Una professionista ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo aver trascorso 62 giorni agli arresti domiciliari per accuse di truffa e associazione a delinquere, dalle quali è stata poi assolta. La Corte d'Appello ha respinto l'istanza evidenziando come la donna avesse promosso farmaci inefficaci con promesse miracolistiche, agendo con colpa grave e inducendo in errore i magistrati. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, precisando che il giudice della riparazione gode di autonomia valutativa. Anche se il fatto non costituisce reato, la condotta ambigua e imprudente dell'indagato può precludere l'indennizzo se ha creato una falsa apparenza di colpevolezza. La decisione ribadisce che la riparazione per ingiusta detenzione non è un automatismo derivante dall'assoluzione, ma richiede l'assenza di comportamenti gravemente colposi da parte del richiedente.
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