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Destinazione Allo Spaccio

Definizione

La finalità di vendere, cedere o distribuire sostanze stupefacenti a terzi, in contrapposizione al possesso per uso esclusivamente personale.

Orientamento della Cassazione

Su LexCED 76 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 93% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Esito del ricorso

  • Accolto, anche in parte 1%
  • Rigettato 5%
  • Inammissibile 93%

Provvedimenti per anno

2022 2023 2024 2025 2026

Sezioni

  • Penale Sez. 788%
  • Penale Sez. 37%
  • Penale Sez. 45%

Precedenti più richiamati

  • Cass. 26738/2020in 6 provvedimenti
  • Cass. 36755/2004in 3 provvedimenti
  • Cass. 11025/2013in 8 provvedimenti
  • Cass. 12146/2009in 3 provvedimenti
  • Cass. 44419/2008in 7 provvedimenti

Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Dall’uso personale alla destinazione allo spaccio: condanna ferma
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a sei mesi di reclusione e mille euro di multa per un imputato sorpreso per strada con tredici bustine termosaldate di hashish occultate nella biancheria intima. La difesa sosteneva che la sostanza fosse destinata al mero consumo personale, contestando la destinazione allo spaccio dedotta dal solo peso e la mancata concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. La Corte ha chiarito che il confezionamento in dosi singole, l'occultamento sul corpo in luogo pubblico e il principio attivo escludono l'uso personale. I precedenti penali e la sottoposizione a sorveglianza speciale giustificano pienamente il rigetto delle attenuanti.
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Uso personale o destinazione allo spaccio: conta il contesto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per la detenzione illecita di sostanze stupefacenti. L'uomo sosteneva che la droga fosse destinata a un uso esclusivamente personale e che mancassero le prove di una vendita a terzi. I giudici hanno invece ritenuto provata la destinazione allo spaccio attraverso una serie di elementi precisi: la quantita della sostanza, i precedenti specifici dell'uomo, l'occultamento sotto il sedile dell'automobile in una duplice busta e il viaggio per l'acquisto lontano dal luogo di residenza, compiuto violando la misura della sorveglianza speciale. Poiche il ricorso contestava valutazioni di merito senza evidenziare vizi logici reali, la Suprema Corte lo ha dichiarato inammissibile, condannando il ricorrente anche al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Destinazione allo spaccio: bilancino e droga valgono la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per reati legati alla droga. Le forze dell'ordine hanno trovato l'uomo con oltre 250 grammi di hashish e un bilancino di precisione nell'auto. Questi elementi materiali provano la destinazione allo spaccio e smentiscono l'ipotesi dell'uso personale. I giudici hanno inoltre respinto la richiesta di svolgere lavori di pubblica utilità in sostituzione del carcere. La difesa ha allegato soltanto buste paga, senza provare lo stato di tossicodipendenza o di assuntore abituale. L'uomo deve pagare le spese del procedimento e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso personale o destinazione allo spaccio: il caso
Le forze dell'ordine hanno fermato L'Imputata a bordo della propria vettura su una strada statale. I militari hanno trovato ventuno grammi di cocaina, materiale per il confezionamento delle dosi e un bilancino di precisione. La difesa ha sostenuto l'uso personale della sostanza. La Corte di Appello ha invece confermato la condanna, escludendo sia l'uso personale sia la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'interessata dichiarandolo inammissibile. I giudici supremi hanno ribadito che la destinazione allo spaccio può essere desunta da elementi indiziari certi come il quantitativo, gli strumenti di pesatura e il luogo di custodia. La ricorrente perde definitivamente il giudizio e deve versare tremila euro alla Cassa delle ammende oltre alle spese processuali.
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Destinazione allo spaccio di stupefacenti: Condanna Confermata
Un Ricorrente è stato condannato per possesso di stupefacenti con destinazione allo spaccio. I giudici avevano riscontrato la sostanza già divisa in dosi. Il Ricorrente ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la droga fosse per uso personale e che la quantificazione fosse errata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato la condanna, ritenendo che la destinazione allo spaccio di stupefacenti fosse stata correttamente accertata, basandosi sulla divisione in dosi e sulla quantità eccessiva per un consumo individuale. Il Ricorrente deve pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Destinazione allo spaccio tra uso personale e indizi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per detenzione di sostanze stupefacenti. L'indagato sosteneva l'uso personale, ma i giudici hanno accertato la destinazione allo spaccio attraverso precisi elementi materiali. I militari avevano trovato l'uomo con dieci involucri separati, una somma di denaro priva di giustificazione e in una zona nota per lo scambio di sostanze. Il ricorso dell'imputato mirava a una nuova valutazione delle prove, operazione vietata davanti ai giudici di legittimità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Destinazione allo spaccio o uso personale: ricorso inammissibile
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione per contestare la condanna penale relativa al possesso di droga. La difesa sosteneva che la sostanza fosse destinata al mero consumo personale e che il fatto dovesse rientrare tra gli illeciti amministrativi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché i motivi presentati erano generici e privi di un reale confronto con la sentenza di appello. I giudici hanno confermato la destinazione allo spaccio valutando le circostanze concrete e le testimonianze raccolte in dibattimento. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Destinazione allo spaccio: da assolto a condannato in appello
Il Tribunale di primo grado assolveva l'imputato ritenendo non dimostrata la destinazione allo spaccio a causa della modesta quantità di droga e della presunta ambiguità dei messaggi telefonici. La Corte di Appello ribaltava tale verdetto ed emetteva una condanna, valorizzando elementi testimoniali trascurati e fornendo una diversa lettura del quadro probatorio. L'imputato proponeva quindi ricorso per Cassazione contestando la riforma della pronuncia assolutoria. I Supremi Giudici hanno confermato la condanna, dichiarando il ricorso inammissibile: i giudici di secondo grado hanno motivato adeguatamente la decisione senza necessità di riaprire l'istruttoria dibattimentale, poiché hanno semplicemente interpretato in modo più rigoroso e coerente gli indizi già acquisiti. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro.
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Cento dosi e destinazione allo spaccio: ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per il reato di detenzione di droga. La difesa sosteneva l'assenza di elementi comprovanti la destinazione allo spaccio, facendo leva sulla ridotta percentuale di principio attivo contenuta nella sostanza sequestrata. I giudici di merito hanno invece accertato che il quantitativo consentiva di ricavare almeno cento dosi con effetto drogante. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso unicamente ripetitivo di censure già respinte in appello. L'organo giudicante ha quindi dichiarato inammissibile l'impugnazione, condannando l'interessato alle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Dosi e 80 mila euro: confermata la destinazione allo spaccio
Due imputati hanno impugnato la sentenza della Corte di Appello che confermava la loro condanna per detenzione di stupefacenti. I soggetti sostenevano che la sostanza fosse destinata al mero consumo personale. I giudici hanno invece accertato precisi elementi che dimostravano la destinazione allo spaccio. Gli agenti hanno infatti rinvenuto un quantitativo idoneo a ricavare oltre cento dosi, una somma di denaro superiore a ottanta mila euro a fronte di nessuna attività lavorativa documentata e diversi manoscritti con cifre e nominativi. La Corte di Cassazione ha rigettato le censure difensive e ha dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando entrambi i ricorrenti alle spese di giudizio e a tremila euro ciascuno per la Cassa delle ammende.
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Dosi e bilancino: confermata la destinazione allo spaccio
L'Imputato, sottoposto a sorveglianza speciale, ha impugnato la condanna per detenzione di marijuana contestando la destinazione allo spaccio. I giudici hanno confermato la colpevolezza valorizzando il frazionamento della sostanza in varie dosi, la presenza di un bilancino di precisione e il possesso di bustine identiche per il confezionamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché fondato su motivi meramente ripetitivi già respinti in appello. I giudici di legittimità hanno inoltre confermato la recidiva a causa della maggiore pericolosità sociale dimostrata dall'uomo, condannandolo alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di Stupefacenti: Appello Inammissibile, Condanna Confermato
Una persona è stata condannata per il reato di spaccio di stupefacenti. Ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la destinazione allo spaccio della droga e il mancato riconoscimento di circostanze attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto corrette le motivazioni della Corte d'Appello, basate sulla quantità e tipologia della sostanza, la presenza di strumenti per il confezionamento e denaro non compatibile con il reddito dell'imputata. La condanna è stata confermata, con l'obbligo di pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Destinazione allo spaccio: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imputato per detenzione di stupefacenti di lieve entità. I giudici hanno accertato la destinazione allo spaccio della sostanza valorizzando due elementi oggettivi: la quantità significativa di droga e le specifiche modalità di occultamento. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso difensivo, ritenendo che i motivi proposti riproducessero argomenti già motivatamente respinti nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, la richiesta di riconoscimento delle attenuanti generiche è risultata del tutto generica, priva di elementi favorevoli concreti. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese di giudizio e a un'ulteriore somma alla Cassa delle ammende.
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Uso personale o destinazione allo spaccio: conta il bilancino
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale di un soggetto accusato di detenzione illecita di droga. L'indagato sosteneva che lo stupefacente servisse per consumo personale. Le Forze dell'Ordine hanno però accertato elementi inequivocabili: il possesso di un bilancino di precisione gettato via durante il controllo, tre confezioni di cocaina frazionabili in quattordici dosi e l'utilizzo di una casa come base logistica. I giudici hanno quindi provato la destinazione allo spaccio, escludendo l'uso personale e negando la particolare tenuità del fatto per via della non episodicità della condotta.
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Destinazione allo spaccio: ricorso generico e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un imputato condannato per detenzione di sostanze stupefacenti, tra cui eroina, occultate sulla propria persona. La difesa ha presentato ricorso sostenendo una presunta violazione di legge e la carenza di motivazione sulla responsabilità penale, senza tuttavia spiegare in modo specifico i motivi di contrasto con la decisione d'appello. I giudici di merito avevano accertato la destinazione allo spaccio della droga sulla base della diversa tipologia occultata e della totale assenza di prove o dichiarazioni relative a un eventuale uso personale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità, confermando la condanna e imponendo all'imputato il pagamento delle spese processuali e di una sanzione economica pecuniaria.
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Destinazione allo spaccio: i nomi sulle buste provano la colpa
L'Imputato è stato condannato per detenzione di cocaina e resistenza a pubblico ufficiale. I giudici hanno accertato la destinazione allo spaccio della sostanza stupefacente attraverso indizi inequivocabili: la droga era già suddivisa in singole dosi e sulle bustine erano riportati i nominativi dei singoli acquirenti. L'Imputato ha presentato ricorso per Cassazione contestando la finalità di spaccio e lamentando l'eccessiva severità della pena inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I Supremi Giudici hanno confermato la solidità della motivazione dei precedenti gradi di giudizio, evidenziando inoltre l'assenza di qualsiasi segno di ravvedimento e la congruità della sanzione già ridotta al minimo di legge, condannando il ricorrente alle spese e al versamento a favore della Cassa delle ammende.
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Uso personale o destinazione allo spaccio: conta il contesto
Un uomo ha impugnato la sentenza di condanna sostenendo che quindici grammi di cocaina costituissero una semplice scorta per uso personale. I giudici hanno invece confermato la sussistenza della destinazione allo spaccio. Diversi indizi univoci hanno smentito la tesi difensiva: la fuga all'alt delle forze dell'ordine con il tentativo di gettare la droga, la presenza notturna a cento chilometri da casa, il possesso di foglietti con conteggi e la sproporzione economica rispetto al reddito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'imputato alle spese e a una sanzione.
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Uso personale o destinazione allo spaccio: decide la Cassazione
Un soggetto deteneva sostanza stupefacente suddivisa in sei dosi, una cospicua somma di denaro contante, un bilancino di precisione e un cellulare con due schede SIM nascosto insieme ai soldi. Durante il controllo delle forze dell'ordine, l'uomo aveva cercato di disfarsi del materiale di confezionamento e dello strumento di pesatura. La difesa sosteneva che la droga fosse destinata al solo uso personale. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, escludendo l'uso personale. I giudici hanno accertato che gli indizi materiali provavano chiaramente la destinazione allo spaccio. I giudici hanno inoltre escluso le attenuanti generiche a causa della mancata ammissione dei fatti. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Destinazione allo spaccio tra uso personale e prove
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna inflitta a un imputato per detenzione illecita di sostanze stupefacenti di lieve entità ed evasione. Le forze dell'ordine hanno sequestrato nella sua disponibilità un quantitativo di droga unitamente a materiale per il confezionamento delle dosi e fogli manoscritti contenenti cifre e nominativi. L'accusa ha dimostrato in modo inequivocabile la destinazione allo spaccio del materiale rinvenuto, superando la tesi difensiva del mero uso personale. I giudici di merito hanno valutato tutti gli elementi indiziari oggettivi e soggettivi senza incorrere in vizi logici. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa della genericità dei motivi difensivi, condannando il ricorrente al pagamento delle spese legali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso personale o destinazione allo spaccio: conta la dose
Un uomo è stato condannato per detenzione di stupefacenti di lieve entità. Le forze dell'ordine hanno rinvenuto oltre 60 grammi di droga suddivisi in singoli involucri e materiale per il confezionamento delle dosi. L'imputato ha presentato ricorso per cassazione sostenendo l'uso personale della sostanza. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Suprema Corte ha chiarito che l'accusa deve dimostrare la destinazione allo spaccio. Tuttavia, il giudice di merito può desumere tale finalità da elementi concreti come il quantitativo, il frazionamento e gli strumenti per il dosaggio. La Corte ha condannato il ricorrente alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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