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Art. 368 Codice Penale — Sezione Quinta Penale

Altri anni per Art. 368 Codice Penale

Diffamazione a mezzo denuncia: assoluzione per calunnia e dolo
Un Cittadino ha inviato una denuncia-querela accusando un Magistrato di irregolarità nella gestione di un procedimento. La Corte d'Appello ha condannato il Cittadino per diffamazione a mezzo denuncia, assolvendolo dalla calunnia, e ha imposto un risarcimento. La Cassazione ha annullato con rinvio la condanna per diffamazione e gli effetti civili. Ha ritenuto illogica la motivazione che, pur escludendo il dolo per calunnia (perché il denunciante credeva ai fatti), ha poi affermato il dolo per diffamazione per la stessa condotta. La Corte ha ribadito che l'invio di una denuncia a un Procuratore integra il requisito della comunicazione con più persone.
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Reato continuato in sede esecutiva e stili di vita devianti
Il Condannato ha richiesto l'applicazione del reato continuato in sede esecutiva per varie condotte di calunnia legate a false denunce di smarrimento di assegni. Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato l'istanza escludendo l'esistenza di un unico disegno criminoso preventivo. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha ribadito che la vicinanza temporale e l'omogeneità dei reati non bastano a dimostrare la continuità. È indispensabile la prova di una pianificazione unitaria antecedente al primo reato. Nel caso specifico, le condotte sono risultate frutto di scelte estemporanee legate a uno stile di vita deviante. Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato di diffamazione: insultare un ufficiale non è calunnia
Un cittadino ha diffuso uno scritto denigratorio contro un pubblico ufficiale del corpo forestale, accusandolo di scorrettezza. I giudici di merito hanno escluso la calunnia per mancanza di una specifica notizia di reato, ma hanno condannato l'autore per il reato di diffamazione. L'imputato ha presentato ricorso lamentando l'incompatibilità logica tra l'assenza del dolo di calunnia e la condanna per diffamazione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'assenza di un'accusa formale di reato non elimina la volontà lesiva dell'onore altrui. La convinzione personale dell'autore sulla condotta scorretta della persona offesa non cancella la responsabilità penale. Il ricorrente deve pagare le spese legali e la sanzione pecuniaria.
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Rinuncia al Ricorso Penale: Parti Civili Ritirano l’Appello in Cassazione
Due Parti Civili avevano presentato un ricorso in Cassazione contro la condanna dell'Imputato per lesioni personali. Tuttavia, prima della decisione finale, le Parti Civili hanno formalmente comunicato la loro rinuncia al ricorso penale. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato i ricorsi inammissibili a causa di questa rinuncia. Di conseguenza, le Parti Civili sono state condannate a pagare le spese processuali e una sanzione di 500 euro alla Cassa delle ammende. La decisione sottolinea l'importanza della rinuncia all'impugnazione nel processo penale.
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Falso ideologico in atto pubblico per la relazione di servizio
Due operanti di polizia hanno redatto una relazione di servizio dichiarando di aver osservato senza interruzioni due automobili impegnate in una gara clandestina. Le videoriprese di una dash-cam hanno smentito l'ininterrotta visione dei veicoli. La Corte d'appello ha assolto gli agenti dal reato di calunnia per mancanza di dolo, ma li ha condannati per falso ideologico in atto pubblico, poiché avevano attestato come direttamente percepita una costante visiva smentita dai fatti. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale per la falsa attestazione, evidenziando che l'atto pubblico non può contenere dichiarazioni non veritiere sulla continuità dell'osservazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso unicamente sul trattamento sanzionatorio, rideterminando la pena in otto mesi di reclusione per omessa applicazione dello sconto del rito abbreviato.
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Calunnia e atti persecutori: il confine tra difesa e reato
Due cittadini hanno presentato sistematicamente esposti e querele palesemente false contro diversi magistrati e appartenenti alle forze dell'ordine. Oltre alle denunce calunniose, uno degli imputati ha effettuato minacce di morte e accessi continui presso gli uffici giudiziari, costringendo un magistrato a modificare le proprie abitudini e ad attivare un sistema di tutela personale. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne precedenti dichiarando inammissibili i ricorsi. La Suprema Corte ha chiarito che i reati di calunnia e atti persecutori sussistono pienamente quando gli esposti inventano consapevolmente fatti storici mai avvenuti. Inoltre, il legame tra le denunce false e lo stalking consente la procedibilità d'ufficio per l'intero quadro criminoso, superando qualsiasi pretesa finalità difensiva dell'imputato.
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Prestanome o complice? Condanna per bancarotta fraudolenta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta e calunnia nei confronti dell'Amministratrice di Diritto di una società fallita. La difesa sosteneva che la donna fosse una semplice prestanome non operativa, escludendo il suo coinvolgimento nel piano criminale ideato dall'Amministratore di Fatto. Tuttavia, i giudici hanno accertato il suo ruolo attivo nella gestione aziendale, la consapevolezza della distrazione di oltre dieci milioni di euro e la falsità della denuncia di furto di un assegno, sporta per bloccarne il pagamento a un creditore. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che l'amministratore di diritto risponde dei reati societari se, pur consapevole delle condotte illecite altrui, non interviene per impedirle.
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Contrasto tra dispositivo e motivazione: decide la Cassazione
Una persona offesa ha impugnato il decreto di archiviazione emesso dal Giudice per le indagini preliminari per il reato di calunnia a carico di un indagato. Il ricorrente lamentava l'invalidità del provvedimento poiché il giudice, nella motivazione, faceva riferimento anche a un altro reato per il quale non era stata chiesta l'archiviazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che in caso di contrasto tra dispositivo e motivazione prevale sempre il dispositivo. Poiché la decisione effettiva riguardava solo il reato di calunnia, l'atto è pienamente valido.
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Resistenza a pubblico ufficiale: legittimo l’uso della forza
Il Procuratore della Repubblica impugnava l'annullamento della misura cautelare interdittiva nei confronti di alcuni agenti delle forze dell'ordine, accusati di falso, calunnia e arresto illegale. Secondo l'accusa, gli agenti avevano falsificato i verbali per coprire un presunto pestaggio ai danni di un cittadino straniero durante un intervento. Il Tribunale del Riesame, tuttavia, aveva escluso i gravi indizi di colpevolezza analizzando l'intero filmato della body cam. Il video mostrava il comportamento violento e autolesionista del cittadino, configurando pienamente il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Pubblico Ministero, confermando la legittimità dell'operato dei militari e la correttezza della decisione del Riesame.
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Resistenza a pubblico ufficiale: assolti i Carabinieri accusati
Il Procuratore della Repubblica ha impugnato l'annullamento della misura cautelare interdittiva nei confronti di due Carabinieri, accusati di falso, calunnia e arresto illegale di un cittadino straniero. Secondo l'accusa, i militari avrebbero falsificato il verbale per nascondere un'aggressione gratuita. Tuttavia, i video della body cam e i testimoni hanno dimostrato che il cittadino era in stato di forte alterazione, violento e autolesionista. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la condotta del soggetto integrava il reato di resistenza a pubblico ufficiale. La resistenza a pubblico ufficiale non richiede infatti violenza diretta sulla persona del militare, essendo sufficiente un comportamento oppositivo o autolesionistico volto a ostacolare l'atto d'ufficio. I Carabinieri sono stati quindi scagionati dalle accuse cautelari.
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Falso ideologico in atto pubblico: la divisa non salva la bugia
Un Comandante dei Carabinieri, a causa di dissidi personali, ha aggredito fisicamente un cittadino causandogli lesioni. Successivamente, per coprire l'accaduto, ha redatto una relazione di servizio e una denuncia false, accusando ingiustamente la vittima di averlo aggredito per primo. La Corte d'Appello ha dichiarato prescritti i reati di calunnia e minaccia, ma ha confermato la condanna per il reato di falso ideologico in atto pubblico. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'inattendibilità della vittima e vizi procedurali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna penale e il risarcimento del danno a favore della vittima. La decisione ribadisce che le dichiarazioni della persona offesa possono fondare da sole la condanna se ritenute pienamente credibili e coerenti dal giudice.
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Bancarotta fraudolenta: svuotano l’azienda e accusano un innocente
Due amministratori sono stati condannati per bancarotta fraudolenta patrimoniale per aver svuotato le loro aziende, prossime al fallimento, trasferendo camion e altri beni a società estere a loro riconducibili, senza incassare alcun corrispettivo. In questo modo, hanno sottratto beni alla garanzia dei creditori. Sono stati ritenuti colpevoli anche di ricorso abusivo al credito, avendo ottenuto finanziamenti con fatture false, e di calunnia, per aver falsamente accusato un terzo del furto di alcuni veicoli che loro stessi avevano distratto. La Corte di Cassazione ha confermato la loro colpevolezza, limitandosi a ricalcolare la pena per uno degli imputati a causa di un errore materiale, riducendola lievemente. L'esito finale è la condanna definitiva per entrambi.
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Falso in verbale di polizia: video smentisce l’aggressione
Un Militare redige un documento ufficiale accusando un Sospettato di resistenza a pubblico ufficiale. Nel testo, il Militare scrive di aver bloccato a terra l'uomo e di aver subito un colpo durante una colluttazione. Le telecamere di sicurezza smentiscono totalmente questa versione, mostrando l'assenza di qualsiasi contatto fisico. Il Militare si difende sostenendo di aver usato termini imprecisi per semplice distrazione. La Corte di Cassazione respinge questa giustificazione. Scrivere un falso in verbale di polizia descrivendo un fatto mai avvenuto non rappresenta una leggerezza, ma un atto volontario. I giudici confermano la condanna del Militare per falso ideologico e calunnia, poiché ha accusato il Sospettato di un reato inesistente conoscendo la sua innocenza. Il Militare perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali.
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Diffamazione: immunità per scritti difensivi forensi
Un avvocato è stato condannato per diffamazione dopo aver depositato una memoria difensiva presso il Consiglio distrettuale di disciplina, accusando un collega di abuso d'ufficio a scopo ritorsivo. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza, stabilendo che l'esimente dell'immunità giudiziaria prevista dall'articolo 598 del codice penale è applicabile anche ai procedimenti disciplinari forensi. La Corte ha chiarito che il professionista sottoposto a indagine disciplinare assume la veste di parte e ha il diritto di difendersi, anche con espressioni forti, purché funzionali alla tesi difensiva.
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Accesso abusivo a sistema informatico: la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per un militare accusato di accesso abusivo a sistema informatico e calunnia. L'imputato aveva utilizzato le banche dati istituzionali per scopi puramente personali, legati a rancori privati, anziché per finalità investigative. Le prove digitali hanno dimostrato l'uso delle sue credenziali personali per modificare file calunniosi diretti contro un superiore. La Corte ha ribadito che l'abilitazione tecnica non giustifica accessi estranei ai doveri d'ufficio, integrando pienamente la fattispecie di accesso abusivo a sistema informatico.
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False dichiarazioni: annullata condanna senza avvisi
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna di un imputato per il reato di false dichiarazioni a un pubblico ufficiale. L'imputato aveva falsamente affermato di non avere precedenti penali durante le fasi preliminari di un interrogatorio. La decisione si fonda su una sentenza della Corte Costituzionale (n. 111/2023) che ha stabilito che tali false dichiarazioni non sono punibili se rese prima dei necessari avvertimenti sul diritto al silenzio, rendendo di fatto l'azione non più prevista come reato.
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Rimessione del processo: cosa dice la Cassazione?
Un imputato ha richiesto la rimessione del processo ad altro tribunale, lamentando una 'grave situazione locale' e la parzialità di alcuni magistrati. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, specificando che timori soggettivi e il coinvolgimento di un singolo magistrato in un'altra inchiesta non sono sufficienti a dimostrare un concreto pericolo per l'imparzialità del giudizio. Per la Corte, la rimessione del processo è un istituto eccezionale che richiede prove concrete di una situazione ambientale anomala.
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Diritto di difesa: quando l’offesa non è reato
La Corte di Cassazione ha stabilito che le espressioni offensive usate in un procedimento giudiziario non costituiscono diffamazione se sono pertinenti alla tesi difensiva, a prescindere dalla loro veridicità. La sentenza chiarisce l'ambito di applicazione della scriminante legata al diritto di difesa (art. 598 c.p.), annullando una condanna al risarcimento danni e sottolineando che l'interesse tutelato è la libertà di difesa nella sua correlazione con la causa.
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Ricorso in Cassazione personale: inammissibile
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso presentato personalmente da un'imputata contro una condanna per atti persecutori. La Corte ribadisce che, ai sensi dell'art. 613 c.p.p., il ricorso in Cassazione personale è vietato, potendo essere proposto solo da un difensore iscritto nell'apposito albo speciale. La violazione di questa norma formale comporta l'inammissibilità e la condanna al pagamento delle spese e di un'ammenda.
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Recidiva: annullata la pena se il precedente è revocato
La Corte di Cassazione ha annullato parzialmente una sentenza di condanna per diffamazione. Sebbene la colpevolezza sia stata confermata, la Corte ha accolto il motivo di ricorso relativo alla recidiva. Poiché la condanna precedente usata per giustificare l'aumento di pena era stata revocata, la sanzione deve essere ricalcolata dal Tribunale. Gli altri motivi, volti a una rivalutazione dei fatti, sono stati dichiarati inammissibili.
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