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Ammonimento del Questore

Definizione

Un provvedimento amministrativo preventivo emesso dall'autorità di polizia per avvertire una persona di cessare condotte moleste o persecutorie, prima che si configuri un reato più grave.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Riqualificazione del reato: Stalking o Molestie? La Cassazione fa chiarezza
Un uomo, inizialmente condannato per atti persecutori (stalking), ha visto il suo reato riqualificato in molestie dalla Corte d'Appello, con una pena ridotta. L'uomo ha presentato ricorso in Cassazione, contestando l'illegittimità di un precedente ammonimento del Questore e la presunta violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza a causa della riqualificazione del reato. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la riqualificazione del reato non ha leso il diritto di difesa e che le motivazioni della Corte d'Appello erano logiche e adeguate. L'uomo è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Revoca dell’affidamento in prova: lo stalking costa la libertà
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca dell'affidamento in prova nei confronti di un condannato. La decisione è scaturita dalle condotte persecutorie messe in atto dall'uomo contro la ex compagna del figlio. Tali comportamenti, ritenuti credibili dal Questore che aveva già emesso un ammonimento, sono stati giudicati incompatibili con il percorso di risocializzazione. Il condannato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata valutazione della sua condotta complessivamente collaborativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che anche un singolo comportamento grave può giustificare la revoca della misura alternativa. Di conseguenza, la revoca decorre dal primo atto persecutorio significativo (23 dicembre 2019) e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Atti persecutori o faida familiare? L’assoluzione è definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso delle parti civili contro l'assoluzione di un uomo dall'accusa di atti persecutori. I giudici d'appello avevano ribaltato la condanna di primo grado a causa di una profonda e pluriennale conflittualità tra le famiglie coinvolte, che rendeva impossibile distinguere chiaramente la figura del persecutore da quella della vittima. La Cassazione ha confermato che le dichiarazioni della persona offesa possono fondare una condanna da sole, ma richiedono un controllo di credibilità estremamente rigoroso. Nel caso specifico, l'esistenza di una vera e propria faida familiare e la genericità dei ricorsi presentati dalle parti civili hanno portato alla conferma dell'assoluzione dell'imputato, con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
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