto l'applicazione del lavoro di pubblica utilità come pena sostitutiva della reclusione. I giudici di merito hanno invece disposto la detenzione domiciliare, evidenziando i numerosi precedenti penali e l'elevata pericolosità del soggetto. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando tale scelta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il giudice di merito possiede infatti piena discrezionalità nel valutare quale pena sia più adatta a prevenire nuove violazioni. Una misura che garantisce troppa libertà di movimento, come il lavoro sostitutivo, non tutela la collettività di fronte a soggetti con precedenti specifici.
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Un uomo sottoposto a detenzione domiciliare si allontana dalla propria abitazione senza tempestiva giustificazione. La Corte d'Appello lo condanna per il reato di evasione, negando l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa della durata non minima dell'assenza e di una violazione identica commessa poche settimane prima. L'imputato presenta ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento del beneficio. I giudici supremi dichiarano il ricorso inammissibile. La Cassazione chiarisce che la valutazione sulla gravità dell'illecito spetta al giudice di merito, il quale ha motivato in modo logico e coerente basandosi sulla recidività del comportamento e sulla gravità della condotta. Il ricorrente deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Il Tribunale di sorveglianza nega l'affidamento in prova al servizio sociale a un uomo anziano con reati fiscali e truffe risalenti nel tempo, concedendo solo la detenzione domiciliare. Il giudice territoriale valorizza i vecchi precedenti penali e la mancata ricerca autonoma di attività di volontariato. Il condannato impugna la decisione davanti alla Corte di Cassazione, lamentando un automatismo punitivo. La Suprema Corte accoglie il ricorso e annulla l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità chiariscono che i precedenti remoti non precludono la misura alternativa se manca una reale valutazione della condotta presente. Inoltre, l'assenza di un lavoro o di un progetto autonomo di volontariato non impedisce l'accesso alla misura, spettando agli uffici competenti proporre il programma di reinserimento.
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Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca della detenzione domiciliare concessa a un condannato ai sensi della legge 199 del 2010. Il provvedimento è scaturito dalla scoperta di un allaccio abusivo alla rete elettrica nell'immobile occupato dall'uomo. Il condannato ha presentato ricorso per cassazione, sostenendo che i giudici non avevano valutato adeguatamente la documentazione difensiva relativa all'esistenza di un'utenza regolare e ai consumi registrati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha ribadito che non può procedere a una nuova valutazione dei fatti già motivati dal giudice di merito e ha condannato l'uomo a tremila euro per la Cassa delle ammende.
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