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Art. 46 Convenzione EDU

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Rito abbreviato e ergastolo: no alla riduzione pena
Un condannato all'ergastolo ha richiesto la commutazione della pena in 30 anni di reclusione, basandosi sul diritto al rito abbreviato negatogli in primo grado. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che il beneficio della riduzione di pena in fase esecutiva spetta solo a chi è stato effettivamente ammesso al rito abbreviato durante il processo. Poiché la richiesta iniziale fu dichiarata inammissibile e non riproposta in appello, il condannato non ha mai acquisito il diritto al trattamento più favorevole.
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Ergastolo: è possibile la conversione in pena a 30 anni?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che chiedeva la conversione della pena dell'ergastolo in una reclusione di trent'anni. La Suprema Corte ha ribadito che non esiste alcuna norma di legge che consenta tale commutazione, sottolineando come i precedenti della Corte Europea, come il caso Scoppola, si applichino solo a specifiche situazioni processuali (rito abbreviato) non riscontrate nel caso di specie. La pronuncia conferma che l'ergastolo, grazie a istituti come la liberazione condizionale, non è una pena inumana o senza prospettiva di reinserimento.
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Responsabilità Stato: mancata esecuzione del giudicato
La Corte di Cassazione dichiara estinto un giudizio relativo alla responsabilità Stato per la mancata esecuzione di una sentenza di condanna al pagamento di indennità di esproprio. Il caso nasceva da un'espropriazione degli anni '70, seguita da una condanna del 2001 contro un consorzio poi divenuto insolvente. La Corte d'Appello aveva condannato lo Stato a risarcire il danno per violazione della CEDU. Prima della decisione della Cassazione, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha rinunciato al ricorso, portando all'estinzione del processo.
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Revisione europea: no senza sentenza CEDU
Un uomo condannato in assenza ha richiesto la revisione europea della sua sentenza, lamentando la violazione del diritto a un equo processo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, specificando che il rimedio previsto dall'art. 628-bis c.p.p. presuppone inderogabilmente una precedente sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) favorevole al ricorrente. Il rimedio non è estensibile ai cosiddetti 'fratelli minori', ovvero soggetti in situazioni analoghe ma privi di una pronuncia diretta della Corte EDU.
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Equa soddisfazione CEDU: preclude ulteriori risarcimenti?
La Corte di Cassazione ha stabilito che la liquidazione dell'equa soddisfazione da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) ha un effetto preclusivo (giudicato) su una successiva domanda di risarcimento proposta dinanzi al giudice nazionale per i medesimi danni. Nel caso di specie, una società immobiliare, dopo aver ottenuto una condanna dello Stato italiano e un indennizzo dalla CEDU per l'illegittima confisca di un complesso edilizio, ha agito in sede civile contro le amministrazioni pubbliche per ottenere un ulteriore risarcimento. La Cassazione ha accolto il ricorso delle amministrazioni, affermando che la Corte EDU aveva già esaminato, accolto o rigettato, tutte le voci di danno, impedendo così una nuova valutazione da parte del giudice italiano.
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