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Foto su ID altrui: reato di possesso di documenti falsi

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un individuo accusato di possesso di documenti di identificazione falsi. Il caso riguardava carte d’identità sulle quali era stata apposta la fotografia di una persona diversa dal reale intestatario. I giudici hanno stabilito che questa condotta integra pienamente il reato previsto dall’articolo 497-bis del codice penale, poiché la carta d’identità è un documento valido per l’espatrio. La Corte ha dichiarato il ricorso dell’imputato inammissibile, rendendo la condanna definitiva e condannandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 12422 Anno 2023
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Pubblicato il 1 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale

Riferimento Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 12422 Anno 2023 (Cass. pen. sez. 7 n. 12422/2023)

Carta d’identità con foto altrui: scatta il reato

La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha ribadito un principio fondamentale in materia di falsità documentale. Il semplice possesso di documenti di identificazione falsi, come una carta d’identità con la fotografia di una persona diversa dall’intestatario, costituisce reato. Questa decisione chiarisce che non è necessario utilizzare attivamente il documento per essere puniti: la sola detenzione è sufficiente a far scattare le conseguenze penali previste dalla legge.

Il caso specifico riguardava una persona condannata nei gradi di merito proprio per questo motivo. L’imputato aveva presentato ricorso in Cassazione, sperando di ribaltare la decisione. Tuttavia, i giudici supremi hanno respinto le sue argomentazioni, confermando la colpevolezza e rendendo la condanna definitiva.

Il fatto: la scoperta dei documenti alterati

La vicenda giudiziaria ha origine dal controllo su un soggetto, trovato in possesso di carte d’identità che presentavano un’anomalia evidente. I documenti erano autentici nella loro materialità, ma erano stati alterati in un elemento essenziale: la fotografia. Al posto dell’immagine del legittimo titolare, era stata apposta quella di un’altra persona.

Questa manipolazione, apparentemente semplice, trasforma un documento valido in uno strumento ingannevole. Le corti di merito, sia in primo grado che in appello, avevano ritenuto che tale condotta integrasse il delitto di possesso di documenti di identificazione falsi, punito dall’articolo 497-bis del codice penale.

La validità per l’espatrio come elemento chiave

Il punto centrale della questione giuridica ruota attorno alla natura del documento falsificato. La legge punisce specificamente il possesso e la fabbricazione di documenti falsi validi per l’espatrio. La carta d’identità italiana rientra pienamente in questa categoria.

Essa, infatti, non serve solo a certificare l’identità di una persona sul territorio nazionale. È anche il documento che permette ai cittadini italiani di viaggiare liberamente all’interno dell’Unione Europea e in altri Stati con cui esistono specifici accordi. Proprio per questa sua cruciale funzione, la legge prevede una tutela rafforzata contro ogni forma di falsificazione, inclusa la semplice alterazione della fotografia.

Le motivazioni della Cassazione sul possesso di documenti di identificazione falsi

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando in toto la decisione dei giudici di appello. Nelle sue motivazioni, la Corte ha spiegato che il reato di possesso di documenti di identificazione falsi si configura perfettamente nel caso di una carta d’identità con la foto di un soggetto diverso dall’intestatario.

I giudici hanno richiamato un precedente orientamento giurisprudenziale, secondo cui l’alterazione di un elemento così importante come la fotografia è sufficiente a rendere il documento ‘falso’. La pericolosità di tale condotta risiede nella potenziale idoneità del documento a ingannare terzi sulla vera identità di chi lo esibisce, minando la fiducia pubblica (la cosiddetta ‘fede pubblica’) che lo Stato ripone in tali certificati. La Corte ha quindi ritenuto le argomentazioni del ricorrente manifestamente infondate.

Conclusioni: la condanna definitiva e le conseguenze

L’esito del processo è stato sfavorevole per l’imputato. Con la dichiarazione di inammissibilità del ricorso, la condanna pronunciata dalla Corte d’Appello è diventata definitiva. Oltre alla pena già stabilita, l’imputato è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento in Cassazione e al versamento di una somma di 3.000 euro alla Cassa delle ammende.

Questa sentenza serve da monito: la legge è estremamente severa riguardo alla falsificazione dei documenti d’identità. Anche la sola detenzione di un documento alterato, senza che venga effettivamente utilizzato, è considerata un reato grave, data l’importanza che tali documenti rivestono per la sicurezza e l’ordine pubblico.

Cosa si rischia per il possesso di una carta d’identità falsa?
Il reato previsto dall’art. 497-bis del codice penale punisce il possesso o la fabbricazione di documenti di identificazione falsi validi per l’espatrio con la reclusione da due a cinque anni.

È reato anche se non uso il documento falso?
Sì. Come chiarito da questa sentenza, la legge punisce il semplice possesso del documento falso, a prescindere dal suo effettivo utilizzo. La sola detenzione è considerata sufficiente per commettere il reato.

Perché la carta d’identità è considerata un documento così importante?
Perché non solo certifica l’identità di una persona, ma è anche un documento valido per l’espatrio in molti Paesi. La sua falsificazione mina la fiducia pubblica e la sicurezza delle relazioni internazionali.

Termini giuridici

Art. 497-bis cod. pen.
Norma del codice penale che punisce chiunque possiede o fabbrica documenti di identificazione falsi validi per l'espatrio.
Recidiva
La condizione di chi commette un nuovo reato dopo aver ricevuto una condanna definitiva per un altro. Può comportare un aumento della pena.
Inammissibile
Si dice di un ricorso che viene respinto senza essere esaminato nel merito, perché privo dei requisiti di forma o di sostanza previsti dalla legge.
P.Q.M. (Per Questi Motivi)
È la sigla che introduce la parte finale di una sentenza o di un'ordinanza, dove il giudice enuncia la sua decisione conclusiva.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, Pesaro e Benevento.

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