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D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115

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Critica politica e diffamazione: i limiti del diritto
Un politico ha citato in giudizio un avversario per diffamazione a seguito di dichiarazioni rese in TV e durante un comizio. La Corte di Cassazione, nel dichiarare inammissibili i ricorsi di entrambe le parti, ha tracciato una linea netta tra la critica politica, anche aspra, e la diffamazione. La Corte ha stabilito che definire un avversario un 'fallito' rientra nella critica politica se basata su fatti noti, mentre attribuirgli falsamente un accordo corruttivo costituisce diffamazione perché altera la verità dei fatti.
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Opera d’arte non autentica: il risarcimento del danno
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di una vendita di un'opera d'arte non autentica. La sentenza conferma che l'acquirente ha diritto non solo alla restituzione del prezzo, ma anche al risarcimento del danno per il mancato apprezzamento di valore dell'opera (lucro cessante). Tale danno è stato ritenuto prevedibile per un venditore professionista del settore, che ha l'onere di garantire l'autenticità promessa.
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Responsabilità precontrattuale: quando è risarcibile?
Una società immobiliare ha citato in giudizio un istituto di credito per risarcimento danni, a seguito del rigetto di una richiesta di mutuo dopo due anni di trattative. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, affermando che la responsabilità precontrattuale sorge solo quando le trattative sono giunte a uno stadio tale da creare un ragionevole affidamento sulla conclusione del contratto. Nel caso di specie, mancava un accordo sulle linee fondamentali, pertanto l'interruzione, seppur dopo un lungo periodo, non è stata considerata illecita.
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Clausola risolutiva espressa: quando è grave inadempimento
Una società fornitrice di caffè ha ottenuto la risoluzione di un contratto a causa del mancato acquisto della quantità minima pattuita da parte di un cliente. La Corte d'Appello ha confermato la decisione di primo grado, stabilendo che l'inadempimento era già conclamato prima dell'emergenza Covid-19. La presenza di una clausola risolutiva espressa nel contratto, che qualificava specificamente tale mancanza come 'grave inadempimento', ha reso irrilevante ogni successiva valutazione sulla sua importanza, legittimando il recesso del fornitore.
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Omessa collaborazione: quando il cliente deve pagare
Una società committente si opponeva al pagamento del saldo di un contratto di consulenza, lamentando l'inadempimento della società fornitrice. La Corte d'Appello ha confermato la decisione di primo grado, stabilendo che la mancata esecuzione dell'ultima fase del progetto era imputabile all'omessa collaborazione della stessa committente, che aveva interrotto le comunicazioni. Di conseguenza, pur risolvendo il contratto per la parte non eseguita, ha condannato la cliente al pagamento delle fasi di lavoro già completate.
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Sovracanone idroelettrico: quando è dovuto?
Con la sentenza n. 34475 del 27/12/2019, le Sezioni Unite della Cassazione hanno stabilito che il sovracanone idroelettrico è dovuto dalle società concessionarie per il solo fatto che le opere di presa ricadano nel territorio di un comune, anche solo parzialmente incluso in un bacino imbrifero montano, a prescindere dall'altitudine. La Corte ha rigettato il ricorso di una società energetica, affermando che la finalità di finanziare opere infrastrutturali è programmatica e non un presupposto per il pagamento, confermando la natura solidaristica e non corrispettiva del tributo.
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Cessazione materia del contendere e definizione agevolata
La Cass. Civ., Sez. V, n. 34588 del 30/12/2019, chiarisce che l'adesione a una definizione agevolata da parte del contribuente, con relativo pagamento, determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio pendente. Nel caso di specie, una società importatrice aveva impugnato un avviso di sanzione dell'Agenzia delle Dogane. Durante il giudizio di Cassazione, avendo aderito alla 'rottamazione', la Corte ha dichiarato estinto il processo, compensando le spese.
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Nullità mutuo: l’analisi della Corte d’Appello
La Corte d'Appello di Firenze ha respinto l'appello di alcuni debitori che chiedevano la nullità mutuo per vari motivi, tra cui usura, anatocismo, manipolazione dell'Euribor e vizi formali come la mancata indicazione dell'ISC. La Corte ha stabilito che la mancata indicazione dell'ISC è una violazione informativa ma non causa di nullità, che il piano alla francese non è anatocistico e che il calcolo dell'usura era corretto, confermando la validità dei contratti e dell'azione esecutiva.
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Liquidazione spese legali: quando si esclude la fase?
Un lavoratore si è visto riconoscere un assegno di invalidità. Il tribunale ha condannato l'ente previdenziale a pagare le spese legali, escludendo però il compenso per la fase istruttoria. Il lavoratore ha proposto appello, ma la Corte d'Appello ha confermato la decisione. La sentenza chiarisce che per la liquidazione spese legali della fase istruttoria è necessario lo svolgimento di attività di raccolta prove effettive, non essendo sufficiente il mero scambio di note scritte o la produzione di documenti in altre fasi.
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Comodato familiare: può essere revocato da un genitore?
Un padre agisce in giudizio per ottenere il rilascio di un immobile occupato dal figlio senza un titolo valido. Durante la causa, la madre, comproprietaria del bene, stipula un contratto di comodato familiare a favore del figlio per regolarizzarne la posizione. La Corte di Appello di Firenze conferma la decisione di primo grado, stabilendo che il contratto di comodato, stipulato da un solo coniuge dopo l'inizio dell'azione legale e contro la volontà dell'altro, non è opponibile a quest'ultimo. L'occupazione del figlio rimane quindi priva di titolo, legittimando l'ordine di rilascio.
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Animus spoliandi: quando manca l’intenzione di spoglio
Una proprietaria ha citato in giudizio l'ex moglie del figlio per aver occupato un suo appartamento. La Corte d'Appello ha confermato la decisione di primo grado, rigettando la domanda di reintegrazione nel possesso per mancanza di 'animus spoliandi'. È stato ritenuto che l'occupante fosse in buona fede, indotta a credere dal suo ex marito di avere il permesso della proprietaria. Di conseguenza, mancava l'elemento psicologico necessario per configurare lo spoglio.
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Scioglimento contratto preliminare fallimento: guida
La sentenza analizza il caso dello scioglimento di un contratto preliminare di compravendita immobiliare a seguito del fallimento del promissario acquirente. Il Tribunale ha confermato il diritto del curatore fallimentare, ai sensi dell'art. 72 della Legge Fallimentare, di recedere dal contratto. Di conseguenza, ha ordinato alla società promittente venditrice, rimasta contumace, la restituzione integrale della caparra confirmatoria di 160.000 euro, in quanto il recesso del curatore fa venir meno la causa del contratto e, quindi, il diritto a trattenere la somma.
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