Definizione
Un danno la cui esistenza può essere dedotta da fatti noti e circostanze specifiche (presunzioni), ma che richiede comunque al danneggiato di allegare il pregiudizio che avrebbe evitato o il vantaggio che avrebbe conseguito.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 35 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 47% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 41%
- Rigettato 47%
- Inammissibile 6%
- Altro 6%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. Lavoro67%
- Civile Sez. 218%
- Civile Sez. 315%
Precedenti più richiamati
- Cass. 22553/2016in 9 provvedimenti
- Cass. 3474/2020in 8 provvedimenti
- Cass. 27563/2016in 5 provvedimenti
- Cass. 28981/2022in 3 provvedimenti
- Cass. 3472/2020in 5 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Un dipendente pubblico ha lavorato per molti anni con ripetuti incarichi a termine presso un ente locale. Dopo una lunga vertenza, l'amministrazione lo ha infine stabilizzato a tempo indeterminato. I giudici di merito hanno quindi negato il risarcimento del danno, ritenendo cancellato ogni pregiudizio con l'assunzione definitiva. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione accogliendo il ricorso del dipendente. L'abuso di contratti a termine nella Pubblica Amministrazione dà infatti diritto a un'indennità risarcitoria compresa tra quattro e ventiquattro mensilità. L'eventuale stabilizzazione successiva si somma al risarcimento e non lo esclude affatto.
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Un Lavoratore ha contestato una serie di contratti a termine e di somministrazione con un'Amministrazione Pubblica. I primi contratti di somministrazione erano stati dichiarati nulli per mancanza di una "causale del termine" specifica. La Cassazione ha stabilito che, per valutare la "temporaneità ed eccezionalità" delle esigenze che giustificano un contratto a termine, si devono considerare anche i periodi di lavoro precedenti svolti tramite somministrazione presso lo stesso ente. La Corte ha inoltre ribadito il diritto al "risarcimento del danno presunto" per il "contratto a termine illegittimo" nel pubblico impiego, anche senza conversione a tempo indeterminato. Il ricorso principale del Lavoratore è stato accolto, e la causa è stata rinviata per una nuova valutazione, tenendo conto anche della successiva stabilizzazione del Lavoratore.
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Docenti e personale ATA hanno fatto ricorso contro il Ministero per contestare la reiterazione contratti a termine e ottenere il risarcimento del danno, oltre alla conversione a tempo indeterminato. Durante il giudizio, i lavoratori hanno ottenuto la stabilizzazione e l'immissione in ruolo. La Corte d'Appello ha respinto la richiesta risarcitoria, ritenendo l'abuso sanato dall'assunzione definitiva. La Corte di Cassazione ha confermato tale orientamento: l'immissione in ruolo cancella le conseguenze dell'abuso derivante dalla successione di supplenze. Il lavoratore stabilizzato può ottenere un risarcimento solo dimostrando specifici danni ulteriori ed effettivi, senza poter beneficiare di alcuna presunzione automatica del pregiudizio. Il ricorso dei lavoratori è stato pertanto integralmente rigettato.
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Un'insegnante ha contestato la reiterazione abusiva di contratti a termine stipulati con il Ministero dell'Istruzione, chiedendo la stabilizzazione e il risarcimento del danno. Nel corso del tempo, la docente ha ottenuto l'immissione in ruolo a tempo indeterminato. I giudici di secondo grado hanno comunque condannato l'amministrazione a risarcire il danno subito per l'abuso dei contratti a termine. Il Ministero ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso ministeriale e ha rigettato la domanda risarcitoria dell'insegnante. I giudici hanno stabilito che l'assunzione a tempo indeterminato cancella l'abuso legato al precariato scolastico ed esclude il risarcimento automatico del danno, salvo la prova rigorosa di ulteriori pregiudizi specifici da parte del lavoratore.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un Lavoratore impiegato dal Ministero dell'Interno tramite contratti di somministrazione e poi a termine, durante un'emergenza migratoria. La Corte d'Appello aveva dichiarato nulli i contratti di somministrazione per mancanza di causale, ma legittimi quelli a termine, negando il risarcimento del danno. La Cassazione ha ribaltato questa decisione. Ha stabilito che per valutare la legittimità di un Contratto a termine nella Pubblica Amministrazione, bisogna considerare anche i periodi di lavoro precedenti tramite somministrazione. Inoltre, ha affermato che il risarcimento del danno per contratti a termine illegittimi nella pubblica amministrazione è presunto. La causa è stata rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione.
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Una società ha acquistato un credito per le spese di noleggio di un'auto sostitutiva, sostenute da un automobilista a causa di un "danno da fermo tecnico" dopo un incidente. L'assicurazione ha rifiutato il pagamento, sostenendo la mancata prova della necessità del noleggio. La Corte di Cassazione ha chiarito che per il "danno da fermo tecnico", è sufficiente dimostrare di aver sostenuto la spesa per il noleggio. Il nesso causale tra il fermo del veicolo e il noleggio è presunto. La Corte ha cassato la decisione del Tribunale, ribadendo che non è richiesta una prova rigorosa della necessità, ma solo della spesa effettivamente sostenuta.
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Un'Azienda Sanitaria pubblica ha impugnato la decisione di condanna al risarcimento in favore di una dipendente, sostenendo che la sua successiva assunzione a tempo indeterminato tramite concorso avesse sanato i contratti a termine abusivi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarificando che l'ingresso in ruolo per concorso non cancella l'illecito della precedente precarizzazione. Alla Lavoratrice spetta quindi il risarcimento del danno presunto ex art. 32 della legge n. 183/2010, quantificato in sei mensilità dell'ultima retribuzione, senza dover fornire alcuna prova specifica del pregiudizio subito.
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Diversi dipendenti della scuola pubblica hanno citato il Ministero contestando la reiterazione illegittima di contratti a termine. I lavoratori chiedevano l'immissione in ruolo e il risarcimento del danno economico. Nel corso del giudizio, l'amministrazione ha disposto l'assunzione a tempo indeterminato di tutti i ricorrenti. I giudici hanno respinto la richiesta risarcitoria, escludendo automatismi monetari dopo l'assunzione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione. La stabilizzazione del personale scolastico costituisce una misura idonea e proporzionata a riparare l'abuso subito durante il precariato. L'accesso al ruolo cancella le conseguenze della violazione del diritto europeo. Il lavoratore stabilizzato può ottenere un ulteriore risarcimento solo allegando e provando rigorosamente danni specifici e concreti, senza poter invocare alcun danno presunto.
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Una collaboratrice scolastica ha lavorato per anni con una serie continua di contratti a termine superando la soglia di trentasei mesi. La lavoratrice ha richiesto il riconoscimento dell'anzianità di servizio e il risarcimento del danno per il precariato subito. I giudici hanno riconosciuto gli scatti stipendiali maturati ma hanno negato l'indennizzo economico. La Corte di Cassazione ha confermato tale orientamento. L'avvenuta stabilizzazione del personale scolastico mediante l'immissione in ruolo cancella le conseguenze dell'abuso contrattuale. L'assunzione a tempo indeterminato esclude ogni risarcimento automatico e richiede al dipendente la prova rigorosa di danni ulteriori.
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Un collaboratore scolastico ha impugnato la decisione di merito che negava il risarcimento per la reiterazione contratti a termine dopo l'avvenuta immissione in ruolo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del dipendente, confermando che l'assunzione a tempo indeterminato sana pienamente l'abuso subito e cancella le conseguenze risarcitorie ordinarie, salvo la prova di danni ulteriori e specifici.
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Un proprietario ha citato in giudizio la società costruttrice confinante per la violazione delle distanze legali tra edifici, lamentando che il nuovo fabbricato sorgeva a meno di dieci metri dalla sua parete finestrata. La società si difendeva sostenendo che i terreni si trovavano a quote diverse (dislivello) e che le pareti non erano direttamente fronteggianti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che l'obbligo di rispettare la distanza minima di dieci metri tra pareti finestrate è assoluto e inderogabile. Tale limite si applica anche in presenza di dislivelli tra i fondi o se le pareti non si fronteggiano perfettamente. Inoltre, la Corte ha confermato il risarcimento del danno, qualificato come danno presunto, liquidato in via equitativa per la temporanea perdita di valore della proprietà del vicino.
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Il caso nasce dal danneggiamento di un immobile causato dai lavori dei vicini del piano superiore. Le parti stipulano un accordo transattivo per la messa in sicurezza, che i vicini non rispettano. Il proprietario chiede quindi l'adempimento e il risarcimento. La Corte d'Appello riconosce il danno da mancato godimento dell'immobile, quantificandolo in base al valore locativo. I vicini ricorrono in Cassazione, sostenendo che il danno non fosse provato. La Suprema Corte rigetta il ricorso principale e quello incidentale del proprietario. Conferma che l'inagibilità assoluta di un locale consente di presumere l'esistenza di un danno da mancato godimento, stimabile sulla base dei canoni di locazione di mercato, senza necessità di provare specifiche occasioni di affitto perdute. Le spese di giudizio vengono compensate.
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Una società di riscossione tributi ha fatto causa a un operatore postale per il grave ritardo e lo smarrimento di migliaia di raccomandate contenenti cartelle esattoriali. Questo inadempimento ha causato la prescrizione dei tributi e la perdita dei compensi per la società. La Corte d'Appello ha riconosciuto solo il danno immediato, escludendo il mancato guadagno e il danno alla reputazione per mancanza di prove matematiche. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della società. I giudici hanno stabilito che, quando il danno è certo ma difficile da quantificare, il giudice deve applicare la valutazione equitativa del danno. Inoltre, un inadempimento così massivo genera un danno presunto all'immagine commerciale dell'impresa, che va risarcito senza pretendere prove impossibili.
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Una lavoratrice ha svolto per oltre tredici anni attività di lavori socialmente utili presso un Comune. Tuttavia, anziché occuparsi del progetto di assistenza scolastica previsto, è stata impiegata stabilmente come centralinista e addetta all'ufficio commercio, sotto le direttive dei dirigenti. La Corte d'Appello ha riqualificato il rapporto come lavoro subordinato di fatto, condannando l'ente al pagamento delle differenze retributive e al risarcimento del danno per l'abusiva reiterazione di contratti a termine. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del Comune. I giudici hanno stabilito che lo svolgimento di mansioni ordinarie e diverse dal progetto originario dimostra la natura subordinata del rapporto, rendendo nullo il limite temporale dei contratti e facendo scattare il diritto al risarcimento del danno, che si presume in automatico per la precarizzazione subita.
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Un infermiere assunto da un'azienda ospedaliera pubblica con ripetuti contratti a tempo determinato ha contestato l'illegittimità del termine per mancanza di causali specifiche. La Corte d'Appello ha accertato l'abuso del contratto a termine e ha condannato l'ente al risarcimento del danno, quantificato in sei mensilità. L'azienda ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il blocco delle assunzioni giustificasse il ricorso al lavoro precario e contestando la quantificazione del danno senza prova concreta. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il blocco delle assunzioni non legittima la reiterazione dei contratti a termine. Nei rapporti con la Pubblica Amministrazione, pur non operando la conversione del rapporto, il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno presunto, calcolato secondo criteri di equità per sanzionare l'abuso.
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Una lavoratrice ha fatto causa a un consorzio autostradale pubblico contestando l'illegittima reiterazione di contratti a tempo determinato. La Corte d'Appello ha negato il risarcimento ritenendo che la dipendente non avesse dimostrato il danno concreto. La Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che in caso di abuso di contratti a termine nel pubblico impiego il danno è presunto (danno comunitario) e non necessita di prova specifica. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello.
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I Vicini hanno realizzato un terrapieno artificiale modificando il livello del terreno e costruendo muri alti oltre due metri a ridosso del confine. La Proprietaria confinante ha chiesto l'arretramento delle opere e il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello ha ordinato il ripristino e liquidato 15.000 euro di danni. La Cassazione ha confermato che il terrapieno artificiale è una costruzione soggetta alle regole sulle distanze, ma ha accolto il ricorso dei Vicini sul risarcimento. La Suprema Corte ha stabilito che la violazione delle distanze non produce un danno automatico (in re ipsa). Il danno deve essere presunto e allegato dalla vittima, dimostrando la perdita di luce, aria o valore dell'immobile. La complessità dei lavori di demolizione non può essere usata come parametro per calcolare il risarcimento. La causa torna in appello per ricalcolare il danno.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di due collaboratrici scolastiche che, dopo anni di contratti a termine, hanno ottenuto la stabilizzazione. Le lavoratrici chiedevano un risarcimento economico per l'abuso di precariato subito in passato. La Corte ha respinto la richiesta, stabilendo un principio chiave in tema di stabilizzazione e risarcimento precari: nel settore scolastico, l'assunzione a tempo indeterminato è una misura sufficiente a 'riparare' il danno causato dalla successione illecita di contratti. Pertanto, al lavoratore stabilizzato non spetta un risarcimento automatico, a meno che non dimostri di aver subito danni ulteriori e specifici, non coperti dal beneficio dell'immissione in ruolo.
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La Corte di Cassazione affronta il tema del risarcimento per l'abuso di contratti a termine nel settore scolastico. Un lavoratore, dopo anni di precariato, aveva ottenuto la stabilizzazione. Nonostante ciò, aveva chiesto un indennizzo economico per l'illegittima successione di contratti. La Corte ha respinto la richiesta, stabilendo un principio fondamentale: nel pubblico impiego scolastico, l'immissione in ruolo (la stabilizzazione) costituisce di per sé una misura sanzionatoria adeguata ed efficace. Questa forma di tutela cancella le conseguenze dell'abuso e, pertanto, esclude il diritto a un ulteriore risarcimento economico, salvo che il lavoratore non provi di aver subito danni ulteriori e specifici.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di alcuni lavoratori del settore scolastico che, dopo essere stati assunti a tempo indeterminato (stabilizzati), chiedevano un ulteriore risarcimento per il precedente abuso di contratti a termine. La Corte ha negato questa possibilità, stabilendo un principio importante: la stabilizzazione è già di per sé la sanzione più efficace e proporzionata contro l'abuso del precariato. Pertanto, non spetta un automatico risarcimento danno nel precariato scolastico a chi ha ottenuto il posto fisso. Un'eventuale richiesta di danni ulteriori è ammissibile solo se il lavoratore dimostra di aver subito un pregiudizio specifico e diverso, che va provato in modo rigoroso. La Corte ha anche ribadito che le supplenze su 'organico di fatto' o per periodi inferiori a 36 mesi non costituiscono, di per sé, un abuso.
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