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Legge 604/1966

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Decadenza contratti a termine: la Cassazione chiarisce
Un lavoratore impugnava una serie di contratti di somministrazione a termine. La Corte d'Appello dichiarava la decadenza dall'impugnazione per quasi tutti i contratti. La Cassazione ha ribaltato la decisione, chiarendo che, per effetto della proroga introdotta dal D.L. 225/2010, il nuovo e più breve termine di decadenza contratti a termine è entrato in vigore solo dal 31 dicembre 2011. Pertanto, l'impugnazione del lavoratore era tempestiva per tutti i rapporti di lavoro.
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Giudicato esterno e trasferimento del lavoratore
La Corte di Cassazione ha sospeso un giudizio relativo alla legittimità del trasferimento di una lavoratrice. La decisione si basa sull'esistenza di un'altra sentenza, emessa in un procedimento parallelo tra le stesse parti, che ha già statuito sull'illegittimità del medesimo trasferimento. Per evitare sentenze contraddittorie, la Corte ha rinviato la causa in attesa che la decisione dell'altro giudizio diventi definitiva, applicando il principio del giudicato esterno.
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Presunzione di conoscenza: licenziamento valido?
Un dipendente pubblico ha impugnato un licenziamento oltre i termini, sostenendo che la madre convivente gli avesse nascosto la lettera. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ribadendo il principio della presunzione di conoscenza. Secondo la Corte, l'atto si considera conosciuto quando giunge all'indirizzo del destinatario. L'occultamento da parte di un familiare non costituisce un'impossibilità oggettiva e incolpevole di venire a conoscenza dell'atto, poiché rientra nella sfera di controllo del destinatario. La decadenza dall'impugnazione è stata quindi confermata.
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Licenziamento illegittimo: quando è nullo e perché
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'azienda contro la reintegrazione di una lavoratrice. Il caso verteva su un licenziamento illegittimo, inizialmente ritenuto ritorsivo e poi dichiarato nullo dalla Corte d'Appello per vizi procedurali, ovvero la mancata contestazione disciplinare. La Suprema Corte ha confermato che la natura disciplinare di un licenziamento, anche se mascherato da 'incompatibilità ambientale', impone sempre il rispetto della procedura di contestazione, respingendo tutti i motivi di ricorso dell'azienda.
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Licenziamento fine cantiere: quando è legittimo
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità di un licenziamento fine cantiere. Il caso riguardava un lavoratore edile licenziato dopo la conclusione dei lavori nel sito a cui era assegnato. La Corte ha stabilito che, se l'azienda dimostra l'impossibilità di ricollocare il dipendente in altre mansioni o cantieri al momento del recesso, il licenziamento è valido, anche se nuove opportunità lavorative si presentano mesi dopo.
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Licenziamento disciplinare: valgono gli atti penali?
Un dipendente di un'azienda sanitaria pubblica è stato licenziato per gravi condotte illecite, tra cui corruzione e truffa, emerse da un'indagine penale. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare, stabilendo che l'amministrazione può validamente utilizzare gli atti del procedimento penale per fondare la contestazione, in virtù del principio di autonomia tra il giudizio disciplinare e quello penale. Non è necessaria un'istruttoria autonoma da parte del datore di lavoro.
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Obbligo di repêchage: no a un nuovo contratto
La Corte di Cassazione ha stabilito l'illegittimità di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo. L'azienda, invece di adempiere all'obbligo di repêchage cercando una ricollocazione interna, aveva proposto al dipendente una nuova assunzione a termine con mansioni e retribuzione inferiori. Secondo la Corte, questa offerta non costituisce un valido tentativo di salvaguardare il posto di lavoro, ma ne conferma anzi la disponibilità, rendendo il recesso ingiustificato.
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Conversione contratto pubblica amministrazione: no
Una lavoratrice ha richiesto la conversione dei suoi contratti di collaborazione pluriennali con un ente pubblico in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, ribadendo il principio secondo cui la conversione contratto pubblica amministrazione è vietata. Anche in caso di abuso, il lavoratore non ottiene la stabilizzazione, ma ha diritto solo a tutele di tipo economico e contributivo per il lavoro effettivamente svolto.
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Licenziamento disciplinare: quando è illegittimo?
Un apprendista viene licenziato per scarso rendimento senza aver ricevuto una formale contestazione degli addebiti. Il Tribunale di Venezia ha dichiarato il licenziamento disciplinare illegittimo per violazione delle garanzie procedurali. Tuttavia, data la dimensione ridotta dell'azienda (meno di 15 dipendenti), ha condannato il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria di 12 mensilità, escludendo la reintegrazione nel posto di lavoro.
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Obbligo di repêchage: reintegra se violato
Una società di logistica licenzia una dirigente per riorganizzazione aziendale. Tuttavia, la Corte di Cassazione conferma l'illegittimità del licenziamento perché l'azienda non ha rispettato l'obbligo di repêchage, ovvero non ha offerto alla lavoratrice una posizione lavorativa inferiore resasi disponibile prima del recesso. Tale violazione, secondo la Corte, equivale all'insussistenza del fatto e comporta il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro.
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Somministrazione nulla: reintegro per licenziamento
Il Tribunale di Venezia ha dichiarato una somministrazione nulla in un caso in cui un lavoratore, formalmente assunto da un'azienda, operava di fatto alle dipendenze di un'altra. La sentenza ha stabilito che, nonostante la nullità, le retribuzioni già percepite dal datore formale estinguono il debito del datore effettivo. Tuttavia, il licenziamento orale comunicato da quest'ultimo è stato dichiarato nullo, con conseguente ordine di reintegrazione del lavoratore e condanna al risarcimento del danno.
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Decadenza contratti a termine: la Cassazione chiarisce
Una lavoratrice ha contestato la successione abusiva di contratti a termine con enti pubblici. La Corte di Cassazione ha chiarito che il termine di decadenza per proporre l'azione legale decorre dalla fine dell'ultimo contratto, non da ciascuno di essi. Nonostante questa precisazione, il ricorso della lavoratrice è stato respinto perché il termine era comunque scaduto. La sentenza rafforza il principio che la decadenza contratti a termine si applica anche in caso di superamento della durata massima complessiva del rapporto di lavoro.
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Reiterazione contratti a termine: la decadenza
Un lavoratore ha citato in giudizio un'amministrazione pubblica per l'abusiva reiterazione di contratti a termine per oltre vent'anni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo un principio fondamentale: in caso di reiterazione di contratti a termine, il termine di decadenza per l'impugnazione decorre dalla cessazione dell'ultimo contratto. Tuttavia, nel caso specifico, il lavoratore non aveva rispettato nemmeno questo termine, portando all'inammissibilità della sua domanda.
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Onere della prova raccomandata: a chi spetta?
Un lavoratore ha impugnato il licenziamento sostenendo che la raccomandata ricevuta non contenesse la lettera di recesso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando il principio secondo cui l'onere della prova raccomandata spetta al destinatario. Questi deve dimostrare che la busta era vuota o conteneva un documento differente. Essendo tardiva l'impugnazione stragiudiziale, il ricorso è stato respinto.
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Sospensione procedimento disciplinare: quando è lecita?
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della sospensione del procedimento disciplinare a carico di un'infermiera, in attesa della conclusione di un processo penale per gli stessi fatti. La sentenza chiarisce che, nonostante il principio di autonomia tra i due procedimenti, la Pubblica Amministrazione ha la facoltà discrezionale di sospendere l'azione disciplinare in casi di particolare complessità, senza che ciò violi le norme vigenti.
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Cessione ramo d’azienda: il diritto del lavoratore
La Corte di Cassazione conferma il diritto di alcuni lavoratori, inizialmente esclusi, a passare alle dipendenze della società acquirente in una cessione ramo d'azienda. La sentenza stabilisce che il criterio decisivo è il nesso funzionale e inscindibile tra le mansioni svolte dal lavoratore e il ramo ceduto, a prescindere dalla loro inclusione formale nell'accordo di cessione. Viene respinto il ricorso dell'azienda, che non è riuscita a provare l'estraneità dei lavoratori al ramo trasferito.
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Somministrazione abusiva: no decadenza per frode
Un lavoratore impiegato per 7 anni con oltre 300 contratti di somministrazione ha chiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. I giudici di merito avevano respinto la domanda per la scadenza dei termini di impugnazione (decadenza). La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la decadenza sui singoli contratti non impedisce di valutare l'intera sequenza per accertare una possibile somministrazione abusiva e una frode alla legge, in conformità con la normativa europea.
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Licenziamento ritorsivo: quando la prova non basta
Una lavoratrice, licenziata per presunta divulgazione di dati aziendali, ricorre in Cassazione per far riconoscere la natura ritorsiva del recesso. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, confermando le decisioni dei giudici di merito che, pur riconoscendo l'illegittimità del licenziamento per mancanza di prova del fatto contestato, avevano escluso la sussistenza di un intento punitivo unico e determinante da parte del datore di lavoro, elemento necessario per qualificare il licenziamento ritorsivo.
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Decadenza contratti a termine: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 19256/2025, ha rigettato il ricorso di una lavoratrice che contestava l'abusiva reiterazione di contratti a termine con la Pubblica Amministrazione per oltre vent'anni. La Corte ha stabilito che la decadenza contratti a termine, prevista dall'art. 32 della L. 183/2010, si applica anche alle azioni volte a far valere il superamento del limite massimo di 36 mesi. Per interrompere la decadenza, è sufficiente impugnare tempestivamente l'ultimo contratto della serie, poiché tale atto permette di considerare l'intera sequenza contrattuale come prova dell'abuso. Nel caso specifico, non essendo stato impugnato nemmeno l'ultimo contratto nei termini di legge, la domanda è stata dichiarata inammissibile.
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Rifiuto proroga missione: no al licenziamento
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento di un lavoratore in somministrazione che aveva rifiutato la proroga della sua missione. La decisione si basa sull'interpretazione del CCNL di settore, che non prevede sanzioni disciplinari per un singolo rifiuto, ma solo per la "reiterazione del rifiuto non giustificato". Il rifiuto della proroga missione, pertanto, non costituisce una giusta causa di licenziamento.
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