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Correi

Definizione

Soggetti che hanno partecipato insieme alla commissione dello stesso reato.

Orientamento della Cassazione

Su LexCED 55 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 84% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Esito del ricorso

  • Accolto, anche in parte 8%
  • Rigettato 8%
  • Inammissibile 84%

Provvedimenti per anno

2022 2023 2024 2025 2026

Sezioni

  • Penale Sez. 774%
  • Penale Sez. 214%
  • Penale Sez. 112%

Precedenti più richiamati

  • Cass. S.U. 28659/2017in 4 provvedimenti

Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Reato continuato in sede esecutiva: no alla fusione rapina e droga
Un condannato chiedeva l'applicazione del reato continuato in sede esecutiva per unificare una condanna per rapina e una per traffico di stupefacenti. Il ricorrente sosteneva che i fatti fossero vicini nel tempo, scoperti tramite le medesime intercettazioni e influenzati dal suo stato di tossicodipendenza. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta. I giudici hanno stabilito che la vicinanza cronologica e la tossicodipendenza non dimostrano affatto un piano criminoso unitario. La rapina rappresentava un episodio del tutto estemporaneo con complici diversi, mentre lo spaccio era un'attività programmata su scala nazionale. Pertanto, le pene restano distinte e il ricorso è stato respinto con condanna alle spese.
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Revoca della misura di sicurezza tra lavoro e vincoli mafiosi
Un condannato per associazione mafiosa ed estorsione ha chiesto la revoca della misura di sicurezza della libertà vigilata prima della scadenza biennale. Il richiedente ha evidenziato un regolare lavoro, l'assenza di nuove denunce e la partecipazione ai percorsi carcerari. I giudici hanno respinto l'istanza evidenziando la persistenza della pericolosità sociale, confermata da sanzioni disciplinari in carcere, lettere scambiate con esponenti della criminalità e il mancato distacco dall'ambiente mafioso originario. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la revoca della misura di sicurezza esige fatti nuovi, certi e univoci in grado di escludere del tutto il pericolo di recidiva.
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Stesso reato ma diversa condanna: la disparità di pena tra correi
Tre complici hanno subito condanne di differente entità per un furto commesso insieme. Ciascuno ha ricevuto una sanzione calibrata sulla propria storia personale: il primo a oltre tre anni, il secondo a oltre due anni e il terzo a meno di due anni di reclusione. I primi due condannati hanno contestato la disparità di pena tra correi e il presunto errato calcolo della recidiva, mentre il terzo ha lamentato la mancata assoluzione immediata con motivi generici. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che differenziare le sanzioni per lo stesso fatto è pienamente legittimo quando sussistono precedenti penali recenti o una specifica pericolosità del singolo autore. I ricorrenti dovranno pagare le spese del giudizio e tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Truffa in concorso: irrilevante chi conserva il bottino
Un imputato condannato per il reato di truffa in concorso ha proposto ricorso per cassazione lamentando vizi probatori e l'omessa risposta a una memoria difensiva. La difesa riteneva decisivo il ritrovamento della custodia dell'orologio sottratto presso l'abitazione del complice. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il travisamento della prova non riguarda la semplice valutazione dei fatti operata nei gradi precedenti. Inoltre, accertata l'azione ingannevole comune, è del tutto irrilevante stabilire quale complice abbia custodito materialmente il bene dopo il raggiro. Il ricorrente perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Martello in auto: da attrezzo a arma impropria, la Cassazione conferma
Un Lavoratore ha presentato ricorso contro una sentenza che lo ha ritenuto responsabile per la detenzione di un martello qualificato come arma impropria. La Corte d'Appello aveva basato questa qualificazione non solo sull'oggetto in sé, ma anche sul luogo di custodia (vano portaoggetti di un veicolo) e sul comportamento sospetto degli occupanti del veicolo, che si erano allontanati alla vista delle forze dell'ordine. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato la validità della motivazione della Corte d'Appello, ritenendo che il Lavoratore non avesse presentato argomentazioni valide per contestare la decisione, ma solo una diversa interpretazione dei fatti.
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Tentata rapina aggravata: armi dei correi e ricorso respinto
L'Imputato propone ricorso contro la condanna per tentata rapina aggravata commessa in concorso con altri soggetti. La difesa lamenta l'errata applicazione della legge sul reato impossibile, l'ingiusta attribuzione dell'aggravante delle armi e il diniego delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici rilevano che l'azione stava per essere portata a compimento e che la presenza di armi si estende a tutti i partecipanti, data la loro consapevole collaborazione. Inoltre, i motivi di ricorso sono generici perché non contestano direttamente la sentenza d'appello. La Cassazione conferma la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Consumazione del furto: la fuga in auto conferma il reato
L'Imputata è stata condannata per furto aggravato in concorso dopo essersi allontanata a bordo di un'auto insieme a un complice portando via la merce sottratta. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la brevità del possesso impedisse di configurare il reato perfetto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha confermato la condanna. I giudici hanno chiarito che la consumazione del furto si realizza quando il responsabile consegue l'autonoma disponibilità della refurtiva, anche se per poco tempo. La fuga in automobile ha sottratto il bene al controllo del proprietario. L'Imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali oltre a tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Liberazione anticipata: no a colpe di terzi
Un detenuto condannato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti ha richiesto il beneficio della liberazione anticipata per il suo primo semestre di carcerazione. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda: i giudici hanno ritenuto ancora attivi i legami con la criminalità organizzata a causa dei reati di stampo mafioso commessi da altri coimputati poco prima dell'arresto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto e ha annullato il provvedimento con rinvio. La Suprema Corte ha chiarito che non è possibile negare la liberazione anticipata attribuendo al recluso condotte o reati commessi esclusivamente da terze persone senza dimostrare un effettivo collegamento soggettivo e l'impatto sul suo percorso rieducativo.
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Reato di danneggiamento: intrusione e ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di danneggiamento aggravato a carico di un individuo introdottosi abusivamente in un immobile altrui insieme a un complice. I giudici di merito avevano accertato la colpevolezza grazie alle testimonianze, all'intervento tempestivo delle forze dell'ordine e ai rilievi fotografici. La difesa ha presentato ricorso lamentando vizi di motivazione, la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. Le censure proposte miravano infatti a una rivalutazione dei fatti preclusa in sede di legittimità. Inoltre, la gravità del danno e la capacità a delinquere dell'autore impediscono ogni clemenza sanzionatoria.
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Reato continuato: la Cassazione nega l’unificazione delle pene
Un condannato ha chiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per unificare le pene derivanti da diverse condanne passate in giudicato. I fatti riguardavano un furto aggravato commesso nel gennaio 2017 e successivi reati di tentata rapina e resistenza a pubblico ufficiale commessi nel mese di agosto dello stesso anno. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che non era possibile individuare un piano criminoso unitario programmato in origine. Tra gli episodi delittuosi erano infatti trascorsi diversi mesi, la tipologia dei reati era differente e l'uomo aveva agito con complici diversi. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la separazione delle pene, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuante della collaborazione: inutili le soffiate generiche
L'Imputata, condannata per tentato furto aggravato, ha chiesto il riconoscimento dell'attenuante della collaborazione. Durante l'interrogatorio ha fornito il nome, il cognome, la nazionalità e il presunto domicilio estero della complice. Tali indicazioni non hanno consentito alcun riscontro investigativo utile. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputata. I giudici hanno chiarito che l'attenuante della collaborazione richiede un contributo concreto ed effettivo. L'aiuto deve portare all'effettivo rintracciamento dei complici o della refurtiva. Informazioni generiche e prive di risultati non danno diritto ad alcun premio sanzionatorio. L'Imputata deve pagare le spese del processo e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi ripetitivi
L'Imputato ha presentato ricorso davanti alla Suprema Corte di Cassazione lamentando vizi nella motivazione della sentenza di secondo grado e contestando la propria partecipazione a un reato associativo legato a importazioni illecite. La Corte ha rilevato che le censure proposte riproducevano pedissequamente questioni già esaminate e respinte con argomentazioni logiche dai giudici di merito. Inoltre, l'atto difensivo non contrastava le prove sul ruolo centrale e attivo dell'interessato nel coordinamento con i complici. I Supremi Giudici hanno quindi sancito l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando l'Imputato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Estorsione consumata e polizia allertata: la condanna definitiva
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la condanna per estorsione e sostenendo che si trattasse di reato solo tentato, poiché la vittima aveva allertato preventivamente la polizia. L'Imputato richiedeva inoltre il riconoscimento della minima partecipazione e delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando l'esistenza dell'estorsione consumata. I giudici hanno chiarito che l'intervento della polizia non trasforma il reato in mero tentativo se si realizza comunque la consegna del denaro con ingiusto profitto. La consapevolezza dell'illiceità dell'azione e il collegamento con prestiti usurari escludono ogni attenuante. L'Imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione dei reati: sei condanne restano autonome e separate
Un condannato per vari illeciti commessi tra il 2013 e il 2017 ha richiesto il riconoscimento della continuazione dei reati per unificare sei diverse condanne definitive e ridurre la pena complessiva. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta per la mancanza di un programma criminoso unitario ideato fin dall'inizio, evidenziando la lontananza temporale tra gli episodi e le differenti modalità operative. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo che almeno due condanne, svolte con lo stesso complice, dovessero essere unificate. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile: la vicinanza temporale e la presenza del medesimo complice non bastano a dimostrare un progetto delittuoso comune, confermando la piena validità della decisione originaria e condannando il ricorrente al pagamento delle spese.
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Continuazione tra reati: reati autonomi o piano unico?
Un condannato ha richiesto al giudice dell'esecuzione il riconoscimento della continuazione tra reati per ridurre la pena complessiva derivante da diverse condanne. Il magistrato ha respinto l'istanza evidenziando l'assenza di un unico disegno criminoso originario, ravvisando invece condotte autonome ed estemporanee per modalità e beni giuridici lesi. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando il ricorrente alle spese.
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Unicità del disegno criminoso: reati vicini ma pene separate
Un condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione tra più reati per ottenere uno sconto di pena durante la fase esecutiva. Il Tribunale ha respinto l'istanza, escludendo l'unicità del disegno criminoso. L'interessato ha proposto ricorso per Cassazione contestando tale decisione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la vicinanza temporale e la natura analoga dei reati non bastano per dimostrare un piano unitario. La diversità delle modalità esecutive e la presenza di complici sempre differenti provano la natura occasionale e autonoma delle singole violazioni. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese legali insieme a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Aggravante speciale della rapina: cumulo e piano organizzativo
Due soggetti condannati per rapina hanno proposto ricorso per cassazione contestando il calcolo della pena. Il primo imputato lamentava il mancato prevalere delle attenuanti generiche sulle aggravanti. Il secondo imputato contestava il cumulo tra l'aggravante generale del concorso di cinque o più persone e l'aggravante speciale della rapina commessa da persone riunite. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'aggravante del numero di correi punisce l'organizzazione criminale complessiva e non richiede la presenza simultanea di tutti i complici sul luogo del fatto. Di conseguenza, essa può coesistere legittimamente con l'aggravante speciale della rapina, che punisce invece la forza intimidatoria sul posto.
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Spaccio di stupefacenti: condanne diverse per lo stesso fatto
Una donna, condannata per il reato di spaccio di stupefacenti a seguito di patteggiamento, propone ricorso in Cassazione. La ricorrente lamenta una disparità di trattamento rispetto al coimputato, la cui condotta era stata qualificata come fatto di lieve entità. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la medesima condotta può essere valutata diversamente per i singoli concorrenti: per uno può trattarsi di un fatto occasionale (lieve entità), mentre per l'altro può rientrare in un'attività delittuosa più complessa e organizzata. Di conseguenza, la Cassazione conferma la condanna originaria e infligge alla ricorrente il pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo per equivalente: tremano i beni personali
L'Amministratrice di una società è stata sottoposta a sequestro preventivo per equivalente sui propri beni personali per un valore di circa 179.000 euro, a seguito di reati tributari commessi in concorso con gli amministratori di fatto. La ricorrente ha impugnato il provvedimento, sostenendo che l'autorità giudiziaria avrebbe dovuto prima esaurire il patrimonio della società. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nei reati tributari commessi in concorso, il sequestro preventivo per equivalente può colpire direttamente i beni di uno qualsiasi dei coimputati, nei limiti del profitto a lui riferibile, senza che sia necessario dimostrare il suo arricchimento personale. Inoltre, l'esistenza di altri beni societari riguarda solo la fase esecutiva e non rende illegittimo il sequestro sui beni personali.
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Riconoscimento fotografico: la prova vince sul mancato ricordo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per tentata estorsione in concorso. La difesa contestava la validità dell'identificazione, evidenziando che il fratello della vittima non aveva riconosciuto il colpevole. I giudici hanno invece confermato la validità del riconoscimento fotografico effettuato dalla vittima durante il dibattimento. Questo elemento era supportato dalla testimonianza delle forze dell'ordine, che avevano individuato L'Imputato insieme ai complici pochi minuti dopo il reato. La Suprema Corte ha chiarito che il mancato riconoscimento da parte di un testimone secondario non annulla il valore della prova principale, poiché la differenza nel ricordo dipende dalla diversa attenzione dei soggetti. Il dubbio deve essere logico e non meramente ipotetico.
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