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Art. 368 Codice Penale — Sezione Settima Penale

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Altri anni per Art. 368 Codice Penale

Calunnia: Ricorso Inammissibile, Condanna Confermato per il Lavoratore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Lavoratore condannato per il reato di Calunnia. Il Lavoratore aveva impugnato la sentenza di appello, contestando la ricostruzione dei fatti relativi a operazioni di polizia (perquisizione auto, test alcolimetrico, perquisizione domiciliare) e la mancata riapertura dell'istruttoria. La Suprema Corte ha ritenuto che i motivi del ricorso fossero mere doglianze di fatto, non consentite in sede di legittimità, e che la motivazione della Corte d'Appello fosse logica e completa. Di conseguenza, il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di calunnia: finta denuncia e condanna in Cassazione
L'Imputato è stato condannato nei gradi di merito per il reato di calunnia dopo aver presentato una querela nella quale ribaltava la verità dei fatti, accusando ingiustamente due persone con il dichiarato intento di rovinarne una. Le deposizioni delle vittime e di una testimone oculare hanno dimostrato la falsità delle accuse. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione per ottenere una diversa valutazione delle prove e una ricostruzione dei fatti a sé favorevole. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando che il giudice di legittimità non può rivedere i fatti già accertati in modo logico nei precedenti gradi. Di conseguenza, L'Imputato deve pagare le spese del processo e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato di calunnia: la Cassazione rigetta il ricorso dell’imputato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino avverso la sentenza di appello che lo aveva condannato per il reato di calunnia. I giudici della Suprema Corte hanno chiarito che nel giudizio di legittimità non è consentita una nuova valutazione delle prove raccolte nei gradi precedenti. Inoltre, la doglianza riguardante la sospensione condizionale della pena è stata considerata inammissibile poiché non era stata formulata preventivamente nei motivi di appello. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento della somma di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Tentata estorsione: condanna definitiva e ricorso rigettato
L'Imputato è stato condannato per i reati di calunnia e tentata estorsione. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto in esercizio arbitrario delle proprie ragioni e sostenendo l'intervenuta prescrizione per la calunnia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il giudizio di legittimità non permette di riesaminare il merito delle prove o la loro persuasività. Inoltre la prescrizione del reato non si è verificata a causa della sospensione prevista dalla legge durante i termini di deposito della sentenza. L'Imputato perde il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato di calunnia: prescrizione penale ma risarcimento confermato
La Corte d'Appello ha dichiarato estinto per prescrizione il reato di calunnia contestato a due imputati, confermando tuttavia le statuizioni civili per il risarcimento dei danni a favore della persona offesa. I due imputati hanno proposto ricorso per cassazione contestando la sussistenza della responsabilità penale, il dolo, l'assenza della scriminante dell'esercizio di un diritto e la condanna al risarcimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi perché riproduttivi di motivi già respinti nei precedenti gradi e privi di confronto critico con la sentenza impugnata. Di conseguenza, resta ferma la responsabilità civile per i danni derivanti dalla calunnia, con condanna dei ricorrenti alle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: respinto il ricorso contro la condanna
L'Imputato ha ricevuto una condanna nei primi due gradi di giudizio per il reato di calunnia, punito dall'articolo 368 del codice penale. L'uomo ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, contestando la sussistenza della responsabilità penale, la qualificazione dei fatti e la valutazione delle prove effettuata dalla Corte di Appello. I giudici di legittimità hanno dichiarato l'impugnazione integralmente inammissibile. Il ricorso presentava motivi generici e si limitava a riproporre le stesse argomentazioni già respinte nel merito, cercando un'indebita rivalutazione dei fatti. Con questa decisione, la condanna per il reato di calunnia è divenuta definitiva. La Corte ha inoltre condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Delitto di calunnia: la falsa estorsione all’asta costa la condanna
Due imputati hanno accusato falsamente ignoti acquirenti di estorsione dopo aver perso beni all'asta giudiziaria. La falsa denuncia mirava a bloccare il trasferimento dell'immobile staggito e ottenere indennizzi statali per le vittime di estorsione. I giudici di merito hanno condannato entrambi per il delitto di calunnia, rilevando l'assoluta consapevolezza dell'innocenza dei soggetti denunciati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando in via definitiva la condanna penale e disponendo il pagamento delle spese processuali insieme a una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
L'Imputato, condannato in primo grado per il reato di calunnia, ha proposto appello. Il giudice di secondo grado ha dichiarato l'atto inammissibile. L'Imputato ha quindi presentato ricorso alla Corte di Cassazione, contestando la decisione precedente. I giudici supremi hanno confermato la piena inammissibilità del ricorso per cassazione. Le censure sollevate erano del tutto generiche, slegate dalle argomentazioni della sentenza e prive di una critica mirata. L'atto di impugnazione deve sempre confrontarsi punto per punto con la motivazione del giudice precedente. Chi si limita a riproporre formule astratte perde il diritto al giudizio di legittimità. La Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: ricorso generico respinto e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di calunnia. L'uomo contestava la presenza dell'elemento psicologico e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi proposti risultavano del tutto generici e privi di una specifica critica verso la decisione d'appello, limitandosi a riproporre censure già esaminate e respinte. La Suprema Corte ha confermato la condanna, disponendo anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: la falsa denuncia online costa la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per il reato di calunnia, commesso mediante l'inoltro di false informazioni nell'ambito della trasmissione telematica della dichiarazione dei redditi. La condotta era strettamente finalizzata a compiere una truffa ai danni di un ente pubblico, con l'obiettivo di conseguire un profitto indebito a discapito della collettività. I giudici hanno giudicato inammissibile il ricorso della difesa, la quale contestava l'esistenza dell'elemento soggettivo del reato e lamentava il mancato accoglimento della richiesta di nuova istruttoria. La Suprema Corte ha inoltre negato l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, evidenziando il grave disvalore economico e sociale della condotta. Il ricorrente deve pagare le spese legali e versare una somma alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: la denuncia falsa condanna chi accusa
Due cittadini hanno presentato ripetute denunce e querele pretestuose contro un magistrato dell'esecuzione civile, accusandolo ingiustamente di minacce e abuso d'ufficio. I giudici di merito hanno accertato la falsità consapevole delle accuse e hanno condannato entrambi gli imputati per il reato di calunnia. I due condannati hanno proposto ricorso per cassazione contestando la ricostruzione probatoria, invocando la prescrizione e sostenendo l'irrilevanza penale dell'abuso d'ufficio. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili le impugnazioni perché fondate su censure generiche e su richieste di rivalutazione del fatto non consentite. I giudici hanno ribadito che la successiva modifica della norma sull'abuso d'ufficio non cancella la responsabilità penale per le false accuse già formulate, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Falsa denuncia di smarrimento assegno: scatta la calunnia
Un soggetto ha presentato ricorso in Cassazione contestando la condanna per calunnia inflitta nei gradi precedenti. La vicenda trae origine dalla falsa denuncia di smarrimento assegno presentata dal ricorrente dopo aver ceduto il titolo a terzi. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo manifestamente infondato e inammissibile. I giudici hanno chiarito che denunciare falsamente lo smarrimento di un titolo bancario espone colui che lo pone all'incasso al concreto rischio di un'indagine penale per il reato di ricettazione, delitto procedibile d'ufficio. Il ricorrente ha subito la condanna definitiva al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Falsa denuncia di smarrimento assegno: confermata la condanna
Un acquirente consegna un titolo di pagamento al venditore per concludere un acquisto. Subito dopo, l'acquirente presenta una falsa denuncia di smarrimento assegno alle autorità, bloccando l'incasso della somma concordata. Il venditore denuncia l'accaduto e il giudice di merito condanna l'autore per calunnia, ordinando il risarcimento del danno per l'intero valore del titolo. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando sia la responsabilità penale per calunnia sia l'obbligo risarcitorio verso la vittima.
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Reato di ricettazione e calunnia: condanna definitiva
L'Imputato ha proposto ricorso contro la condanna per calunnia e reato di ricettazione. Nel primo motivo, la difesa ha contestato la prova della colpevolezza e la mancata spiegazione sulla provenienza lecita dei beni. Nel secondo motivo, ha negato la calunnia sostenendo l'assenza di una formale identificazione della persona accusata. Infine, ha lamentato il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice di legittimità non può rivalutare le prove già esaminate nei gradi precedenti. La mancata giustificazione sul possesso dei beni dimostra la consapevolezza dell'origine illecita. Per la calunnia bastano dati precisi e univoci per riconoscere la vittima. L'Imputato deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia e prescrizione: la condanna resta definitiva
L'imputato ha impugnato dinanzi alla Corte di Cassazione la condanna inflitta per il reato di calunnia, sostenendo l'intervenuta prescrizione dei fatti e contestando la sussistenza dell'elemento soggettivo del dolo. La Suprema Corte ha giudicato l'impugnazione inammissibile. Il calcolo della prescrizione eseguito dai giudici di merito è risultato corretto, poiché ha tenuto conto dei periodi di sospensione per l'astensione del difensore e per il blocco processuale dell'emergenza pandemica. I giudici hanno inoltre accertato la piena consapevolezza dell'imputato nell'incolpare ingiustamente la vittima. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese del procedimento oltre a una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: i vizi della procura non salvano l’imputato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di calunnia nei confronti di un imputato che aveva accusato ingiustamente un professionista. L'imputato sosteneva l'invalidità delle prove a causa di presunti vizi formali nella procura speciale conferita per le indagini difensive. I giudici hanno chiarito che le irregolarità della procura non annullano l'esistenza materiale del verbale d'indagine su cui si fonda la falsa accusa. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso personale in Cassazione: inammissibile e sanzionato
L'Imputato ha presentato impugnazione diretta contro la sentenza di appello che dichiarava estinto per prescrizione il reato di calunnia a suo carico. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità dell'atto poiché la legge vieta il ricorso personale in Cassazione da parte dell'assistito privo del difensore abilitato. L'assenza della sottoscrizione di un avvocato iscritto all'albo speciale dei patrocinanti in Cassazione priva la parte della necessaria legittimazione processuale. I giudici supremi hanno quindi respinto l'istanza senza esaminare i motivi di merito e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, oltre al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: falsa accusa mirata e condanna definitiva
Due imputati hanno proposto ricorso contro la condanna per il reato di calunnia emessa dalla Corte di Appello. I ricorrenti contestavano la ricostruzione probatoria e lamentavano il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti già accertati. Inoltre, la scelta consapevole e calcolata di incolpare ingiustamente una persona innocente esclude la lieve entità del danno e impedisce la concessione di sconti di pena. La decisione ha confermato la condanna definitiva per entrambi i ricorrenti, imponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro il patteggiamento: pena concordata e limiti
L'Imputato, accusato del reato di calunnia, ha concordato una pena patteggiata davanti al giudice per le indagini preliminari. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso in Cassazione contestando il calcolo del bilanciamento tra le circostanze aggravanti e attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità dell'impugnazione. La legge limita in modo stringente i casi in cui è consentito proporre un ricorso contro il patteggiamento. Gli errori di computo nei passaggi intermedi della pena concordata non rendono la sanzione illegale se il risultato finale rispetta i limiti di legge. L'Imputato ha subito la condanna al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Dolo nel delitto di calunnia: ricorso generico e condanna
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un cittadino condannato per aver incolpato falsamente una persona innocente. L'Imputato ha presentato ricorso sostenendo l'assenza del dolo nel delitto di calunnia, ossia la mancanza di consapevolezza e volontà di mentire. I Supremi Giudici hanno rilevato che l'atto difensivo si limitava a riproporre genericamente argomentazioni di merito già respinte dai giudici del grado precedente. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile, confermando la responsabilità penale e condannando il ricorrente al pagamento delle spese legali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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