Definizione
La locuzione Command-and-control warfare (C2W) (in italiano traducibile con guerra di comando e controllo), è l'insieme di attività, nell'ambito dell'information warfare, che tende a minare l'esercizio di attività da parte del comandante nemico nei confronti delle forze a lui disponibili per il perseguimento della missione affidatagli. Obiettivo delle strategie C2W è quello di decapitare la struttura di comando dell'avversario dal corpo delle forze disponibili.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 36 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 41% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 34%
- Rigettato 41%
- Inammissibile 19%
- Altro 6%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. Lavoro94%
- Civile Sez. 53%
- Civile Sez. 13%
Precedenti più richiamati
- Cass. 12100/2017in 5 provvedimenti
- Cass. 7971/2006in 3 provvedimenti
- Cass. 1471/2024in 5 provvedimenti
- Cass. 13482/2018in 5 provvedimenti
- Cass. S.U. 4315/2020in 6 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Una lavoratrice di un ente termale pubblico economico ha svolto mansioni superiori per anni. I giudici di merito hanno riconosciuto solo parte delle differenze retributive, negando il passaggio alla qualifica superiore definitiva per assenza di un concorso pubblico. Nel frattempo, l'Ente Pubblico territoriale è subentrato nella gestione del personale a seguito della liquidazione aziendale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della dipendente, stabilendo che la regola del concorso pubblico non impedisce la promozione automatica negli enti pubblici economici regolati dal codice civile. L'Ente Pubblico subentrante risponde in solido con l'originario datore per tutti i debiti retributivi pregressi del rapporto non interrotto.
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L'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS) ha contestato gli sgravi contributivi di un'Azienda per lavoratori assunti con contratti di formazione e lavoro. Questi contratti erano stati originariamente stipulati dalla Capogruppo e poi trasferiti ad altre società del gruppo. L'INPS sosteneva che la **cessione contratto formazione lavoro** richiedesse una nuova autorizzazione amministrativa per mantenere i benefici. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'INPS. Ha stabilito che una vera e propria cessione del contratto, anche tra aziende dello stesso gruppo, necessita di una nuova autorizzazione per lo sgravio contributivo. La sentenza è stata cassata e rinviata alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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L'INPS ha contestato lo sgravio contributivo contratti formazione lavoro a un'azienda per lavoratori trasferiti da una capogruppo. La Corte d'Appello aveva escluso la necessità di una nuova autorizzazione per la cessione del contratto tra aziende dello stesso gruppo. La Cassazione ha ribaltato questa decisione, affermando che la cessione del contratto comporta una nuova titolarità del rapporto. Pertanto, è necessaria una nuova autorizzazione del progetto formativo per mantenere il diritto allo sgravio contributivo.
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Una Lavoratrice, trasferita da una Camera di Commercio all'altra, ha chiesto il riconoscimento anzianità trasferimento e un inquadramento superiore (D4) basato sul servizio pregresso. La Corte d'Appello aveva respinto la sua domanda, ritenendo che l'anzianità fosse già stata considerata per la retribuzione e che la categoria D4 fosse riservata al personale già in servizio alla data di entrata in vigore del contratto regionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso della Lavoratrice inammissibile. Ha ribadito che il trasferimento non comporta una totale ricostruzione di carriera secondo le regole del precedente datore di lavoro, ma garantisce solo la conservazione dei diritti acquisiti. Il periodo di "comando" non è rilevante per l'inquadramento richiesto.
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Un dipendente pubblico, passato nei ruoli di un ente regionale dopo un periodo di comando, ha preteso la corresponsione integrale degli arretrati stipendiali del dipendente pubblico sulla base di una norma di riordino economico. L'ente datore di lavoro si è opposto, sostenendo che lo stanziamento di bilancio per gli anni passati rappresentava un tetto massimo non valicabile. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda del lavoratore. La Suprema Corte ha chiarito che la legge ha efficacia soltanto per il futuro e che il fondo per il passato non era un acconto, ma un limite chiuso. Inoltre, la diversità di carriera del personale ex comandato giustifica un trattamento retributivo differenziato senza violare l'uguaglianza costituzionale.
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Una lavoratrice delle Poste Italiane, inquadrata nella quinta categoria, ottiene il trasferimento definitivo presso l'Avvocatura dello Stato. L'amministrazione di destinazione le assegna la posizione economica B2 del comparto Ministeri anziché il livello B3. I giudici di merito respingono la richiesta di avanzamento della dipendente, ritenendo equivalenti le posizioni sulla base delle vecchie qualifiche statali. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della lavoratrice. La Suprema Corte stabilisce che il corretto inquadramento del personale in mobilità impone il confronto tra il ruolo effettivo di provenienza e il nuovo sistema di classificazione per aree del contratto collettivo vigente al momento del passaggio. La quinta categoria postale corrisponde alla posizione B3. La causa torna alla Corte d'Appello per ricalcolare stipendio e differenze retributive.
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Un ente locale ha intimato un licenziamento disciplinare senza preavviso a un proprio dipendente, assegnato temporaneamente in comando presso un'unione di comuni. Il provvedimento puniva false attestazioni commesse al momento dell'assunzione originaria. Il lavoratore ha impugnato la sanzione, sostenendo che solo l'ente di destinazione possedesse il potere sanzionatorio durante il comando. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del dipendente, stabilendo che l'amministrazione originaria conserva la piena titolarità del rapporto contrattuale e la competenza a recedere per illeciti genetici o di particolare gravità.
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Una Federazione chiedeva il rimborso delle spese per tre dipendenti assegnati a un Patronato, sostenendo si trattasse di un "comando" di diritto pubblico. Il Patronato si opponeva, qualificando l'operazione come un "distacco di personale" privatistico, senza obbligo di rimborso. La Corte di Cassazione ha confermato che l'operazione era un "distacco di personale" di diritto privato. La Federazione aveva assunto tutti gli oneri economici. La legge non prevede il rimborso in questi casi. La Corte ha quindi rigettato il ricorso della Federazione, condannandola al pagamento delle spese legali.
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La Corte d'Appello di Milano chiarisce che il comando del dirigente non determina la perdita automatica dell'incarico di struttura complessa, a differenza della mobilità volontaria. Tuttavia, le indennità accessorie percepite senza l'effettivo svolgimento delle funzioni direttive presso l'ente di destinazione devono essere restituite in quanto costituiscono un indebito oggettivo.
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La Corte di Cassazione ha chiarito un punto fondamentale sul rimborso oneri retributivi personale comandato. Un'Amministrazione (in questo caso, il Ministero della Giustizia) che utilizza personale di un altro ente (una Provincia) deve sempre rimborsare i relativi stipendi. Il Ministero si opponeva al pagamento sostenendo un vizio procedurale nella richiesta di assegnazione degli agenti. La Corte ha stabilito che l'obbligo di rimborso nasce dall'effettivo utilizzo del lavoratore e non può essere annullato da irregolarità formali interne all'amministrazione richiedente. Di conseguenza, il Ministero ha perso la causa ed è stato condannato a rimborsare alla Provincia oltre 230.000 euro, più interessi e spese legali.
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La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un dipendente regionale, distaccato presso la Conferenza Stato-Regioni, a percepire la indennità di specificità organizzativa prevista per il personale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. L'amministrazione centrale sosteneva che tale beneficio spettasse solo al personale in posizione di comando o fuori ruolo, escludendo il distacco funzionale. I giudici hanno invece chiarito che il termine personale di prestito utilizzato nei contratti collettivi ha un valore inclusivo e atecnico. La distinzione formale tra i vari istituti di assegnazione non può giustificare una disparità di trattamento economico quando le mansioni svolte sono identiche. La decisione ribadisce che le norme contrattuali integrative devono essere interpretate in senso sostanziale per garantire l'equità tra lavoratori che operano nel medesimo contesto organizzativo.
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Una società di gestione del servizio idrico ha proposto ricorso per revocazione contro una precedente ordinanza della Cassazione. La società lamentava un errore di fatto riguardante la data di trasferimento di un dipendente e la valutazione del suo rifiuto all'assunzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. La decisione ribadisce che la revocazione non può essere utilizzata per contestare l'interpretazione giuridica o la valutazione dei fatti già operata dai giudici. Nel settore idrico, il passaggio del personale avviene automaticamente per legge, rendendo irrilevante il consenso del lavoratore o precedenti offerte contrattuali.
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Una dipendente della Polizia Municipale ha richiesto il pagamento per il lavoro straordinario svolto durante il distacco presso un ufficio giudiziario. La Cassazione ha stabilito che l'amministrazione di appartenenza è il soggetto obbligato al pagamento, confermando la legittimazione passiva dell'ente datore di lavoro originario, pur negando un'indennità regionale specifica per mancanza dei requisiti territoriali.
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La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso di una dipendente pubblica contro il diniego di nulla osta al trasferimento. La mobilità nel pubblico impiego era subordinata al consenso dell'amministrazione di appartenenza, basato su esigenze di servizio. La Corte ha ribadito che il giudice del lavoro non può sindacare il merito delle scelte organizzative dell'ente, né la violazione della buona fede può trasformare un'aspettativa in un diritto soggettivo al trasferimento, potendo al massimo fondare un'azione risarcitoria.
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La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 30978/2023, chiarisce che il superamento del limite massimo di durata del comando non comporta un diritto automatico al trasferimento del personale comandato presso l'ente utilizzatore. La mobilità tra amministrazioni pubbliche resta una facoltà e non un obbligo, subordinata a precise condizioni normative. Un eventuale prolungamento illegittimo del comando può, al più, fondare una richiesta di risarcimento del danno, ma non il diritto all'inquadramento definitivo.
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La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 29620/2023, ha stabilito la nullità di un contratto di lavoro autonomo stipulato da un dirigente in comando presso un ente pubblico economico. Il caso riguardava un dirigente regionale il cui incarico come Direttore Generale di un consorzio era stato revocato. La Corte ha chiarito che l'istituto del comando pubblico impiego non permette l'instaurazione di un nuovo e distinto rapporto di lavoro con l'ente di destinazione, ma solo una modifica funzionale del rapporto originario, che resta in essere con l'amministrazione di provenienza. Di conseguenza, il contratto stipulato in violazione di tale principio è nullo, rendendo infondate le pretese di risarcimento del dirigente.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Ente Regionale contro la decisione di merito che aveva concesso la proroga del contratto a una lavoratrice in comando. Il caso verteva sull'interpretazione di una clausola di un contratto collettivo decentrato che escludeva dalla proroga chi fosse in comando "dietro propria richiesta". La Corte ha stabilito che l'interpretazione di tali clausole spetta ai giudici di merito e non può essere rivista in sede di legittimità. Anche il ricorso incidentale della lavoratrice per questioni economiche è stato respinto.
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La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 19885/2024, ha stabilito un importante principio in materia di pubblico impiego. Una dirigente statale, in comando presso un'amministrazione non statale, ha diritto a veder valutato l'incarico svolto ai fini del passaggio di fascia dirigenziale. La Corte ha chiarito che i principi normativi sulla progressione di carriera, previsti per le amministrazioni statali, si estendono anche agli incarichi equivalenti svolti presso enti locali, in virtù del dovere di adeguamento di questi ultimi ai principi generali sull'ordinamento civile. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per una nuova valutazione nel merito.
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Un dipendente della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in comando presso altra amministrazione, si è visto ridurre l'indennità di presidenza. La Cassazione, riformando le sentenze di merito, ha stabilito che il trattamento accessorio è a carico dell'amministrazione di destinazione, come previsto dal CCNL di settore, rigettando la richiesta del lavoratore.
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Un dipendente pubblico, temporaneamente assegnato a una struttura straordinaria per un'emergenza, ha richiesto l'indennità di posizione più elevata prevista dall'ente di destinazione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo che il diritto a tale trattamento economico sorge solo in caso di una netta e chiara separazione tra l'amministrazione di appartenenza e quella di destinazione, requisito assente nel caso specifico poiché la struttura operava all'interno della stessa amministrazione del lavoratore.
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