Definizione
Il soggetto che acquista un bene o un servizio all'interno di una transazione commerciale.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 190 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2019–2026). Nel 46% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 43%
- Rigettato 46%
- Inammissibile 9%
- Altro 3%
Provvedimenti per anno
2019
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 560%
- Civile Sez. Lavoro26%
- Civile Sez. 314%
Precedenti più richiamati
- Cass. 8819/2025in 7 provvedimenti
- Cass. 23288/2018in 11 provvedimenti
- Cass. 2853/2019in 7 provvedimenti
- Cass. 877/2019in 6 provvedimenti
- Cass. 25425/2022in 4 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'Agenzia delle Entrate ha notificato un avviso di presa in carico a una società acquirente per riscuotere i debiti tributari della società venditrice. L'acquirente ha impugnato l'atto sostenendo l'efficacia liberatoria di un certificato di carichi pendenti negativo rilasciato quattro mesi prima della compravendita. La Corte di Cassazione ha confermato che l'acquirente può impugnare la presa in carico se costituisce il primo atto con cui apprende della pretesa fiscale. Tuttavia, sul tema della cessione di azienda e debiti fiscali, i giudici hanno accolto le ragioni del Fisco: un certificato antecedente di diversi mesi non esonera l'acquirente dalla responsabilità solidale se il contratto prevedeva un'ulteriore attestazione aggiornata alla data del passaggio di proprietà, rivelatasi poi positiva. La sentenza di secondo grado è stata quindi cassata con rinvio.
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L'Agenzia delle Entrate ha chiesto il pagamento di 880.000 euro alla società acquirente per debiti fiscali della società venditrice. L'acquirente riteneva di non dover pagare grazie a un primo certificato fiscale negativo emesso mesi prima dell'atto. Tuttavia, il contratto di cessione obbligava la venditrice a richiedere una nuova certificazione aggiornata subito dopo la stipula. Il secondo certificato, rilasciato ad agosto, ha rilevato un ingente debito IVA non versato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria. In materia di cessione d'azienda e debiti tributari, il vecchio certificato perde valore se le parti pattuiscono un controllo aggiornato alla data del rogito. L'acquirente risponde quindi delle imposte emerse nel documento successivo.
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La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di IVA reverse charge relativo alla cessione di oro e preziosi. L'Agenzia delle Entrate contestava a una società l'omessa autofatturazione IVA per acquisti di oro, argento e pietre preziose, ritenendo applicabile il regime ordinario. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione alla società, ma la Cassazione ha ribaltato la decisione. Ha stabilito che l'onere di provare l'applicabilità del regime di IVA reverse charge spetta alla società contribuente, non all'Amministrazione finanziaria. La sentenza è stata cassata e rinviata per un nuovo esame, con l'indicazione che la società deve dimostrare i requisiti di purezza e la destinazione non immediata al consumo dei beni per beneficiare del regime speciale.
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La vicenda nasce dall'impugnazione di un licenziamento illegittimo intimato nell'ambito di una procedura collettiva da una compagnia aerea cedente a una dipendente. In seguito alla cessione del compendio aziendale a una nuova società, la lavoratrice ha chiesto giudizialmente l'annullamento del recesso e il passaggio del rapporto di lavoro alla società acquirente. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento del recesso e il diritto della dipendente alla prosecuzione del rapporto presso la società cessionaria. I giudici hanno chiarito che il trasferimento d'azienda e reintegrazione operano pienamente, poiché gli accordi sindacali in deroga non possono sopprimere la tutela dell'occupazione preesistente in contrasto con le norme comunitarie. Di conseguenza, l'azienda cedente risponde delle indennità risarcitorie, mentre la cessionaria deve reintegrare la dipendente.
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Un debitore ha venduto due immobili alla moglie e a un terzo, dopo aver contratto un debito significativo. I creditori hanno avviato un'azione revocatoria per rendere inefficaci queste vendite, sostenendo che i trasferimenti pregiudicavano il recupero del loro credito. I tribunali di primo e secondo grado hanno accolto la domanda, dichiarando le vendite inefficaci. Il debitore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza dei requisiti per l'azione revocatoria e l'ammissibilità dell'intervento di un cessionario del credito. La Corte di Cassazione, rilevando un contrasto giurisprudenziale sull'intervento del cessionario nell'azione revocatoria, ha rinviato la causa all'udienza pubblica per una decisione definitiva.
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L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un'azienda l'applicazione errata dell'inversione contabile oro usato per le cessioni di prodotti di gioielleria usati. Secondo il Fisco, i beni non erano destinati in via esclusiva alla fusione industriale, rendendo illegittimo il regime d'imposta speciale. I giudici d'appello avevano annullato il recupero IVA, imponendo all'Amministrazione finanziaria l'onere di tracciare la destinazione dell'oro. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato l'esito della causa. Trattandosi di un regime derogatorio eccezionale, spetta interamente al contribuente l'onere di dimostrare la sussistenza di tutti i requisiti di legge. La Suprema Corte ha dunque cassato la sentenza d'appello, rinviando la questione per una nuova valutazione delle prove.
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Un Cessionario ha acquistato un credito d'imposta IRPEG. L'Agenzia delle Entrate ha comunicato nel 2004 al curatore fallimentare, precedente titolare del credito, un diniego di rimborso tributario, sostenendo che il credito era stato annullato e azzerato tramite ravvedimento operoso. Il Cessionario ha contestato questo diniego, ritenendolo non un atto impugnabile e invocando l'imprescrittibilità del credito. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. Ha stabilito che la comunicazione del 2004 era un diniego espresso di rimborso, regolarmente portato a conoscenza. I termini per l'impugnazione erano scaduti, rendendo il ricorso tardivo e infondato. La decisione ha condannato il Cessionario al pagamento delle spese legali.
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Una locatrice richiede il pagamento di canoni insoluti al garante di una società conduttrice. L'inquilino originario aveva ceduto l'azienda e il contratto di locazione a un terzo soggetto, senza che la proprietaria liberasse il debitore iniziale. L'inadempimento si verifica durante il secondo sessennio di affitto. Il garante contesta l'efficacia del vincolo, sostenendo che la garanzia non copra il rinnovo e lamentando la mancata comunicazione della cessione aziendale. La Corte di Cassazione respinge le difese del garante. I giudici stabiliscono che la fideiussione nella locazione commerciale si estende automaticamente al periodo di rinnovo legale di sei anni, salvo patto contrario espresso. Inoltre, la cessione contrattuale non estingue la garanzia prestata per il conduttore originario rimasto obbligato solidale.
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Un professionista chiedeva l'ammissione dei propri compensi nel fallimento di una società. Il giudice delegato accoglieva la richiesta solo parzialmente. Il professionista cedeva poi il credito a una società terza. La cessionaria proponeva opposizione allo stato passivo, pretendendo somme maggiori e la collocazione in prededuzione non richiesta in origine. Il Tribunale riconosceva soltanto gli importi indicati nella domanda iniziale, escludendo incrementi. La società cessionaria impugnava il provvedimento in Cassazione. La Suprema Corte ha confermato il rigetto: nel giudizio di opposizione allo stato passivo vige il divieto assoluto di introdurre domande nuove o modificare al rialzo le richieste quantitative già avanzate. La natura impugnatoria del rito impone la massima celerità e tutela la parità di tutti i creditori.
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Una lavoratrice ha richiesto all'INPS il pagamento del trattamento di fine rapporto a carico del Fondo di garanzia TFR dopo lo scioglimento della società datrice di lavoro originaria. L'azienda era stata precedentemente affittata a una nuova società, presso la quale la dipendente aveva proseguito la propria attività lavorativa con un autonomo contratto. La lavoratrice non ha avviato alcuna azione esecutiva contro la società affittuaria subentrante. La Corte di Cassazione ha respinto la domanda della dipendente. I giudici hanno chiarito che l'intervento pubblico del Fondo di garanzia scatta unicamente se l'insolvenza riguarda il datore di lavoro in essere al momento della definitiva cessazione del rapporto lavorativo, non potendo operare se il nuovo datore risponde del debito e non risulta insolvente.
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Un Lavoratore, inizialmente con un contratto a termine poi convertito a tempo indeterminato, è stato licenziato dalla sua Azienda originaria. Poco dopo, l'Azienda ha ceduto il ramo d'azienda a una nuova Società. La Corte d'Appello ha dichiarato il licenziamento illegittimo, ordinando il reintegro del Lavoratore presso la nuova Società e il pagamento delle retribuzioni. La Cassazione ha confermato che il trasferimento d'azienda ha comportato il passaggio automatico del rapporto di lavoro al cessionario (la nuova Società). Pertanto, il licenziamento, emesso dall'azienda cedente quando il Lavoratore era già dipendente della cessionaria, è nullo. La conversione del contratto a termine ha avuto effetti retroattivi (ex tunc). Questo rafforza la tutela contro il licenziamento illegittimo dopo trasferimento d'azienda.
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Un lavoratore licenziato nel 2011 ha ottenuto la ricostituzione del proprio rapporto di lavoro. La Corte d'Appello ha stabilito il suo passaggio automatico alla società subentrante a seguito di un trasferimento d'azienda. Le due società coinvolte nella ristrutturazione hanno ricorso in Cassazione. Le aziende sostenevano che gli accordi sindacali stipulati durante l'amministrazione straordinaria potessero azzerare le tutele dell'occupazione. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi datoriali. I giudici hanno chiarito che, durante un trasferimento d'azienda in crisi, la contrattazione collettiva può modificare le condizioni di lavoro, ma non può escludere il passaggio dei dipendenti alla nuova impresa. Il lavoratore ha quindi vinto la causa, ottenendo la conferma del proprio diritto al posto di lavoro presso la società subentrante.
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La Corte di Cassazione ha affrontato un caso di **solidarietà IVA acquirente** per il mancato versamento dell'imposta da parte di un venditore di autoveicoli. L'Agenzia delle Entrate aveva richiesto il pagamento dell'IVA a un acquirente, ritenuto solidalmente responsabile perché i beni erano stati venduti a prezzi inferiori al valore normale. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato la pretesa, basandosi su una perizia tecnica di un altro giudizio e sull'archiviazione di un procedimento penale. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia, stabilendo che la responsabilità solidale dell'acquirente scatta se il venditore non versa l'IVA e il prezzo è inferiore al valore di mercato. L'acquirente deve dimostrare che il prezzo ridotto era giustificato da ragioni oggettive, non da altri giudizi o archiviazione penale. Il caso tornerà in appello per una nuova valutazione.
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L'Autorità fiscale ha contestato la `detrazione IVA operazioni inesistenti` da parte di un'Azienda per lavori di costruzione, sostenendo che il Fornitore fosse fittizio e i lavori eseguiti da un'impresa socia. I giudici di merito avevano dato ragione all'Azienda, ritenendo sufficienti i pagamenti tracciabili. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Autorità fiscale, stabilendo che la regolarità dei pagamenti non basta a giustificare la detrazione se il Fornitore è fittizio e l'Azienda era consapevole o avrebbe dovuto esserlo della frode. Il caso è stato rinviato al giudice di appello per una nuova valutazione.
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L'Agenzia delle Entrate contestava a un'azienda l'applicazione del regime di inversione contabile (reverse charge oro) per la cessione di semilavorati e oggetti d'oro usati, sostenendo che si dovesse applicare l'IVA ordinaria. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia. Ha stabilito che il giudice di appello aveva erroneamente invertito l'onere probatorio, ponendolo a carico dell'Amministrazione finanziaria anziché dell'azienda. Inoltre, il giudice non aveva verificato se l'oro venduto rispondesse ai requisiti di purezza e destinazione per il reverse charge. La sentenza è stata cassata e rinviata per un nuovo esame.
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L'Agenzia delle Entrate contestava a un Contribuente la solidarietà IVA per l'acquisto di veicoli a prezzi inferiori al valore normale, sostenendo il mancato versamento dell'imposta da parte del venditore estero. La Commissione Tributaria Regionale aveva accolto le ragioni del Contribuente, ritenendo plausibili i prezzi. La Corte di Cassazione ha cassato questa decisione. Ha rilevato che la CTR aveva erroneamente valutato il "valore normale" dei beni e basato la sua pronuncia su elementi inconferenti, violando le norme sulla solidarietà IVA. La causa è stata rinviata alla CTR per una nuova valutazione.
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L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un'Azienda una maggiore IVA per l'acquisto di veicoli usati a prezzi inferiori al valore di mercato. La Commissione Tributaria Regionale aveva annullato l'accertamento IVA, basandosi su quotazioni di riviste specializzate e ritenendo che l'Agenzia dovesse provare la consapevolezza dell'Azienda di partecipare a una frode. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia. Ha stabilito che il confronto tra il prezzo di acquisto e quello di vendita del cedente è un elemento valido per l'accertamento IVA. Non è necessario dimostrare che il cessionario fosse consapevole di una frode per applicare la responsabilità solidale.
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Un'azienda orafa ha applicato il regime di reverse charge oro per la vendita di materiale aureo a un'altra società, senza addebitare l'IVA. L'Agenzia delle Entrate ha contestato questa scelta, sostenendo che l'acquirente non svolgeva attività di trasformazione industriale diretta, ma solo di intermediazione. I giudici di merito hanno dato ragione all'Agenzia. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione. Ha stabilito che l'applicazione del reverse charge oro dipende dalla purezza del metallo e dalla sua destinazione a un nuovo ciclo economico di trasformazione, non dalla circostanza che l'acquirente esegua direttamente la lavorazione. La sentenza precedente è stata annullata e il caso rinviato per una nuova valutazione.
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Un Cessionario ha tentato di utilizzare un credito d'imposta IRPEG del 1990, acquisito da un consorzio fallito, per compensare imposte dovute. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'uso di questo credito, sostenendo che non si era consolidato. Il Cessionario invocava il condono tributario e il silenzio rifiuto dell'amministrazione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. Ha chiarito che il condono tributario riguarda i debiti fiscali, non i crediti. Inoltre, la dichiarazione integrativa del contribuente che azzerava il credito e le successive azioni dell'amministrazione (sospensione e annullamento) impedivano il riconoscimento del credito tramite silenzio rifiuto. La sentenza conferma il disconoscimento credito d'imposta.
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L'Agenzia delle Entrate contestava a un Commerciante l'indebita applicazione del regime di **reverse charge oro** per transazioni relative a oro usato destinato a fusione. L'Ufficio recuperava maggiore reddito imponibile ai fini IRPEF, IRAP e IVA. I giudici tributari di merito avevano dato ragione al Commerciante, ritenendo corretto il regime di inversione contabile. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che il regime di **reverse charge oro** si applica ai prodotti d'oro non destinati al consumo immediato, purché rispettino i requisiti di purezza. Il Commerciante aveva dimostrato la destinazione dell'oro alla fusione, non alla vendita di materiale usato. L'Agenzia ha perso il ricorso.
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