Definizione
Strumento previsto dalla legge fallimentare che permette a un'impresa in crisi di negoziare con i propri creditori un piano per il superamento della difficoltà finanziaria, evitando il fallimento. Richiede l'adesione di creditori che rappresentino almeno il 60% dei crediti.
Orientamento della Cassazione
Su LexCED 36 provvedimenti della Corte di cassazione su questo tema (2022–2026). Nel 31% dei casi il ricorso è stato rigettato.
Esito del ricorso
- Accolto, anche in parte 9%
- Rigettato 31%
- Inammissibile 29%
- Estinto 26%
- Altro 6%
Provvedimenti per anno
2022
2023
2024
2025
2026
Sezioni
- Civile Sez. 155%
- Civile Sez. 539%
- Civile Sez. 66%
Precedenti più richiamati
- Cass. 9087/2018in 8 provvedimenti
- Cass. 1350/2019in 3 provvedimenti
- Cass. 12064/2019in 3 provvedimenti
- Cass. 1182/2018in 4 provvedimenti
- Cass. 16347/2018in 5 provvedimenti
Dati LexCED, aggiornati ogni giorno. L'esito è letto dal dispositivo dei provvedimenti pubblicati; sono esclusi quelli senza dispositivo leggibile.
Norme più ricorrenti in questi provvedimenti
Provvedimenti
L'Agenzia delle Entrate ha proposto un regolamento di giurisdizione. Una società aveva presentato un accordo di ristrutturazione dei debiti, includendo crediti tributari. L'Agenzia ha espresso parere negativo, e la società ha impugnato questo diniego davanti alla Commissione Tributaria. La Corte di Cassazione ha stabilito che la giurisdizione per le controversie sul diniego dell'Agenzia delle Entrate in merito al trattamento dei crediti tributari negli accordi di ristrutturazione dei debiti spetta al giudice ordinario (Tribunale Fallimentare). Questo perché l'interesse concorsuale prevale su quello tributario, e la valutazione di convenienza della proposta rientra nella competenza del giudice ordinario.
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Un ex amministratore delegato ha richiesto un risarcimento danni a un'azienda e a una banca, sostenendo di essere stato revocato senza giusta causa a seguito della liquidazione della società. Egli aveva elaborato il piano di risanamento che portò alla liquidazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che la cessazione amministratore per liquidazione non equivale a una revoca ingiustificata. La messa in liquidazione estingue il mandato gestorio per un impedimento oggettivo, non per inadempimento. La banca, inoltre, era estranea agli accordi iniziali. L'ex amministratore ha perso la causa e dovrà pagare le spese.
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Un'imprenditrice ha depositato diverse istanze concorsuali per evitare le richieste di fallimento dei creditori. Dopo aver rinunciato a un concordato e a un accordo di ristrutturazione viziato da informazioni inesatte, ha presentato una nuova domanda di concordato preventivo con riserva. Il Tribunale ha negato la concessione del termine, ritenendo la condotta un abuso del processo volto unicamente a prendere tempo, e ha dichiarato il fallimento dell'attività. La Corte d'Appello ha confermato la decisione, accertando la grave insolvenza e le manovre dilatorie. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'imprenditrice, confermando che il giudice non deve concedere automaticamente il termine per il concordato preventivo con riserva se emergono chiari indici di inammissibilità e abuso dello strumento legale.
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Due coniugi, gravati da ingenti debiti, tra cui quelli fiscali, hanno tentato di accedere a una procedura di sovraindebitamento presentando una proposta di accordo di ristrutturazione dei debiti. Il Tribunale ha dichiarato le loro proposte inammissibili, ritenendo l'esposizione debitoria troppo elevata per un accordo fattibile e l'assenza di garanzie da terzi. I debitori hanno presentato ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità ricorso sovraindebitamento, stabilendo che il decreto del Tribunale che rigetta la proposta di accordo non ha i caratteri di definitività e decisorietà necessari per essere impugnato in Cassazione. La decisione non preclude la possibilità di presentare una nuova proposta.
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Un'Azienda, in difficoltà finanziarie, ha prima presentato una domanda di concordato preventivo "in bianco", poi vi ha rinunciato. Successivamente, ha richiesto un'inibitoria per ottenere più tempo per un accordo di ristrutturazione dei debiti. I giudici hanno ritenuto questa condotta un **abuso del processo**, dichiarando il fallimento dell'Azienda. La Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso dell'Azienda, rilevando che essa aveva già usufruito di un periodo superiore a quello massimo consentito per presentare l'accordo, rendendo irrilevante la richiesta di ulteriore tempo. La sentenza ribadisce l'importanza di non abusare degli strumenti processuali.
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Un amministratore di azienda è stato condannato per omesso versamento IVA relativo a più anni. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di appello perché i giudici non hanno esaminato i "motivi aggiunti e nuovi" della difesa. Questi motivi includevano prove di trattative per un accordo di ristrutturazione dei debiti e una transazione fiscale, che avrebbero potuto influenzare sia la responsabilità che la pena. Questo costituisce un vizio di motivazione. La sentenza è stata annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello per un nuovo giudizio, affinché vengano valutate le prove difensive. Il reato non è ancora prescritto.
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Una società in liquidazione ha richiesto un accordo di ristrutturazione dei debiti con una proposta di transazione fiscale. L'Ente Creditore ha rifiutato la proposta di stralcio del credito, ma non ha presentato formale opposizione all'omologazione nei termini previsti dalla legge. Il Tribunale ha omologato l'accordo applicando il cram-down fiscale (approvazione forzata). L'Ente Creditore ha presentato reclamo, ma la Corte d'Appello lo ha dichiarato inammissibile. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. Il principio sancito stabilisce che solo i creditori che hanno proposto tempestiva opposizione in tribunale assumono la qualità di parte formale. Chi non presenta opposizione perde il diritto di impugnare la decisione con il reclamo, pur avendo espresso contrarietà alla proposta dell'azienda debitoria.
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Una società in crisi ha richiesto l'omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti basato sull'accollo del debito da parte di una società terza. L'accordo conteneva una clausola di adeguata verifica del soggetto pagatore. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno respinto la richiesta e dichiarato il fallimento, interpretando la clausola come una verifica obbligatoria della reale capacità finanziaria del garante, risultata insufficiente. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, precisando che l'accordo di ristrutturazione dei debiti esige prove concrete di fattibilità economica. La semplice verifica formale antiriciclaggio non basta quando la solvibilità del terzo è determinante per il risanamento dell'impresa.
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L'Amministrazione Finanziaria notificava a una Società una cartella di pagamento da oltre due milioni di euro per imposte non versate. La Società impugnava l'atto, ma i giudici di merito rigettavano i ricorsi. Nelle more del giudizio di Cassazione, la Società raggiungeva con il fisco un accordo di ristrutturazione del debito, comprensivo di una transazione fiscale omologata dal Tribunale. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio per cessazione della materia del contendere, stabilendo che l'accordo transattivo cancella la lite e azzera l'obbligo di versare sanzioni processuali aggiuntive.
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Una Società in Amministrazione Straordinaria e una Banca si scontrano sulla validità della conversione di debiti in strumenti finanziari e sulla priorità di pagamento di alcune garanzie. La vicenda nasce da un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato dal Tribunale. La Banca sosteneva che la conversione del debito in strumenti finanziari fosse inefficace a causa del successivo dissesto della società. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Banca, confermando che la conversione è valida poiché si è verificata la condizione prevista (il superamento di una soglia di perdite). Inoltre, la Corte ha rigettato il ricorso della Società, stabilendo che le garanzie bancarie concesse in esecuzione dell'accordo godono della prededuzione (priorità di pagamento) senza necessità di nuove verifiche sulla fattibilità del piano. Entrambe le parti escono parzialmente sconfitte, con spese compensate tra loro.
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda fallita contro l'ammissione al passivo del credito di un professionista. Quest'ultimo aveva assistito la società nella redazione di un piano di ristrutturazione dei debiti. Il fallimento contestava la validità dell'accordo privato sulle tariffe, ritenendo che si dovessero applicare i parametri ministeriali più bassi. I giudici hanno chiarito che, per la determinazione del compenso del professionista, l'accordo scritto tra le parti ha valore prevalente e vincolante, anche in caso di successivo fallimento. Non si possono quindi applicare i criteri sussidiari ministeriali se esiste una pattuizione chiara. Il professionista ha quindi diritto all'intero compenso pattuito in via privilegiata.
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Un debitore ottiene l'approvazione di un piano di ristrutturazione dichiarando di possedere il 95% delle quote di una società, bene essenziale per pagare i creditori. Successivamente, si scopre che la sua titolarità è molto inferiore. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della **risoluzione accordo di ristrutturazione** richiesta dai creditori. Il principio chiave stabilito è che il termine di sei mesi per chiedere l'annullamento decorre non dall'approvazione del piano, ma dal momento della 'scoperta' della falsa dichiarazione. Il ricorso del debitore è stato respinto, poiché basato su una rivalutazione dei fatti, inammissibile in sede di legittimità, e data la sua evidente malafede.
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Una società produttrice di energia rinnovabile impugna avvisi di pagamento per accise, sostenendo di avere diritto a un'esenzione per autoconsumo. L'Agenzia delle Dogane contesta tale diritto. Durante il processo in Cassazione, la società, a seguito di un accordo di ristrutturazione dei debiti, decide per la rinuncia al ricorso tributario. La Corte Suprema, prendendo atto della perdita di interesse a proseguire la causa, dichiara il ricorso inammissibile. Le spese legali vengono compensate tra le parti, considerando le circostanze sopravvenute che hanno portato alla rinuncia.
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La Corte di Cassazione ha confermato il fallimento di un'azienda che aveva presentato una proposta di accordo di ristrutturazione dei debiti. La proposta è stata giudicata inammissibile perché l'azienda non ha dimostrato di avere trattative in corso con creditori che rappresentassero almeno il 60% del totale dei debiti, requisito fondamentale previsto dalla legge. La documentazione presentata, infatti, mostrava che il creditore principale non raggiungeva da solo tale soglia e non c'era prova di ulteriori negoziazioni. Di fronte a questa mancanza e su istanza di un creditore, i giudici hanno dichiarato il fallimento, sottolineando l'importanza di rispettare questo presupposto per accedere alla procedura.
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Una società operante nel settore delle energie rinnovabili aveva impugnato un avviso di pagamento per accise. A seguito di un accordo di ristrutturazione del debito, che includeva la chiusura delle liti pendenti, la società ha rinunciato al ricorso in Cassazione. La Corte, applicando le nuove normative procedurali, ha dichiarato l'estinzione del giudizio, ponendo fine alla controversia e compensando le spese legali tra le parti.
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Una società produttrice di energia aveva impugnato un avviso di pagamento per accise, perdendo nei primi due gradi di giudizio. In Cassazione, la società ha rinunciato al ricorso dopo aver ottenuto l'omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti. La Corte Suprema, applicando le nuove norme procedurali, ha dichiarato l'estinzione del giudizio, compensando le spese tra le parti.
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La Corte di Cassazione ha escluso la prededuzione crediti per alcuni soci di una cooperativa in liquidazione coatta. I loro crediti, derivanti da un accordo di ristrutturazione del debito poi non onorato, non sono stati considerati 'finanziamenti in esecuzione' dell'accordo, ma l'oggetto stesso della ristrutturazione. Inoltre, la Corte ha ritenuto non provata la 'consecuzione' tra la procedura di ristrutturazione e la successiva liquidazione, negando così il carattere prededucibile dei crediti.
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Una società impugnava un avviso di accertamento per frode IVA. Durante il ricorso in Cassazione, le parti hanno raggiunto una transazione fiscale nell'ambito di un accordo di ristrutturazione dei debiti, poi omologato dal Tribunale. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato la cessazione materia del contendere, ponendo fine al giudizio per il venir meno dell'interesse delle parti a una decisione nel merito.
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Una società e l'Amministrazione Finanziaria hanno risolto una lite su IRES, IRAP e IVA tramite un accordo di transazione fiscale. La Cassazione ha dichiarato la cessazione della materia del contendere, estinguendo il giudizio per mancanza di interesse delle parti a proseguire.
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La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha stabilito un principio fondamentale sulla prededucibilità crediti. Ha chiarito che i finanziamenti erogati in funzione di un accordo di ristrutturazione dei debiti possono essere considerati prededucibili anche in base all'art. 111 della Legge Fallimentare, poiché tali accordi hanno natura concorsuale. La Corte ha accolto il ricorso di una società creditrice su questo punto, cassando la decisione del tribunale che aveva negato la natura concorsuale dell'accordo. Tuttavia, ha respinto le altre doglianze relative all'applicazione retroattiva di norme specifiche e all'opponibilità di un decreto ingiuntivo non dichiarato esecutivo prima del fallimento.
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