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Art. 7 d.l. n. 152 del 1991

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Agevolazione mafiosa: la consapevolezza è sufficiente
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di stupefacenti aggravato da agevolazione mafiosa nei confronti di una donna che collaborava con il compagno, affiliato a un clan. La Corte ha stabilito che per l'applicazione dell'aggravante è sufficiente la consapevolezza che l'attività illecita vada a beneficio del clan, anche se il concorrente agisce per un profitto personale. È stata inoltre esclusa la possibilità di qualificare il reato come di lieve entità, data la sistematicità e il contesto criminale dell'attività.
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Partecipazione associazione mafiosa: il ruolo del coniuge
Una donna, coniuge di un capo clan, era stata condannata per partecipazione ad associazione mafiosa sulla base di intercettazioni. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna con rinvio. Pur validando la retroattività di una nuova norma sulle intercettazioni, la Corte ha ritenuto le prove insufficienti a dimostrare una reale partecipazione all'associazione mafiosa. La sentenza distingue nettamente tra la lealtà familiare e un contributo attivo e consapevole alla vita del clan, fissando un principio cruciale sulla valutazione della prova in contesti di criminalità organizzata.
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Pericolosità sociale: quando la Cassazione conferma
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un detenuto contro la proroga della misura di sicurezza. La valutazione della pericolosità sociale, basata su un passato criminale grave e legami attuali con l'ambiente mafioso, è stata ritenuta logica e ben motivata, superando le dichiarazioni di dissociazione dell'interessato.
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Concorso in estorsione: il ruolo del palo è reato
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso di un imputato condannato per concorso in tentata estorsione. La Suprema Corte ha stabilito che anche una presenza silente, con il ruolo di 'palo' o sorvegliante, costituisce un contributo materiale e morale al reato, rafforzando l'effetto intimidatorio della pretesa estorsiva. L'analisi del caso conferma che per il concorso in estorsione è sufficiente partecipare all'azione criminale, anche senza pronunciare parole, confermando l'aggravante delle più persone riunite.
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Reato continuato e mafia: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un condannato che chiedeva il riconoscimento del reato continuato tra una condanna per omicidi e una per associazione di tipo mafioso. La Corte ha stabilito che non può esserci continuazione se i delitti-scopo (omicidi) sono stati commessi prima dell'adesione formale al sodalizio criminale. Inoltre, anche in caso di affiliazione antecedente, la natura estemporanea e occasionale degli omicidi, sorti da circostanze contingenti, esclude l'esistenza di un medesimo disegno criminoso pianificato sin dall'inizio.
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Metodo mafioso: minacce aggravate anche senza associazione
La Corte di Cassazione conferma la condanna per minacce aggravate, chiarendo che l'aggravante del metodo mafioso non richiede che l'associazione criminale di riferimento sia ancora operativa. È sufficiente che la condotta minatoria sfrutti la fama criminale degli autori per intimidire la vittima, generando uno stato di assoggettamento e omertà, configurando così il reato. La Corte ha inoltre precisato che, in presenza di specifiche aggravanti, il reato è procedibile d'ufficio e non soggetto ai normali termini di prescrizione.
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Concorso in estorsione: la presenza silenziosa basta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione aggravata di un uomo che aveva assistito in silenzio alla richiesta di denaro fatta da un complice a un imprenditore. Secondo la Corte, la semplice presenza sul luogo del reato può integrare il concorso in estorsione quando, palesando adesione alla condotta, serve a rafforzare l'intimidazione sulla vittima e a dare sicurezza all'autore materiale. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la partecipazione morale, anche silente, è sufficiente a configurare la complicità.
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Attendibilità collaboratori giustizia: la Cassazione
La Corte di Cassazione conferma la condanna all'ergastolo per un imputato, ritenuto mandante di un omicidio di stampo mafioso avvenuto nel 2001. La decisione si fonda sull'analisi dell'attendibilità dei collaboratori di giustizia, le cui dichiarazioni, seppur con alcune discrasie, sono state ritenute reciprocamente corroboranti e sufficienti a provare la colpevolezza. La Corte ha rigettato i motivi di ricorso della difesa, che contestavano la credibilità dei dichiaranti e la valutazione delle prove, ribadendo i principi sulla chiamata in correità e l'attendibilità frazionata.
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Pene accessorie bancarotta: la discrezionalità del Giudice
La Corte di Cassazione a Sezioni Unite interviene su un caso di bancarotta fraudolenta per risolvere un contrasto giurisprudenziale sulla durata delle pene accessorie. A seguito di una pronuncia della Corte Costituzionale, che ha dichiarato illegittima la durata fissa di 10 anni, le Sezioni Unite stabiliscono che la durata di tali pene non deve essere automaticamente legata a quella della pena principale. Spetta invece al giudice di merito determinarla in concreto, con un potere discrezionale basato sui criteri dell'art. 133 c.p., entro il limite massimo previsto dalla legge. Di conseguenza, la sentenza viene annullata con rinvio limitatamente alla determinazione delle pene accessorie bancarotta.
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