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Art. 671 Codice di Procedura Penale — Sezione Prima Penale

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Altri anni per Art. 671 Codice di Procedura Penale

Reato continuato in sede esecutiva: la Cassazione riapre il caso
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato in sede esecutiva per diverse condanne definitive per ricettazione, truffa e associazione a delinquere. Il Tribunale di Napoli, come giudice dell'esecuzione, ha respinto la richiesta sostenendo che mancasse la prova di un precedente riconoscimento della continuazione tra alcuni reati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, rilevando che l'ordinanza che provava il precedente riconoscimento era presente negli atti. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice dell'esecuzione non può ignorare le valutazioni precedenti sulla continuazione per reati commessi nello stesso arco temporale. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione e ha rinviato il caso al Tribunale di Napoli per un nuovo esame.
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Reato continuato: tra vendetta occasionale e piano di clan
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per un omicidio e un tentato omicidio commessi a breve distanza nel 2007. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, ritenendo i due episodi autonomi e privi di un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, evidenziando che il giudice non ha analizzato adeguatamente le prove fornite dalla difesa. Tali prove dimostravano che entrambi i fatti di sangue rientravano in una precisa strategia di scontro tra clan rivali pianificata a fine 2006. La Suprema Corte ha quindi annullato l'ordinanza con rinvio per un nuovo esame.
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Continuazione nel reato: la Cassazione boccia i rigetti generici
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina della continuazione nel reato in sede esecutiva per diversi furti aggravati commessi a breve distanza di tempo nel luglio 2012. Il Tribunale di Velletri, in qualita di Giudice dell'esecuzione, ha respinto la richiesta con una motivazione generica, escludendo l'esistenza di un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, evidenziando che il giudice di merito ha omesso di valutare la forte contiguità temporale e tipologica dei reati. La Suprema Corte ha definito la motivazione del rigetto come apparente e ha annullato l'ordinanza, rinviando gli atti al Tribunale per una nuova e piu approfondita valutazione della continuazione nel reato.
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Continuazione dei reati: scelta di vita o disegno unico?
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di una donna condannata per vari reati, tra cui associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, che chiedeva il riconoscimento della continuazione dei reati in sede esecutiva. La ricorrente sosteneva che le condotte illecite, commesse tra il 2014 e il 2017, fossero collegate da un unico disegno criminoso legato al mercato della droga. I giudici hanno invece confermato la decisione del Tribunale di Catania, stabilendo che la reiterazione dei reati non derivava da una pianificazione unitaria iniziale, ma da una scelta di vita improntata al crimine per trarne sostentamento. Di conseguenza, la Cassazione ha escluso l'applicazione del trattamento sanzionatorio di favore previsto per la continuazione dei reati, condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Competenza del giudice dell’esecuzione: scontro tra GIP e Appello
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione tra più reati nella fase di esecuzione della pena. Il Giudice per le indagini preliminari ha accolto la richiesta, ma il Pubblico Ministero ha impugnato la decisione contestando la competenza del giudice dell'esecuzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che la competenza spetta alla Corte di Appello, in quanto autorità che ha emesso l'ultimo provvedimento diventato irrevocabile prima della presentazione della domanda. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza del primo giudice e ha ordinato la trasmissione degli atti alla Corte di Appello competente.
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Riconoscimento della continuazione: abitudine contro disegno unico
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione per reati di droga commessi tra ottobre e novembre 2020. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto l'istanza ritenendo i fatti una mera scelta di vita criminale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, annullando la decisione. I giudici di legittimità hanno stabilito che il giudice dell'esecuzione non può ignorare una precedente valutazione che aveva già riconosciuto il vincolo della continuazione per alcuni di quei reati. La Cassazione ha quindi rinviato il caso al Tribunale di Torino per un nuovo esame, riaffermando che il mancato riconoscimento della continuazione richiede una motivazione rigorosa se contrasta con precedenti decisioni sullo stesso disegno criminoso.
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Reato continuato: la Cassazione corregge il rigetto del giudice
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per quattro condanne definitive per spaccio di stupefacenti commesse tra il 2013 e il 2019. Il Tribunale di Bologna ha respinto l'istanza evidenziando la notevole distanza temporale tra i fatti. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la decisione con rinvio. I giudici di legittimità hanno stabilito che, sebbene il lungo tempo trascorso escluda l'unificazione per i fatti del 2013, il giudice dell'esecuzione non può ignorare le precedenti valutazioni dei giudici di merito che avevano già riconosciuto la continuazione per i reati commessi tra il 2014 e il 2015. Il Tribunale dovrà ora rivalutare l'unificazione delle pene per questi ultimi episodi.
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Reato continuato: lo sconto di pena va applicato solo alla fine
Il Condannato ha proposto ricorso contro l'ordinanza del Tribunale di Bologna che, agendo come giudice dell'esecuzione, aveva unificato diverse condanne applicando la disciplina del reato continuato. Il ricorrente lamentava un calcolo errato della pena complessiva, in quanto il giudice non aveva applicato correttamente lo sconto di un terzo previsto per il rito abbreviato e aveva aumentato in modo ingiustificato le sanzioni per i reati minori. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che, in caso di continuazione tra condanne da giudizio abbreviato, il giudice deve determinare la pena base e gli aumenti al lordo e solo alla fine applicare la riduzione di un terzo sul totale complessivo. L'ordinanza e stata annullata con rinvio.
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Reato continuato: quando accumulare furti non dà lo sconto
Il Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento del reato continuato per quattro diverse condanne per furto, commesse tra il 2010 e il 2017. Il Tribunale ha rigettato la richiesta ritenendo l'istanza troppo generica e le condotte frutto di una semplice inclinazione a delinquere, piuttosto che di un unico piano iniziale. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la vicinanza temporale e la stessa tipologia di reati non bastano a dimostrare un disegno criminoso unitario programmato fin dall'inizio. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Reato continuato: la Cassazione smentisce il giudice sul clan
Il Condannato ha chiesto il riconoscimento del reato continuato tra due condanne definitive: una per associazione mafiosa e tentato omicidio, e l'altra per un omicidio commesso pochi giorni dopo. Il giudice dell'esecuzione aveva respinto la richiesta, ritenendo l'omicidio un evento occasionale non programmato al momento dell'affiliazione al clan. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Condannato. I giudici di legittimità hanno rilevato che il giudice di merito ha ignorato un dato fondamentale: un altro grave reato, commesso a ridosso dell'omicidio, era già stato considerato parte dello stesso disegno criminoso. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione precedente, ordinando un nuovo esame del caso.
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Competenza del giudice dell’esecuzione: scontro tra uffici
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale contro l'ordinanza della Corte d'Appello che aveva rideterminato la pena per un condannato, applicando la continuazione tra più sentenze. La Suprema Corte ha stabilito che la competenza del giudice dell'esecuzione ha carattere assoluto e inderogabile. Nel caso di specie, poiché la Corte d'Appello si era limitata a confermare la decisione di primo grado senza effettuare una rielaborazione sostanziale della pena, la competenza spettava al Tribunale di primo grado e non alla Corte d'Appello. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio l'ordinanza impugnata, ordinando la trasmissione degli atti al Tribunale competente.
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Reato continuato e mafia: no allo sconto di pena automatico
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento del reato continuato tra una condanna per omicidio e rapina e una successiva condanna per associazione mafiosa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione del Giudice dell'esecuzione. La Suprema Corte ha chiarito che, per applicare l'istituto del reato continuato tra il reato associativo e i singoli reati di scopo, non basta la generica adesione al programma del clan. È invece necessaria la prova che i singoli delitti fossero stati programmati, almeno nelle linee essenziali, nel momento esatto in cui il soggetto ha deciso di entrare a far parte dell'associazione criminale. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Legittimo impedimento del difensore: la PEC errata costa cara
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il rifiuto di applicare la continuazione tra diverse condanne per spaccio e rapina. Il difensore lamentava la violazione del diritto di difesa poiché il giudice aveva respinto la richiesta di rinvio per legittimo impedimento del difensore, causato da positività al Covid-19 ed inviata tramite PEC. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la PEC era stata inviata a un indirizzo errato, non incluso tra quelli ufficiali del Ministero della Giustizia, rendendo il deposito non valido. Inoltre, la richiesta di continuazione è stata ritenuta inammissibile poiché il ricorrente non ha dimostrato l'esistenza di un unico disegno criminoso né ha documentato lo stato di tossicodipendenza. Il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Reato continuato: no allo sconto di pena per chi sceglie di delinquere
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato per unire tre diverse condanne definitive: una per evasione del 2015, una per spaccio di stupefacenti del 2018 e una per tentata estorsione e lesioni personali del 2018. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la decisione del Giudice dell'esecuzione. I giudici hanno chiarito che non vi è prova di un medesimo disegno criminoso originario. L'evasione è avvenuta tre anni prima degli altri fatti, mentre l'estorsione è scaturita da un evento imprevisto, ovvero il mancato pagamento di un debito di droga a terzi, e non da una pianificazione preventiva. La scelta di delinquere del soggetto è stata quindi considerata un generico stile di vita e non un reato continuato.
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Reato continuato: no allo sconto tra spaccio e usura
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della disciplina del reato continuato tra due condanne definitive: la prima per spaccio di stupefacenti commesso nel 2018, la seconda per usura commessa tra il 2018 e il 2020. La difesa sosteneva che i proventi dello spaccio fossero destinati a finanziare l'attività usuraria, configurando un unico progetto originario. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice propensione a delinquere per profitto o il reimpiego di denaro illecito non bastano a dimostrare un medesimo disegno criminoso. La distanza temporale tra le condotte e il coinvolgimento di complici diversi escludono una pianificazione unitaria originaria. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Rideterminazione della pena: sconti negati e condanna più dura
Il Condannato, accumulando diverse condanne definitive per rapine aggravate e porto d'armi, ha richiesto l'unificazione delle pene sotto il vincolo del reato continuato. La Corte d'Appello ha rideterminato la sanzione complessiva a oltre ventidue anni di reclusione. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando un aumento di pena illegittimo e la violazione del divieto di peggioramento della condanna. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la rideterminazione della pena in senso più sfavorevole è pienamente legittima se l'annullamento precedente era derivato da un ricorso del Pubblico Ministero. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Reato continuato: no allo sconto di pena per l’estorsione casuale
Il Condannato, sanzionato per associazione mafiosa e per una successiva estorsione, ha richiesto l'applicazione del reato continuato per unificare le pene. La Corte d'Appello ha rigettato la richiesta, ritenendo che l'estorsione fosse legata a un evento occasionale e non pianificata fin dall'inizio. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la vicinanza temporale tra l'adesione al clan e il reato dimostrasse l'esistenza di un unico disegno criminoso. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il reato continuato richiede una programmazione iniziale specifica dei singoli reati e non un generico programma delinquenziale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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No al medesimo disegno criminoso per reati distanti nel tempo
Il Condannato ha richiesto al giudice dell'esecuzione l'applicazione della continuazione per diverse condanne irrevocabili legate allo spaccio di stupefacenti e al favoreggiamento, commessi tra il 2004 e il 2011. Il Tribunale ha rigettato l'istanza, escludendo il medesimo disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la continuazione richiede una pianificazione preventiva e unitaria dei singoli reati, e non può confondersi con una generica scelta di vita delinquenziale. Di conseguenza, la distanza temporale e la diversa natura dei reati escludono l'applicazione del trattamento di favore. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sconto di pena per rito abbreviato: la Cassazione taglia gli anni
Il Condannato ha chiesto al giudice dell'esecuzione l'applicazione della disciplina del reato continuato per diverse condanne irrevocabili. Il Tribunale ha accolto parzialmente la richiesta, unendo solo due condanne ma omettendo di applicare lo sconto di pena per rito abbreviato (pari a un terzo) sull'aumento di pena stabilito per il reato satellite giudicato con rito speciale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, stabilendo che lo sconto di pena per rito abbreviato deve essere sempre applicato anche in sede esecutiva quando si calcola l'aumento per la continuazione con reati giudicati con rito abbreviato. L'ordinanza è stata annullata con rinvio per un nuovo calcolo della pena.
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Udienza telematica negata: la Cassazione annulla la decisione
Il Condannato ha richiesto l'applicazione della continuazione per alcuni reati. Il Presidente della Corte d'Appello ha autorizzato il difensore di fiducia a partecipare tramite udienza telematica sulla piattaforma Teams. Nonostante l'invio dei dati di contatto, la cancelleria non ha attivato il collegamento e l'udienza si è svolta in assenza del difensore, sostituito da un difensore d'ufficio. La Corte di Cassazione ha stabilito che la mancata attivazione del collegamento telematico equivale a un'omessa citazione, determinando la nullità assoluta dell'udienza per violazione del diritto di difesa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata e ha disposto la trasmissione degli atti alla Corte d'Appello affinché decida in diversa composizione.
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