Definizione
In diritto, la definizione di capacità di intendere e di volere comprende due elementi: la capacità di intendere, vale a dire attitudine dell'individuo a comprendere il significato delle proprie azioni nel contesto in cui agisce, quindi rendersi conto del valore sociale dell'atto che si compie. I periti e gli psichiatri forensi tendono quasi sempre a riconoscere la capacità di intendere tranne che nei casi di delirio, allucinazioni e, in genere, fenomeni di assoluto scompenso rispetto alla realtà. la capacità di volere, intesa come potere di controllo dei propri stimoli e impulsi ad agire. Dal punto di vista della prova dell'imputabilità è un fattore molto difficile da dimostrare nel processo. Va precisato che il concetto di capacità di intendere e di volere va inteso come necessariamente comprensivo di entrambe le capacità. Il soggetto incapace di intendere e di volere non è imputabile.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 80 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 86% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 4%
- Rigettato 10%
- Inammissibile 86%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 779%
- Penale Sez. 111%
- Penale Sez. 210%
Precedenti più richiamati
- Cass. 30491/2025in 3 provvedimenti
- Cass. S.U. 9163/2005in 10 provvedimenti
- Cass. 11897/2018in 3 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Due giovani sono stati condannati per violenza sessuale di gruppo e diffusione illecita di video espliciti ai danni di due bambine. Le vittime venivano condotte con minacce in un casolare isolato, dove subivano abusi alla presenza del branco. Uno degli imputati agiva come autore materiale e promotore, mentre l'altro svolgeva il ruolo di vedetta, deridendo le minori e diffondendo le registrazioni. I difensori hanno presentato ricorso per Cassazione contestando la capacità di intendere del primo e invocando il ruolo marginale del secondo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi. I giudici hanno chiarito che anche fare da vedetta integra a pieno titolo la violenza sessuale di gruppo, poiché annulla la capacità di difesa delle vittime e rafforza il piano criminale. Le condanne a oltre tredici anni e a oltre otto anni di reclusione sono diventate definitive.
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L'Imputato, condannato per furto aggravato, ha presentato ricorso per contestare la sussistenza dell'aggravante, il mancato riconoscimento della non punibilità per particolare tenuità e il diniego delle attenuanti generiche. Il ricorrente ha contestato inoltre la valutazione dei giudici di merito in merito alla propria capacità di intendere e di volere, chiedendo una differente considerazione della perizia psichiatrica. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione della perizia e della capacità mentale rappresenta una scelta di fatto non censurabile se adeguatamente motivata. Inoltre, la persistenza e l'ostinazione nelle condotte illecite impediscono l'applicazione di sconti o scriminanti. L'Imputato perde definitivamente la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Una madre lasciava la figlia di diciotto mesi da sola nell'abitazione per sei giorni, con un biberon e una bottiglia d'acqua, allo scopo di raggiungere il compagno. La bambina moriva per fame e disidratazione. I giudici di merito condannavano la donna a ventiquattro anni di reclusione per omicidio con dolo eventuale, escludendo l'infermità mentale e concedendo le attenuanti generiche equivalenti all'aggravante della discendenza. La Procura generale e la difesa impugnavano la sentenza. La Corte di Cassazione ha rigettato entrambi i ricorsi, confermando integralmente la condanna: le reiterate menzogne dell'imputata provano la consapevolezza del pericolo e l'accettazione del decesso della figlia, mentre i disturbi cognitivi settoriali non hanno azzerato la capacità di autodeterminarsi.
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Un figlio ha contestato la validità di un atto notarile con cui i genitori avevano trasferito la nuda proprietà di un immobile a un altro figlio, in cambio di assistenza e denaro. Il ricorrente sosteneva che il padre non avesse la capacità di intendere e volere al momento dell'atto e che l'operazione gli avesse causato un pregiudizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato le decisioni dei giudici precedenti, i quali avevano ritenuto provata la piena capacità del padre e la validità dell'atto. Il ricorrente dovrà versare un ulteriore contributo unificato per l'inammissibilità del suo ricorso per l'annullamento atto per incapacità.
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L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la mancata applicazione della diminuente per vizio parziale di mente. La difesa sosteneva che le condizioni psichiche dell'agente avessero ridotto la sua capacità di intendere e di volere al momento del fatto. La Suprema Corte ha esaminato la documentazione e la perizia clinica presente negli atti. I giudici di legittimità hanno rilevato che l'atto di ricorso non contestava specificamente le motivazioni della sentenza di secondo grado. La relazione medica aveva infatti escluso qualsiasi alterazione rilevante della capacità intellettiva o volitiva dell'imputato. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Un imputato propone ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di Appello. Il ricorrente lamenta il mancato riconoscimento del vizio di mente, sostenendo che un'infermità avrebbe dovuto escludere la sua capacità di intendere e di volere. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano che le doglianze riguardano aspetti di fatto già ampiamente esaminati nei precedenti gradi di giudizio. La Corte di Appello aveva infatti escluso il vizio di mente sulla base delle approfondite perizie mediche presenti agli atti. La Cassazione condanna l'imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un Lavoratore era stato inizialmente prosciolto per prescrizione dei reati di truffa aggravata e detenzione illegale di armi. Il Pubblico Ministero ha impugnato questa decisione, ottenendo in appello la condanna del Lavoratore. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la mancata rinnovazione istruttoria sulla sua capacità di intendere e volere e l'omessa dichiarazione di prescrizione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'Inammissibilità ricorso penale del Lavoratore. Ha ritenuto i motivi generici e infondati, confermando che la prescrizione non era maturata a causa della recidiva. Il Lavoratore deve pagare le spese processuali e una sanzione.
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Un imputato è stato condannato per tentata rapina. Ha presentato ricorso, sostenendo che la sua capacità di intendere e di volere era compromessa dall'uso combinato di farmaci e da un attacco epilettico avvenuto poco dopo il fatto. La Corte d'Appello ha confermato la condanna, basandosi su una perizia medico-legale che aveva accertato la piena capacità dell'imputato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il giudice può aderire alle conclusioni del perito senza ulteriori motivazioni specifiche, anche se contrastanti con quelle del consulente di parte. L'imputato ha perso il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di evasione. La difesa contestava la sussistenza della capacità di intendere e di volere al momento del fatto, denunciando una violazione di legge e un vizio di motivazione della sentenza di secondo grado. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi proposti riproducevano acriticamente le censure già analizzate e respinte con logica impeccabile dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna definitiva e ha imposto al ricorrente il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Un uomo ha presentato un ricorso contro una condanna per resistenza a pubblico ufficiale, originariamente contestata come minaccia. La Corte d'Appello aveva riqualificato il fatto, ritenendo l'imputato capace di intendere e di volere. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale. Ha stabilito che i motivi presentati non erano validi e che la Corte d'Appello aveva correttamente inquadrato i fatti e valutato la capacità dell'imputato. Il ricorso è stato respinto, e l'uomo è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma alla cassa delle ammende.
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Un imputato, già condannato per evasione, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, ha impugnato la condanna davanti alla Corte di Cassazione. La difesa sosteneva che il forte stato di agitazione dell'uomo escludesse la volontarietà della violenza verso i militari intervenuti, riducendo l'accaduto a mera disobbedienza passiva. I giudici di merito hanno invece accertato un comportamento attivamente violento, confermando la piena capacità di intendere e di volere e la presenza del dolo, almeno eventuale, nelle lesioni inflitte. La Suprema Corte ha confermato la condanna, sancendo che lo stato di agitazione emotiva non giustifica la condotta né attenua la responsabilità penale.
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La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione a carico di un imputato, dichiarando il ricorso inammissibile. La difesa lamentava il mancato svolgimento di una nuova perizia psichiatrica e contestava l'aggravante delle più persone riunite. I giudici supremi hanno chiarito che la rinnovazione delle prove in appello è superflua quando la piena capacità di intendere e di volere dell'imputato risulta già accertata con perizia esaustiva. Inoltre, i giudici hanno confermato la piena applicabilità della specifica aggravante: la presenza attiva della complice, che spalleggiava, incitava e rivolgeva ulteriori minacce alle vittime sul luogo del delitto, rafforza l'efficacia dell'azione violenta e giustifica l'aumento della sanzione penale.
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Un individuo è stato condannato per rapina e lesioni personali. Ha presentato ricorso in Cassazione contestando la mancata acquisizione di una perizia psichiatrica decisiva e l'illogicità della motivazione sulla sua capacità di intendere e di volere al momento dei fatti, nonché sul mancato riconoscimento di circostanze attenuanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale. Ha confermato la correttezza della valutazione dei giudici precedenti, i quali avevano ritenuto sufficienti le indagini diagnostiche esistenti per stabilire la piena imputabilità dell'imputato, seppur con un vizio parziale di mente, e la congruità della pena inflitta per la gravità della condotta violenta.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una persona condannata per furto aggravato di energia elettrica. L'imputata aveva sottratto energia per un'attività commerciale. La difesa aveva invocato lo stato di necessità e una ridotta capacità di intendere e volere. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto che l'energia non fosse per bisogni primari e che il disturbo non incidesse sulla capacità. Il ricorso è stato respinto perché contestava solo aspetti di fatto e non vizi di diritto, confermando la condanna e imponendo il pagamento delle spese.
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Un Lavoratore ha presentato ricorso contro una sentenza che lo condannava, contestando la sua capacità di intendere e di volere al momento del fatto e la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale. Ha ritenuto che la precedente sentenza avesse correttamente valutato la perizia psichiatrica, escludendo che i disturbi di personalità influenzassero la capacità. Inoltre, la Corte ha giustificato il diniego delle attenuanti generiche basandosi sulla capacità a delinquere del Lavoratore e sui suoi precedenti penali, confermando la condanna e le spese processuali.
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Una persona condannata per peculato ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata esclusione della propria capacità di intendere e di volere a causa del gioco d'azzardo patologico. I giudici di merito avevano accertato la dipendenza ma escluso qualsiasi legame diretto tra la patologia e le condotte di appropriazione del denaro. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché la difesa si è limitata a ripetere le argomentazioni precedenti senza contestare i motivi della sentenza impugnata. Sul tema di peculato e ludopatia, la Suprema Corte ha ribadito che il disturbo da gioco non giustifica automaticamente l'appropriazione illecita se manca un nesso di causa effettivo. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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L'Imputato ricorre in Cassazione contestando la condanna per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni, unitamente al possesso di stupefacenti. La difesa sostiene l'incapacità mentale al momento dei fatti, la lieve entità del reato di droga e l'assorbimento delle lesioni nella resistenza. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano la piena capacità mentale dell'uomo sulla base della perizia svolta. La Corte chiarisce che la resistenza a pubblico ufficiale e lesioni non si fondono quando la violenza supera il minimo necessario e provoca lesioni fisiche agli agenti dopo la fermata dell'auto. Inoltre, la disponibilità di 316 dosi e di un bilancino esclude la lieve entità. L'Imputato deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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L'Imputato riceve una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione per maltrattamenti in famiglia e tentata rapina. La difesa propone ricorso in Cassazione sostenendo la mancanza della capacità di intendere e di volere al momento dei fatti a causa dell'abuso di sostanze stupefacenti e alcol. Inoltre, la difesa contesta i ritardi del perito depositante e la mancata sospensione condizionale della pena. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano che l'uso occasionale di droga non elimina la capacità di intendere e di volere, servendo un'intossicazione cronica con danni cerebrali permanenti. Inoltre, i ritardi burocratici del perito non invalidano la consulenza. La sospensione della pena resta esclusa perché l'uomo ha abbandonato la comunità terapeutica, dimostrando un concreto rischio di reiterare i reati.
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L'Imputato ha soffocato la propria madre di prima mattina mentre la donna si trovava ancora a letto. Dopo un iniziale tentativo di depistaggio, l'uomo ha confessato il reato. La difesa ha richiesto una perizia psichiatrica per verificare la capacità di intendere e di volere dell'agente, sostenendo che l'omicidio fosse scaturito da una reazione a corto circuito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e confermato la condanna a ventitré anni di reclusione. I giudici hanno chiarito che un impulso emotivo o passionale transitorio non esclude la capacità di intendere e di volere in assenza di un'infermità mentale patologica clinicamente accertata. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato l'aggravante della minorata difesa, poiché l'aggressione è avvenuta all'alba a sorpresa.
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L'Imputato, condannato a sei anni di reclusione per il reato di tentato omicidio nei confronti della moglie, ha proposto impugnazione lamentando il mancato rinnovo della perizia sulla propria capacità di intendere e di volere. La difesa contestava inoltre la mancata nuova audizione della persona offesa per chiarire il clima familiare. Tuttavia, prima che i giudici potessero esprimersi sul merito dei motivi presentati, l'imputato ha formalmente depositato l'atto di rinuncia. La Suprema Corte di Cassazione ha quindi preso atto della Rinuncia al ricorso per cassazione, dichiarando l'impugnazione inammissibile. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione di cinquecento euro in favore della Cassa delle Ammende.
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