LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Bancarotta fraudolenta preferenziale: soci favoriti o creditori?

L’Amministratore di una società fallita è stato condannato per bancarotta fraudolenta preferenziale e falso in bilancio. Egli aveva restituito finanziamenti a una socia e pagato il proprio compenso durante lo stato di insolvenza, preferendo questi pagamenti rispetto ad altri creditori. Inoltre, non aveva svalutato crediti inesigibili nel bilancio, nascondendo il dissesto economico. L’Amministratore ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che i pagamenti servivano a salvare l’azienda e che si era fidato del commercialista per il bilancio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che restituire i soldi ai soci prima degli altri creditori configura il reato, e che gli accordi privati di restituzione immediata sono nulli. L’Amministratore perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 5 Num. 26250 Anno 2023
Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 9 giugno 2026 in Giurisprudenza Penale

Riferimento Sentenza di Cassazione Penale Sez. 5 Num. 26250 Anno 2023 (Cass. pen. sez. 5 n. 26250/2023)

Il caso della bancarotta fraudolenta preferenziale e il fallimento aziendale

Quando una società entra in crisi, l’amministratore deve gestire i fondi rimasti con estrema cautela. Non è possibile scegliere liberamente chi pagare. Se l’amministratore decide di favorire un creditore rispetto a un altro, rischia una condanna penale per il reato di bancarotta fraudolenta preferenziale. Questo è accaduto in una recente vicenda analizzata dalla Corte di Cassazione. Un amministratore ha cercato di giustificare la restituzione di somme a una socia e il pagamento del proprio compenso, ma i giudici hanno confermato la sua colpevolezza.

I pagamenti vietati ai soci e l’illusione di salvare l’impresa

La vicenda nasce dal fallimento di una società commerciale. L’Amministratore, accorgendosi della crisi, ha effettuato alcuni pagamenti mirati. In particolare, ha restituito oltre trentaquattromila euro a una Socia che aveva finanziato l’azienda per pagare delle cambiali urgenti. Inoltre, l’Amministratore ha prelevato dalle casse sociali la somma destinata al proprio compenso professionale.

Davanti ai giudici, l’Amministratore ha difeso queste scelte sostenendo che i pagamenti servivano a mantenere in vita l’attività. Secondo la sua tesi, la Socia aveva prestato il denaro solo a condizione di riaverlo subito indietro, una volta superata l’emergenza. Per il proprio compenso, l’imputato sosteneva che la somma fosse congrua e deliberata dall’assemblea. Tuttavia, la legge stabilisce che in caso di insolvenza tutti i creditori devono essere trattati allo stesso modo, rispettando l’ordine di preferenza legale.

Il bilancio truccato e i crediti mai incassati

Oltre ai pagamenti preferenziali, l’Amministratore doveva rispondere di falso in bilancio, un’accusa grave che aggrava la posizione di chi gestisce un’impresa in crisi. I giudici lo hanno accusato di aver inserito in bilancio crediti ormai del tutto inesigibili, gonfiando fittiziamente l’attivo della società. Questa operazione contabile scorretta ha nascosto il reale patrimonio netto della società, che in realtà era ampiamente negativo.

Nascondendo il dissesto economico, l’Amministratore ha evitato di avviare tempestivamente le procedure di liquidazione previste dal codice civile. Questo ritardo ingiustificato ha permesso all’azienda di continuare a operare in modo artificiale sul mercato, aumentando il debito complessivo di oltre un milione di euro prima della dichiarazione di fallimento. L’Amministratore ha cercato di discolparsi affermando di non avere competenze contabili e di essersi fidato ciecamente delle indicazioni del proprio commercialista. Ha anche aggiunto che sperava sinceramente di recuperare i crediti grazie a trattative in corso con un gruppo acquirente esterno.

Le motivazioni della Cassazione sulla bancarotta fraudolenta preferenziale

La Corte di Cassazione ha respinto le tesi dell’Amministratore. I giudici hanno chiarito che la restituzione dei finanziamenti ai soci durante l’insolvenza configura il reato di bancarotta fraudolenta preferenziale. I soci non possono essere rimborsati prima dei normali creditori commerciali, poiché i soci non hanno interesse a chiedere il fallimento della propria società in caso di mancato pagamento.

La Suprema Corte ha stabilito che l’accordo privato per la restituzione immediata del denaro è nullo. Tale patto è contrario alla legge perché mira a violare l’ordine di pagamento dei creditori. Anche il pagamento del compenso dell’Amministratore è illecito. Non rileva il fatto che l’imputato ritenesse di meritare quel denaro: in presenza di un dissesto, i crediti degli amministratori non assistiti da privilegi non possono essere soddisfatti a danno degli altri creditori.

Le conclusioni sulla responsabilità dell’amministratore

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’Amministratore, confermando in via definitiva la condanna penale inflitta nei precedenti gradi di giudizio. Le giustificazioni basate sulla buona fede, sulla mancanza di competenze tecniche o sull’affidamento al professionista esterno non hanno alcun valore giuridico quando si violano le regole fondamentali della contabilità e della gestione societaria.

L’Amministratore perde definitivamente la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende. Questa importante sentenza lancia un messaggio chiaro a tutti gli operatori economici: la gestione della crisi aziendale richiede il rispetto rigoroso della parità di trattamento dei creditori. Nessun accordo privato o presunto stato di necessità può giustificare la violazione delle norme penali poste a tutela del mercato e della trasparenza finanziaria.

Cosa rischia l’amministratore che restituisce un finanziamento al socio durante la crisi aziendale?
Rischia una condanna penale per bancarotta fraudolenta preferenziale, poiché la legge vieta di rimborsare i soci prima di aver soddisfatto gli altri creditori commerciali.

Un accordo privato per la restituzione immediata di un prestito al socio è valido in caso di fallimento?
No, un simile accordo è considerato nullo dalla legge perché mira a violare l’ordine di pagamento dei creditori stabilito dalle norme statali.

L’amministratore può pagare il proprio compenso se la società è insolvente?
No, il pagamento del proprio compenso non assistito da privilegi, effettuato conoscendo lo stato di insolvenza della società, configura il reato di bancarotta preferenziale.

Termini giuridici

Bancarotta fraudolenta preferenziale
Il reato commesso dall'imprenditore che, prima o durante il fallimento, paga alcuni creditori per favorirli, danneggiando gli altri.
Dolo specifico
L'intenzione precisa di raggiungere un determinato scopo richiesto dalla legge per configurare il reato (in questo caso, favorire un creditore).
Inammissibilità
La decisione del giudice di non esaminare il ricorso perché non rispetta le regole di legge o propone questioni non decidibili in quella sede.
Cause di prelazione
I motivi di preferenza (come ipoteche o privilegi) che la legge riconosce a determinati crediti, stabilendo chi deve essere pagato per primo.
Svalutazione dei crediti
L'operazione contabile con cui si riduce il valore dei crediti in bilancio quando si ritiene che non verranno incassati.

Provvedimenti correlati

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)