La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per concorso in corruzione internazionale di un imprenditore coinvolto in un'operazione economica in Africa. La difesa aveva contestato l'utilizzabilità dei messaggi WhatsApp come prova, sostenendo irregolarità procedurali nella loro acquisizione e l'estraneità dell'imputato ai patti corruttivi. La Corte ha rigettato il ricorso, affermando la piena validità delle prove digitali, acquisite tramite copia forense, e ritenendo dimostrato il ruolo attivo dell'imputato nel progetto criminoso, anche sulla base del tenore delle conversazioni e del suo interesse diretto nell'affare.
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