Definizione
Una circostanza che può ridurre la pena se il reato è commesso in stato d'ira, causato da un fatto ingiusto altrui.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 127 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 75% dei casi il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 9%
- Rigettato 14%
- Inammissibile 75%
- Altro 1%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Penale Sez. 746%
- Penale Sez. 128%
- Penale Sez. 526%
Precedenti più richiamati
- Cass. 52766/2017in 16 provvedimenti
- Cass. 23031/2021in 10 provvedimenti
- Cass. 8945/2022in 18 provvedimenti
- Cass. 30469/2010in 6 provvedimenti
- Cass. 47840/2013in 5 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
Tre giovani hanno inseguito e aggredito i membri di un gruppo rivale dopo una lite all'uscita di una discoteca. Durante la fuga della vettura dei rivali, due aggressori hanno esploso nove colpi d'arma da fuoco, colpendo la portiera del passeggero a mezzo metro dal suolo senza provocare feriti. La Corte d'appello ha condannato tutti i complici per tentato omicidio e porto illegale di arma a pene comprese tra quattro anni e quattro mesi e quattro anni e sei mesi di reclusione. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi degli imputati e del Procuratore generale, confermando integralmente le condanne. I giudici hanno chiarito che sparare ad altezza vitale contro un'auto in movimento integra il reato anche senza bersaglio mirato o lesioni personali.
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La Corte d'appello confermava la condanna di un genitore per i reati di minaccia e danneggiamento, negando le circostanze attenuanti morali e l'attenuante della provocazione. L'imputato sosteneva di aver reagito a tutela del proprio ruolo genitoriale dopo una telefonata irritante. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I motivi presentati riproducevano pedissequamente le tesi già respinte nel grado precedente, senza criticare la motivazione della sentenza impugnata. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'aggressione programmata a distanza di tempo degrada a mera rappresaglia personale, escludendo qualsiasi valore etico o impeto d'ira scusabile. Il ricorrente perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un automobilista ha proferito gravi espressioni intimidatorie e minacce di morte alludendo all'uso di armi durante una discussione nata per il parcheggio di una vettura, pronunciando la frase «che facciamo, ci ammazziamo?». I giudici di merito hanno confermato la responsabilità penale per minaccia aggravata. L'autore ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'inefficacia delle intimidazioni, dato che la controparte non aveva mostrato paura, e richiedendo l'attenuante della provocazione e la non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Per integrare il reato di minaccia non occorre che la vittima provi una paura effettiva, ma basta l'idoneità potenziale delle frasi a turbare la sua sfera morale nel contesto dell'evento. I giudici hanno escluso le attenuanti e la particolare tenuità a causa dei precedenti, dello stato di ebbrezza e della condotta molesta verso terzi.
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L'autore dell'omicidio ha ucciso un conoscente anziano colpendolo con novantadue coltellate al viso, al collo e al torace durante un diverbio scaturito dopo l'assunzione di stupefacenti. La difesa ha contestato la sussistenza dell'aggravante della crudeltà, sostenendo che l'alto numero di colpi derivasse da un raptus emotivo e chiedendo l'attenuante della provocazione per una presunta minaccia iniziale della vittima. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso e ha confermato la condanna a ventuno anni di reclusione. I giudici hanno chiarito che l'aggravante della crudeltà sussiste quando l'imputato infligge sofferenze gratuite e dimostra freddezza, come sfregiare il volto e abbandonare la vittima agonizzante. Inoltre, l'enorme sproporzione tra l'offesa iniziale e la feroce reazione esclude qualsiasi attenuante legata alla provocazione.
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Due imputati subiscono una condanna per violazione di domicilio aggravata e danneggiamento. I condannati propongono ricorso per cassazione lamentando il mancato riconoscimento dell'attenuante della provocazione. La Suprema Corte dichiara inammissibili le censure difensive. I ricorrenti ripropongono tesi generiche già esaminate e respinte nei gradi precedenti, sollecitando un riesame delle prove non consentito ai giudici di legittimità. Il Collegio conferma la piena validità della sentenza impugnata e infligge agli autori del reato il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Un inquilino ha aggredito il proprietario di casa con un coltello, un bastone e una sega, provocandogli lesioni gravi durante una discussione sul pagamento del canone di locazione arretrato. L'inquilino ha proposto ricorso sostenendo di aver agito per legittima difesa e chiedendo il riconoscimento della provocazione subita. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'inquilino. I giudici hanno stabilito che l'aggressione con armi ed attrezzi da taglio non presenta alcuna proporzione con le rimostranze verbali del proprietario. Inoltre, la Suprema Corte ha ricordato che in sede di legittimità non si possono riesaminare le prove già valutate nel merito. L'inquilino è stato così condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende, confermando integralmente la condanna penale e civile a suo carico.
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Un Individuo, condannato per omicidio a 14 anni e 3 mesi di reclusione, ha presentato ricorso in Cassazione. Contestava la mancata concessione dell'attenuante della provocazione e la mancata esclusione dell'aggravante della crudeltà. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale. Ha ritenuto che le doglianze fossero generiche e mirassero a una non consentita rivalutazione dei fatti. Il ricorso non rispettava i requisiti di specificità. L'Individuo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro.
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Un uomo ha ucciso un avventore all'interno di un locale pubblico colpendolo con numerose coltellate. La difesa dell'aggressore ha richiesto il riconoscimento dell'attenuante della provocazione, sostenendo che la vittima, in stato di ebbrezza, avesse afferrato l'imputato per la giacca provocando la sua reazione rabbiosa. Inoltre, la difesa ha contestato la recidiva reiterata applicata per i precedenti penali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno stabilito che un semplice atteggiamento molesto da ubriaco non costituisce un fatto ingiusto capace di giustificare una reazione fatale. La sproporzione tra il gesto della vittima e l'omicidio esclude l'attenuante della provocazione. La Cassazione ha inoltre confermato la recidiva, evidenziando la freddezza dell'aggressore e la sua escalation di violenza.
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Un Lavoratore ha presentato un ricorso tardivo contro una condanna per lesioni aggravate. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il Lavoratore lamentava il mancato riconoscimento dell'attenuante della provocazione. La Corte ha confermato che non c'era un vero stato d'ira, ma solo agitazione. Ha anche respinto la richiesta di sospendere il pagamento della provvisionale, dato che il Lavoratore percepiva comunque un reddito. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il Lavoratore condannato a pagare le spese e una somma alla Cassa delle ammende.
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Un lavoratore ha aggredito un impresario edile per il mancato pagamento di alcune giornate di lavoro, tentando di strangolarlo e investendolo ripetutamente con l'auto contro un ponteggio. I giudici hanno condannato l'aggressore a sei anni di reclusione per tentato omicidio, escludendo l'attenuante della provocazione per l'evidente sproporzione tra il debito economico e l'azione violenta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando integralmente la condanna.
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Un Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione contro una sentenza che aveva confermato la sua responsabilità penale, contestando l'imputabilità, l'assenza di vizio di mente e la negata attenuante della provocazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto che i motivi presentati fossero troppo generici e non affrontassero in modo specifico le dettagliate motivazioni della Corte d'Appello. La Cassazione ha ribadito che non può riesaminare il merito delle decisioni se queste sono già state adeguatamente motivate. Il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma alla cassa delle ammende. Questo caso evidenzia l'importanza di formulare ricorsi specifici per evitare un ricorso inammissibile.
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Un avventore e la compagna entrano in un ristorante chiedendo di usare i servizi igienici. Il ristoratore oppone un rifiuto e li accompagna verso l'uscita. Ne nasce un diverbio in cui l'avventore colpisce il ristoratore con un pugno al volto, provocandogli un trauma facciale e la scheggiatura di un dente. L'aggressore viene condannato per il reato di lesioni personali. Ricorrendo in Cassazione, l'imputato invoca la mancanza del nesso causale, la legittima difesa e l'attenuante della provocazione, sostenendo di aver reagito all'aggressività altrui. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile: le lesioni personali e legittima difesa non sussistono se mancano il pericolo attuale e la proporzione tra il rifiuto e la reazione fisica. Risulta sufficiente la sola testimonianza attendibile della vittima, riscontrata dai referti medici, per confermare la condanna penale.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale presentato da un soggetto condannato per minacce ai vicini. Il Ricorrente aveva contestato il mancato riconoscimento dell'attenuante della provocazione e il diniego della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha ritenuto le argomentazioni già esaminate e infondate, confermando la condanna e l'obbligo di pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Un automobilista ha suonato il clacson durante una comune situazione di traffico urbano. Un altro guidatore ha reagito con estrema violenza, distruggendo il parabrezza dell'auto e colpendo la vittima al braccio con una mazza di ferro. I giudici di merito hanno condannato l'aggressore per danneggiamento aggravato e lesioni personali volontarie. L'uomo ha fatto ricorso in Cassazione invocando l'attenuante della provocazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: il suono del clacson non giustifica una reazione sproporzionata e lesiva dell'incolumità fisica. L'imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Un cliente si allontana da un ristorante senza saldare la consumazione. La titolare lo insegue per chiedere il dovuto, ma l'avventore reagisce sferrandole un pugno al volto, minacciandola e colpendo anche un familiare intervenuto in soccorso. I giudici di merito condannano l'uomo per lesioni personali e minacce. L'imputato presenta ricorso per cassazione lamentando l'attendibilità dei testimoni e invocando l'attenuante della provocazione per l'insistenza della ristoratrice. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e conferma integralmente la condanna. I giudici evidenziano che richiedere il pagamento del conto costituisce l'esercizio di un legittimo diritto e non un fatto ingiusto.
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Un Condomino è stato condannato per lesioni volontarie lievi, inflitte a un altro condomino durante una lite. La Corte d'Appello ha confermato la condanna. Il Condomino ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'attendibilità dei testimoni, l'origine delle lesioni e il mancato riconoscimento dell'attenuante della provocazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ritenuto le censure manifestamente infondate e generiche, confermando la condanna e l'obbligo di pagare le spese processuali e una sanzione amministrativa.
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Una disputa sui social network tra colleghi di lavoro è degenerata in un grave scontro fisico. L'Imputata ha incitato il marito mentre questi aggrediva la vittima con un'arma da taglio, impedendo contestualmente alla consorte dell'aggredito di intervenire e picchiandola a sua volta. I giudici di merito hanno condannato la donna per concorso nel reato di lesioni personali aggravate e minacce. L'Imputata ha proposto ricorso per cassazione contestando il ruolo di istigatrice, la mancata concessione della provocazione e l'entità della pena inflitta vicina al massimo edittale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha confermato la piena responsabilità penale della donna: incitare l'esecutore materiale e bloccare i soccorsi costituisce piena partecipazione all'aggressione.
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Un Lavoratore è stato condannato per tentato omicidio e reati di armi. La Corte d'Appello ha riconosciuto l'attenuante della provocazione, ritenendola equivalente alla recidiva, e ha rideterminato la pena a otto anni di reclusione. Il Lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione, contestando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e la prevalenza della provocazione sulla recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che il bilanciamento delle circostanze reato e la quantificazione della pena sono decisioni di merito, insindacabili se motivate logicamente.
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Un uomo è stato condannato per duplice tentato omicidio dopo aver sparato a due persone in seguito a un litigio familiare per una strada. La Corte d'Appello aveva riconosciuto l'attenuante della provocazione, riducendo la pena, ma aveva escluso la **legittima difesa negata** o l'eccesso colposo. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'omessa audizione della moglie e la mancata applicazione della legittima difesa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la "doppia conforme" delle sentenze di merito e ritenendo i motivi del ricorso non validi.
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L'Imputato ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione contestando la sentenza emessa dalla Corte di Appello. Il ricorrente ha richiesto una ricostruzione alternativa dei fatti storici, lamentando in particolare il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della provocazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione non consente di ridiscutere il merito delle prove già valutate in modo logico e coerente nei precedenti gradi di giudizio. L'Imputato ha quindi perso definitivamente la causa ed è stato condannato a pagare le spese del processo e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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