Definizione
L'inizio del periodo di tempo stabilito dalla legge entro il quale un atto deve essere compiuto o un diritto esercitato. Nel contesto della custodia cautelare, indica l'inizio del calcolo della sua durata massima.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 42 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 38% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 26%
- Rigettato 38%
- Inammissibile 32%
- Altro 3%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 538%
- Penale Sez. 433%
- Penale Sez. 629%
Precedenti più richiamati
- Cass. 20897/2002in 3 provvedimenti
- Cass. 16053/2019in 7 provvedimenti
- Cass. 26458/2014in 4 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un Imputato ha presentato un ricorso contro la dichiarazione di inammissibilità del suo appello, ritenuto tardivo. L'Imputato sosteneva che una notifica non dovuta della sentenza di primo grado avesse fatto decorrere nuovamente i termini impugnazione penale. Ha anche sollevato una questione di legittimità costituzionale sull'equiparazione del sabato alla domenica per i termini processuali. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che una notifica non necessaria non riapre i termini per l'impugnazione e ha giudicato generica la questione costituzionale. L'Imputato ha perso e dovrà pagare le spese.
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L'Imputato, accusato di associazione mafiosa, ottiene la scarcerazione dalla custodia in carcere per avvenuta scadenza dei termini massimi. I giudici territoriali applicano nei suoi confronti l'obbligo di firma, richiamando automaticamente la presunzione legale di pericolosità per i reati di mafia e la natura stabile della consorteria criminale. La difesa contesta tale automatismo, segnalando il ridimensionamento delle accuse intervenuto nei precedenti giudizi e il lungo tempo trascorso dai fatti contestati. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'indagato e stabilisce che l'applicazione delle misure cautelari per decorrenza termini richiede una verifica concreta e attuale delle esigenze cautelari. Il Tribunale deve valutare il mutato quadro indiziario senza limitarsi a formule astratte.
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Un imputato, condannato per associazione mafiosa ed estorsioni aggravate, ha richiesto la revoca della misura restrittiva o la concessione degli arresti domiciliari. La difesa ha sostenuto che il lungo tempo trascorso dai fatti e la scadenza dei termini per il reato associativo rendessero ingiustificata la detenzione. Il Tribunale e la Corte di Cassazione hanno respinto l'istanza. I giudici hanno confermato che la custodia cautelare in carcere resta pienamente valida ed efficace per i singoli episodi di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il ruolo di vertice dell'imputato e la totale assenza di dissociazione dal gruppo criminale mantengono intatta la presunzione di pericolosità sociale.
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L'indagato, accusato di rapina aggravata commessa a Milano, subiva un ordine di carcerazione eseguito all'estero tramite mandato di arresto internazionale. La difesa presentava ricorso per ottenere la libertà e successivamente impugnava il rigetto davanti alla Corte di Cassazione. Prima dell'udienza di legittimità, il giudice competente disponeva la revoca della custodia cautelare per decorrenza dei termini massimi di carcerazione preventiva, provocando la conseguente rinuncia alla richiesta di estradizione da parte dello Stato italiano. I giudici supremi hanno dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse. Poiché l'indagato ha già riacquistato la libertà, la prosecuzione del giudizio non avrebbe prodotto effetti pratici.
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Un indagato per reati in materia di stupefacenti ha ottenuto la revoca degli arresti domiciliari per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Il Tribunale ha tuttavia disposto nei suoi confronti la misura meno grave dell'obbligo di dimora, imponendo il rientro serale nella propria abitazione. L'indagato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che il giudice non avesse motivato adeguatamente sulla reale persistenza delle esigenze cautelari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. La Corte ha chiarito che il giudice può applicare misure attenuate se il quadro cautelare resta immutato e la difesa non dimostra fatti nuovi capaci di annullare i pericoli alla base della precedente restrizione.
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Il caso riguarda un imputato sottoposto a custodia cautelare in carcere per gravi reati associativi. Dopo la condanna in appello, la Cassazione ha annullato la sentenza con rinvio limitatamente a una circostanza aggravante e al trattamento sanzionatorio. La difesa ha chiesto la scarcerazione per decorrenza dei termini di fase della custodia cautelare in carcere, sostenendo che l'annullamento parziale avesse azzerato i termini. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'annullamento parziale non incide sull'irrevocabilità dell'accertamento di responsabilità. Di conseguenza, non si applicano i termini di fase ma i termini massimi complessivi della misura. L'imputato rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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L'Imputata, accusata di furto aggravato, si trovava agli arresti domiciliari. Scaduti i termini massimi della custodia, la Corte d'Appello ha dichiarato inefficace la misura, ma ha contestualmente disposto l'obbligo di firma. La difesa ha impugnato la decisione denunciando la mancanza di una esplicita domanda cautelare da parte del Pubblico Ministero. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che anche per l'applicazione di misure alternative dopo la scadenza dei termini è indispensabile la domanda cautelare del Pubblico Ministero. La mancanza di tale richiesta determina la nullità del provvedimento. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio.
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Il Tribunale di Reggio Calabria ha applicato la misura dell'obbligo di dimora a un imputato dopo la revoca degli arresti domiciliari per decorrenza dei termini. L'imputato ha fatto ricorso sostenendo l'assenza di attualità del pericolo di recidiva, evidenziando il lungo periodo di detenzione e l'inizio di un'attività lavorativa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il tempo trascorso in carcere o ai domiciliari è considerato neutro e non dimostra la dissociazione dal sodalizio criminale. Di conseguenza, la presunzione delle esigenze cautelari rimane valida, giustificando l'applicazione della misura sostitutiva dell'obbligo di dimora. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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L'Imputato, accusato di associazione mafiosa, ha fatto ricorso contro l'applicazione della misura dell'obbligo di dimora, disposta dopo la sua scarcerazione per decorrenza termini. La difesa sosteneva che, in assenza di contestualità tra la scarcerazione e la nuova misura, servissero nuove e diverse esigenze cautelari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'applicazione di misure sostitutive dopo la scarcerazione per decorrenza termini è legittima sia se permangono le esigenze originarie, sia se ne sopravvengono di nuove. Inoltre, l'appartenenza a un clan mafioso non si presume interrotta dal solo stato di detenzione, salvo prova contraria di recesso o scioglimento del gruppo. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese.
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L'Imputato, accusato di associazione di stampo mafioso aggravata, ha chiesto la revoca della custodia cautelare in carcere sostenendo la scadenza dei termini massimi di durata, ritenuti di quattro anni anziché sei. Il Tribunale ha respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per calcolare la durata della custodia cautelare in carcere in presenza di più aggravanti specifiche (come l'associazione armata e il reinvestimento di capitali illeciti), occorre sommare gli aumenti di pena previsti dalla norma speciale. Di conseguenza, il termine massimo applicabile resta di sei anni e la misura cautelare rimane pienamente valida ed efficace. L'Imputato deve quindi restare in carcere e pagare le spese processuali.
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Il Detenuto ha richiesto la scarcerazione sostenendo che i termini massimi della sua custodia in carcere fossero scaduti il 12 aprile 2021. Egli riteneva inapplicabile al suo caso la normativa emergenziale sul Covid-19. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la sospensione termini custodia cautelare prevista durante la pandemia si applica anche ai procedimenti in cui la scadenza finale cadeva oltre l'11 novembre 2020. Di conseguenza, il periodo di custodia è stato legittimamente prolungato per via della sospensione ex lege dal 9 marzo all'11 maggio 2020. Il ricorrente resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Un indagato per omicidio volontario ha chiesto la scarcerazione sostenendo la scadenza dei termini di custodia cautelare durante le indagini preliminari. La difesa riteneva inapplicabile la sospensione dei termini legata all'emergenza sanitaria Covid-19. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sospensione termini custodia cautelare opera anche nella fase delle indagini se in quel periodo pendeva un termine processuale, come quello per la fissazione dell'incidente probatorio. Di conseguenza, i termini non sono scaduti e l'indagato rimane in carcere.
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato per tentato omicidio, confermando la validita della sua custodia cautelare agli arresti domiciliari. Il giudice di primo grado aveva dichiarato la fine della misura per scadenza dei termini, ma il Tribunale del Riesame ha ribaltato la decisione. La Cassazione ha chiarito che, durante l'emergenza sanitaria, la sospensione termini custodia cautelare prevista dal Decreto Cura Italia (D.L. 18/2020) si applica automaticamente anche nella fase delle indagini preliminari. Per evitare tale sospensione e far correre i termini, la difesa avrebbe dovuto presentare una formale e specifica richiesta di procedere al Pubblico Ministero, titolare delle indagini. Non avendolo fatto, i termini di custodia sono rimasti congelati e non sono scaduti.
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Il Procuratore Generale ha impugnato l'ordinanza che annullava il divieto di espatrio applicato a un indagato per traffico di droga. L'indagato, scarcerato per decorrenza dei termini, era sottoposto all'obbligo di firma, prescrizione che aveva violato. Il Tribunale del Riesame riteneva che, in caso di violazione delle misure post-scarcerazione, l'unica opzione fosse il ripristino della custodia in carcere, escludendo l'applicazione cumulativa di altre misure meno gravi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore, stabilendo che l'aggravamento misura cautelare tramite cumulo di misure non custodiali (obbligo di firma e divieto di espatrio) è legittimo e rispetta i principi di adeguatezza e proporzionalità, evitando l'automatica e sproporzionata applicazione del carcere. La decisione è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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La Corte di Cassazione affronta il tema della decorrenza termine riesame sequestro. Un Tribunale aveva dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato perché presentato oltre i dieci giorni. Il giudice riteneva che la conoscenza del decreto di sequestro fosse avvenuta con il suo inserimento nel fascicolo processuale. La Cassazione ha annullato questa decisione. Ha stabilito un principio fondamentale: il termine per l'impugnazione non parte da una conoscenza presunta, ma solo dalla notifica ufficiale dell'atto o dalla prova certa che l'interessato ne abbia avuto effettiva e piena conoscenza. La semplice presenza del documento nel fascicolo non è sufficiente. Di conseguenza, il ricorso dell'indagato è stato considerato tempestivo e dovrà essere riesaminato.
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Una donna, non indagata, chiede la restituzione di una somma di denaro sequestrata in casa durante l'arresto del marito per spaccio. Il Tribunale del Riesame respinge la richiesta perché presentata in ritardo, ritenendo che la sua presenza alla perquisizione facesse partire i termini. La Cassazione ribalta la decisione, chiarendo un principio fondamentale sui termini impugnazione sequestro probatorio: per il terzo estraneo al reato, il tempo per fare ricorso non decorre dalla sua presenza fisica al sequestro, ma dal momento in cui ha conoscenza legale e formale del provvedimento di convalida. La richiesta della donna era quindi tempestiva.
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La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sul ripristino della custodia in carcere dopo la scadenza dei termini. Un imputato, condannato in primo grado per associazione mafiosa, era stato scarcerato. La Procura ne chiedeva il ritorno in prigione, sostenendo che l'appartenenza a un clan implicasse un automatico e persistente pericolo di fuga. La Cassazione ha respinto questa tesi. Ha chiarito che il **pericolo di fuga** non può essere presunto, ma deve essere dimostrato con elementi concreti, specifici e soprattutto attuali. La sola gravità del reato o l'affiliazione mafiosa non sono sufficienti. La decisione del Tribunale, che aveva negato il ritorno in carcere, è stata quindi confermata.
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La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale sul ripristino della custodia cautelare per gli imputati di associazione mafiosa, scarcerati per decorrenza dei termini. Secondo i giudici, non è sufficiente la sola appartenenza a un clan per presumere automaticamente il pericolo di fuga. Per riportare in carcere una persona, il Pubblico Ministero deve dimostrare un rischio concreto, attuale e basato su fatti specifici, come preparativi per l'allontanamento o legami operativi attuali. In assenza di tali prove, la semplice gravità del reato non giustifica il ritorno in detenzione, confermando così la decisione di non ripristinare la misura cautelare.
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Un contribuente impugna una cartella di pagamento. L'Agente della Riscossione sostiene che il ricorso sia stato depositato in Commissione Tributaria oltre il termine di 30 giorni, calcolandolo dalla data di spedizione dell'atto. La Corte di Cassazione, invece, stabilisce un principio fondamentale sulla decorrenza termine deposito ricorso tributario: il termine di 30 giorni per la costituzione in giudizio del ricorrente non parte dalla data di spedizione del ricorso, ma dalla data in cui l'atto viene effettivamente ricevuto dalla controparte. Di conseguenza, il ricorso del contribuente è stato considerato tempestivo e la sua richiesta dovrà essere riesaminata nel merito.
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Un imputato, condannato a 18 anni per partecipazione ad associazione finalizzata al traffico di droga, ha chiesto la scarcerazione sostenendo la scadenza dei termini di custodia cautelare. La sua difesa riteneva che la pena concreta dovesse guidare il calcolo della durata massima della detenzione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: per calcolare i termini di custodia cautelare si deve guardare alla pena massima prevista dalla legge in astratto, non a quella inflitta nel caso specifico. Poiché il reato contestato prevede una pena massima teorica di 24 anni, il termine di detenzione applicabile era quello più lungo (6 anni), non ancora superato. Di conseguenza, la richiesta di scarcerazione è stata negata.
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