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Falsa attestazione della presenza in servizio: condanna ferma

Una dipendente pubblica è stata condannata per truffa aggravata e falsa attestazione della presenza in servizio. La donna registrava manualmente orari di ingresso e uscita falsi, percependo anche compensi per straordinari mai svolti. La Polizia Municipale ha accertato l’assenza tramite appostamenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice, confermando la condanna penale e il risarcimento dei danni al Comune. I giudici hanno escluso l’errore materiale e la particolare tenuità del fatto, evidenziando la natura sistematica della condotta, il grave danno all’immagine dell’ente e la violazione del rapporto di fiducia. La ricorrente dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.

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Pubblicato il 19 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale

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Riferimento Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 31782 Anno 2023 (Cass. pen. sez. 2 n. 31782/2023)

Il dovere di presenza e le conseguenze della falsificazione

Il rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione si fonda su un rigoroso vincolo di fiducia e sul rispetto delle regole contrattuali. Tra queste, l’osservanza dell’orario di lavoro rappresenta un obbligo fondamentale per ogni dipendente. La condotta di chi dichiara il falso sui registri di presenza configura il reato di falsa attestazione della presenza in servizio. Questa violazione non comporta soltanto sanzioni disciplinari interne, ma apre la strada a gravi conseguenze penali e all’obbligo di risarcire i danni causati all’ente pubblico. La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato un caso emblematico, confermando la linea della tolleranza zero contro l’assenteismo.

Il caso della dipendente pubblica e i controlli della polizia

La vicenda riguarda una dipendente con qualifica di quadro, impiegata presso un ente comunale. La donna aveva il compito di compilare manualmente i fogli di presenza per attestare le proprie ore di servizio. A seguito di una segnalazione anonima, la polizia municipale ha avviato una serie di servizi di osservazione e appostamento. Gli accertamenti degli agenti hanno rivelato una sistematica discrepanza tra gli orari indicati nei fogli di presenza e l’effettivo svolgimento della prestazione lavorativa. La dipendente risultava infatti entrare in ufficio molto più tardi rispetto a quanto dichiarato e allontanarsi prima del dovuto. Inoltre, la lavoratrice aveva richiesto e ottenuto il pagamento di ore di lavoro straordinario che non erano mai state effettivamente prestate.

La difesa della lavoratrice e la tesi dell’errore materiale

Nel corso del giudizio, la difesa della lavoratrice ha cercato di ridimensionare la gravità dei fatti. È stato sostenuto che le discrepanze orarie fossero il frutto di una compilazione manuale distratta e non di una volontà di ingannare l’amministrazione. La difesa ha inoltre evidenziato che la dipendente godeva di un orario flessibile, lavorava talvolta da casa e aveva comunque garantito il raggiungimento degli obiettivi lavorativi e il monte ore settimanale complessivo. Infine, è stata richiesta l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, sostenendo che il danno economico per poche ore di assenza fosse minimo e privo di reale impatto per l’ente pubblico.

Le motivazioni sulla falsa attestazione della presenza in servizio

I giudici della Suprema Corte hanno respinto fermamente ogni tesi difensiva, ritenendo il ricorso del tutto inammissibile. Nelle motivazioni del provvedimento, la Corte ha chiarito che il raggiungimento dei risultati lavorativi non cancella il reato. Il foglio di presenza ha una funzione specifica e vincolante, poiché su di esso si calcolano la retribuzione base e i compensi straordinari. La tesi dell’errore materiale è stata smentita dalla sistematicità delle discrepanze, che risultavano sempre a favore della dipendente e mai del Comune. I giudici hanno inoltre sottolineato che la lavoratrice, in possesso di una laurea e di un ruolo direttivo, aveva la piena consapevolezza di attestare il falso. La reiterazione della condotta nel tempo e il grave danno d’immagine arrecato all’amministrazione escludono qualsiasi possibilità di considerare il fatto come di particolare tenuità. Il danno d’immagine si traduce nella perdita di credibilità dell’ente verso l’esterno, ingenerando nei cittadini l’idea di una diffusa inefficienza.

Le conclusioni sulla falsa attestazione della presenza in servizio

La decisione della Corte di Cassazione ribadisce un principio di estrema fermezza. La falsa attestazione della presenza in servizio comporta la condanna definitiva per truffa aggravata e per le violazioni specifiche del pubblico impiego. La lavoratrice è stata condannata al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali in favore del Comune, quantificati in settemilaottocento euro complessivi. Questa somma comprende le retribuzioni indebitamente percepite, i costi sostenuti per l’impiego degli agenti di polizia municipale durante le indagini e il danno all’immagine dell’ente. La ricorrente dovrà inoltre farsi carico delle spese del procedimento penale e versare una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende. La pronuncia conferma che la correttezza nella registrazione delle presenze non ammette deroghe o superficialità.

Cosa rischia il dipendente pubblico che attesta falsamente la propria presenza?
Rischia una condanna penale per truffa aggravata e falsa attestazione, oltre all’obbligo di risarcire i danni patrimoniali e d’immagine all’ente pubblico.

Si può invocare la particolare tenuità del fatto per poche ore di assenza?
No, se la condotta è sistematica e ripetuta nel tempo, la gravità del comportamento esclude l’applicazione di questo beneficio.

Il raggiungimento degli obiettivi lavorativi cancella il reato di falsa attestazione?
No, il conseguimento dei risultati non giustifica la falsa dichiarazione degli orari di presenza, poiché il dipendente è comunque vincolato al rispetto dell’orario contrattuale.

Termini giuridici

Falsa attestazione
Dichiarazione non veritiera sulla propria presenza fisica sul luogo di lavoro.
Truffa aggravata
Raggiro finalizzato a ottenere un ingiusto profitto con danno altrui, commesso ai danni di un ente pubblico.
Particolare tenuità del fatto
Causa di non punibilità applicabile quando il danno è minimo e il comportamento non è abituale.
Responsabilità erariale
Obbligo di risarcire i danni economici causati direttamente alla pubblica amministrazione.
Inammissibilità
Impossibilità di esaminare un ricorso perché non rispetta i requisiti di legge.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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