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Diritto del Lavoro

Licenziamento lavoro festivo: Cassazione annulla
La Corte di Cassazione ha annullato una sentenza d'appello che legittimava il licenziamento di una lavoratrice per essersi rifiutata di lavorare durante una festività. Il caso verteva sull'interpretazione di un accordo di conciliazione che, secondo il datore di lavoro, includeva l'obbligo di lavorare nei festivi. La Suprema Corte ha stabilito che la rinuncia al riposo festivo deve essere esplicita e non può essere desunta da una generica disponibilità. Pertanto, il licenziamento per lavoro festivo non specificamente pattuito è stato ritenuto illegittimo.
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Errore materiale: correzione della condanna alle spese
Una società era stata erroneamente condannata a pagare le spese legali a un ente previdenziale, nonostante quest'ultimo non avesse svolto alcuna attività difensiva nel processo. La Corte di Cassazione, riconoscendo l'evidente contraddizione tra la motivazione e la decisione finale, ha accolto l'istanza di correzione per errore materiale, annullando la condanna al pagamento delle spese.
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Inquadramento superiore: quando contano le mansioni
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul diritto all'inquadramento superiore di alcuni lavoratori di una società di trasporti. I dipendenti chiedevano il riconoscimento di un livello più alto per le mansioni svolte prima della formalizzazione. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, ribadendo che la valutazione delle mansioni effettivamente svolte è un accertamento di fatto che spetta ai giudici di merito e non può essere riesaminato in sede di legittimità, se non per vizi di motivazione non riscontrati nel caso di specie.
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Ricorso tardivo: quando l’appello è inammissibile
Un lavoratore, licenziato per un grave danno ambientale, ha impugnato la decisione della Corte d'Appello. La Cassazione ha dichiarato il suo ricorso tardivo e quindi inammissibile, poiché proposto oltre i 60 giorni dalla comunicazione della sentenza via PEC, come previsto dal rito Fornero. La decisione sottolinea l'importanza cruciale del rispetto dei termini processuali.
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Ripetizione di indebito: la PA può agire sul dipendente
Un ex dirigente di un ente locale si è opposto alla richiesta di restituzione di emolumenti percepiti e ritenuti non dovuti. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 17324/2024, ha respinto il ricorso, confermando che la Pubblica Amministrazione può agire con l'azione di ripetizione di indebito per recuperare somme erogate senza una valida base normativa o contrattuale, anche se il lavoro è stato svolto.
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Ripetizione indebito pubblico impiego: la Cassazione
Un Comune ha ottenuto la condanna di un suo ex dirigente alla restituzione di ingenti somme percepite a titolo di retribuzione di posizione e di risultato, ma ritenute non dovute. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza in esame, ha rigettato il ricorso del dirigente, confermando la piena legittimità dell'azione di ripetizione indebito nel pubblico impiego quando le erogazioni sono prive di copertura contrattuale e finanziaria. La Corte ha chiarito che le normative sopravvenute non precludono l'azione diretta di recupero verso il dipendente.
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Ripetizione dell’indebito: PA può agire sul dipendente
Un ente locale ha agito per la ripetizione dell'indebito contro un suo ex dirigente per recuperare retribuzioni non dovute. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'azione diretta, rigettando il ricorso del lavoratore. La Corte ha chiarito che le normative speciali sul recupero crediti della PA non escludono l'applicazione della norma generale del Codice Civile (art. 2033 c.c.), che consente di chiedere la restituzione direttamente a chi ha ricevuto il pagamento non dovuto.
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Ripetizione indebito pubblico impiego: quando è dovuta
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 17317/2024, ha confermato l'obbligo di due ex dirigenti pubblici di restituire le retribuzioni di posizione e di risultato percepite indebitamente. La sentenza chiarisce che la ripetizione indebito nel pubblico impiego è legittima quando tali emolumenti non sono previsti dalla contrattazione collettiva e sono privi di copertura finanziaria, respingendo le difese dei lavoratori basate su vizi procedurali e sul principio di giusta retribuzione.
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Danno comunitario: sì al risarcimento per precariato
Un'azienda sanitaria è stata condannata a versare il cosiddetto danno comunitario a un ex dipendente a termine. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'azienda, chiarendo che la successiva assunzione a tempo indeterminato del lavoratore, avvenuta tramite concorso, non annulla il suo diritto a essere risarcito per il precedente abuso di contratti a termine. È stato inoltre precisato che la retribuzione percepita durante il periodo precario non può essere detratta dal risarcimento, in quanto costituisce il corrispettivo per il lavoro svolto.
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Carenza di interesse: ricorso inammissibile
Un'azienda sanitaria impugnava una sentenza che la condannava al risarcimento per illegittima apposizione di termini a un contratto di lavoro. In Cassazione, le parti hanno raggiunto un accordo, portando la Corte a dichiarare il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse e a compensare le spese legali.
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Danno comunitario: onere della prova e quantificazione
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'azienda sanitaria pubblica, confermando la condanna al risarcimento del danno comunitario a una lavoratrice per l'illegittima reiterazione di contratti a termine. La Corte ha chiarito che spetta al lavoratore dimostrare solo l'esistenza del rapporto di lavoro, mentre è onere del datore di lavoro pubblico provare la legittimità dei contratti. È stata inoltre confermata la correttezza dei criteri usati per quantificare il risarcimento, basati sulla durata complessiva del rapporto illegittimo.
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Sopravvenuta carenza di interesse: stop al processo
Un'azienda sanitaria regionale aveva impugnato una decisione che riconosceva un risarcimento a una lavoratrice per l'illegittimità di contratti a termine. Durante il giudizio in Cassazione, le parti hanno raggiunto un accordo. La Corte ha quindi dichiarato il ricorso inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse, compensando le spese legali e chiarendo che in questi casi non si applicano sanzioni per liti temerarie.
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Contratto a termine nullo: no alla conversione automatica
La Cassazione chiarisce che un contratto a termine nullo con un'Azienda Pubblica di Servizi alla Persona non può essere convertito in un rapporto a tempo indeterminato. L'obbligo di procedure selettive pubbliche per le assunzioni prevale. Inoltre, in caso di vizio formale di un unico contratto, il lavoratore deve provare il danno subito, non potendo beneficiare di indennità forfettarie.
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Natura giuridica IPAB: giurisdizione e onere prova
Dei lavoratori hanno citato in giudizio un'IPAB per il pagamento di straordinari. La Corte d'Appello ha negato la propria giurisdizione, ritenendo l'ente pubblico. La Cassazione ha ribaltato la decisione, affermando la competenza del giudice ordinario. Il punto cruciale è la natura giuridica IPAB nel periodo in cui è sorto il diritto. La Corte ha stabilito che l'onere di provare la natura pubblica spetta all'ente e ha definito i criteri per accertarne la natura privata, basati su origine, amministrazione e finanziamento.
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Responsabilità aggravata: ricorso inammissibile
La Cassazione dichiara inammissibile un ricorso per il riconoscimento di un rapporto di lavoro e condanna la ricorrente per responsabilità aggravata. La Corte ha rilevato un abuso del processo, poiché il ricorso era palesemente infondato e proposto con colpa grave, mancando i presupposti per il litisconsorzio necessario con l'ente previdenziale.
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Licenziamento legittimo: violare le regole costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento legittimo di un operatore sanitario ausiliario per aver violato ripetutamente il regolamento aziendale che vieta di indossare gioielli e monili per motivi di igiene e sicurezza dei pazienti. La Corte ha escluso il carattere discriminatorio e ritorsivo del licenziamento, ritenendo la condotta del lavoratore una grave insubordinazione, sufficiente a ledere il rapporto di fiducia con il datore di lavoro.
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Licenziamento disciplinare: prova e onere probatorio
La Corte di Cassazione conferma l'illegittimità di un licenziamento disciplinare basato su accuse non sufficientemente provate. Il caso riguardava un dipendente licenziato per aver presumibilmente scritto lettere anonime diffamatorie. La Suprema Corte ha stabilito che l'onere di provare la condotta illecita spetta interamente al datore di lavoro e che la valutazione delle prove effettuata dal giudice di merito non può essere riesaminata in sede di legittimità, se logicamente motivata. Di conseguenza, il ricorso dell'azienda è stato respinto e la reintegra del lavoratore confermata.
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Appello Indennità Accompagnamento: Quando è Ammesso?
Una cittadina si vede negare l'indennità di accompagnamento perché assente alla visita medica, ma la convocazione era arrivata tardi. La Corte d'Appello ribalta la decisione, stabilendo un importante principio sull'ammissibilità dell'appello per indennità di accompagnamento quando non si è svolto l'accertamento tecnico preventivo e riconosce il diritto alla prestazione.
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Superiore inquadramento: l’onere della prova del lavoratore
Una lavoratrice di un'emittente televisiva ha richiesto il riconoscimento di un superiore inquadramento da 'assistente alla regia' a 'aiuto regista'. La sua domanda è stata rigettata in tutti i gradi di giudizio. La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 17216/2024, ha confermato la decisione, sottolineando che l'onere della prova grava interamente sul lavoratore. La semplice menzione della qualifica superiore nei titoli di coda dei programmi non è stata ritenuta una prova sufficiente, in assenza di una dimostrazione concreta della prevalenza delle mansioni rivendicate.
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Onere della prova demansionamento: la Cassazione decide
Un lavoratore ha citato in giudizio la sua azienda, un'importante emittente radiotelevisiva, chiedendo il riconoscimento di mansioni superiori e il risarcimento per demansionamento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, sottolineando che l'onere della prova del demansionamento spetta al dipendente. Quest'ultimo deve fornire allegazioni specifiche sulla natura e le caratteristiche del pregiudizio subito, non essendo sufficiente una generica denuncia di inattività per ottenere il risarcimento.
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