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Delocalizzazione

Definizione

Nel contesto criminale, si riferisce al fenomeno per cui un'organizzazione mafiosa espande la propria operatività in territori diversi da quelli di origine, creando nuove cellule o 'locali'.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Delocalizzazione ‘ndrangheta: mafia senza violenza, condanna c’è
La Corte di Cassazione affronta un caso di custodia cautelare per associazione mafiosa. Un indagato è accusato di far parte di una 'filiale' criminale a Roma. La sua difesa sostiene che manchino le prove di una vera attività mafiosa, come la violenza e il controllo militare del territorio. La Corte rigetta il ricorso, stabilendo un principio chiave sulla **delocalizzazione della 'ndrangheta**: una filiale in un nuovo territorio non ha bisogno di usare la violenza esplicita. Essa 'eredita' la forza intimidatrice e la fama criminale dalla 'casa madre' calabrese. Questa reputazione è sufficiente a generare paura e sottomissione, permettendo al gruppo di infiltrarsi nell'economia. L'indagato, quindi, resta in carcere.
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Associazione mafiosa: la ‘ndrangheta a Roma
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare per un indagato accusato di partecipazione a un'associazione mafiosa operante a Roma come articolazione della 'ndrangheta calabrese. La sentenza chiarisce che una locale delocalizzata non necessita di atti di violenza espliciti se sfrutta la fama criminale della casa madre per infiltrare il tessuto economico. La decisione sottolinea come il controllo di settori imprenditoriali e la gestione monopolistica dei mercati costituiscano espressione del metodo mafioso, rendendo legittima l'applicazione delle misure restrittive nonostante l'assenza di un controllo territoriale di tipo militare.
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Associazione di tipo mafioso: la Cassazione decide
La Corte di Cassazione, con la sentenza 14403 del 2024, ha esaminato i ricorsi di diversi imputati condannati per associazione di tipo mafioso e altri reati. Il caso riguardava una cellula criminale, considerata un'emanazione della 'ndrangheta, operante nel nord Italia. La Corte ha confermato le condanne per la maggior parte degli imputati, chiarendo che per provare l'esistenza di una 'mafia delocalizzata' non è sempre necessario dimostrare nuovi e specifici atti di intimidazione nel territorio di insediamento, potendosi fare riferimento alla 'fama criminale' ereditata dall'organizzazione madre. Ha inoltre specificato i criteri di valutazione delle prove, come le sentenze definitive e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. La sentenza è stata parzialmente annullata con rinvio solo per un imputato, limitatamente a specifici aggravanti di un reato di estorsione, per difetto di motivazione.
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Associazione mafiosa: la Cassazione e la custodia cautelare
La Suprema Corte ha respinto il ricorso di un individuo ultraottantenne, confermando la sua custodia cautelare in carcere per partecipazione ad associazione mafiosa ('ndrangheta) con ruolo di vertice ed estorsione. La Corte ha stabilito che per una 'filiale' delocalizzata di una mafia storica, la forza intimidatrice può essere intrinseca, ereditata dall'organizzazione madre, senza necessità di atti di violenza palesi. Ha inoltre ritenuto sussistenti le 'esigenze cautelari di eccezionale rilevanza' che giustificano la detenzione per un anziano, dato il ruolo apicale e l'elevato rischio di recidiva.
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