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Combustione illecita

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Rogo di cavi e fuga: la foto social conferma la condanna penale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per il delitto di combustione illecita di rifiuti speciali. Le forze dell'ordine avevano sorpreso due soggetti intenti a bruciare cavi elettrici sul terreno per estrarre il rame. Uno degli autori era fuggito nella boscaglia, abbandonando un telefono cellulare sbloccato con il profilo social aperto. La foto del profilo corrispondeva esattamente alle sembianze del fuggiasco. L'uomo aveva poi fatto ritorno sul luogo per recuperare il mezzo di trasporto. I giudici hanno confermato la piena validità del quadro probatorio indiziario. Hanno inoltre escluso la particolare tenuità del fatto a causa della gravità della condotta, caratterizzata da fumi tossici e fuga, confermando la condanna definitiva e l'applicazione della recidiva.
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Rogo d’azienda o delitto: condanna per combustione di rifiuti
Due titolari d'azienda bruciavano materiali di scarto edile, inclusi lana di roccia, cartongesso e bombolette spray. Le forze dell'ordine hanno sorpreso gli imputati mentre alimentavano il rogo mediante forconi. I giudici di merito hanno condannato entrambi gli imprenditori a oltre quattro anni di reclusione per combustione illecita di rifiuti in concorso. I condannati hanno proposto ricorso per cassazione contestando la valutazione delle prove e il mancato riconoscimento delle attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi confermando integralmente le condanne penali. I giudici di legittimità hanno ribadito che la condotta vietata include anche il mantenimento attivo delle fiamme e hanno imposto il versamento di tremila euro a testa alla Cassa delle ammende.
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Gestione illecita di rifiuti: stop alle attenuanti
L'Imputato ha presentato ricorso per contestare la severità della condanna inflitta per gestione illecita di rifiuti e smaltimento tramite combustione non autorizzata. La difesa lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, sostenendo che gli scarti non fossero pericolosi. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno confermato che il giudice di merito può legittimamente negare qualsiasi sconto di pena considerando la notevole quantità dei materiali trattati e la presenza di numerosi precedenti penali a carico del responsabile, a prescindere dalla non pericolosità dei beni smaltiti. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione pecuniaria.
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