La vicenda riguarda due soggetti indagati per un grave omicidio commesso sedici anni prima con metodo mafioso. Il Giudice per le indagini preliminari dispone la custodia cautelare in carcere per entrambi. Il Tribunale del riesame conferma la misura detentiva. La difesa impugna il provvedimento contestando la mancata retrodatazione dell'iscrizione della notizia di reato e l'assenza di attualità dei pericoli. La Corte di Cassazione respinge il ricorso del primo indagato confermando la detenzione. Accoglie invece il ricorso del secondo indagato, ritenuto privo di precedenti penali. I giudici stabiliscono che il Tribunale deve valutare espressamente il lungo tempo trascorso dai fatti per dimostrare la persistenza delle esigenze cautelari.
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Un indagato per traffico di stupefacenti ha impugnato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. La difesa ha contestato l'uso delle prove telematiche, eccependo l'inutilizzabilità delle chat criptate acquisite all'estero tramite Ordine Europeo di Indagine per mancata allegazione dei relativi file di log, oltre a denunciare il ritardo nella sua iscrizione sul registro delle notizie di reato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno confermato che i messaggi decrittati ottenuti dalle autorità estere sono pienamente utilizzabili secondo la disciplina della circolazione delle prove, senza necessità di autorizzazione preventiva del giudice italiano. Inoltre, la mancata richiesta specifica dei file di log rende la doglianza inammissibile, restando legittima la misura cautelare per la gravità delle condotte e lo stato di latitanza.
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Gli Indagati hanno richiesto la retrodatazione iscrizione reato nel registro delle notizie di reato della Procura della Repubblica. Il Giudice per le Indagini Preliminari ha respinto l'istanza presentata ai sensi dell'articolo 335-quater del codice di procedura penale. Gli Indagati hanno quindi proposto ricorso immediato dinanzi alla Corte di Cassazione per annullare la decisione sfavorevole del giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati. I giudici hanno stabilito che l'ordinanza del giudice non si può impugnare autonomamente in sede di legittimità. Di conseguenza, gli Indagati perdono il ricorso e devono pagare le spese del procedimento, oltre alla somma di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Un cittadino coinvolto in un'indagine per illeciti fiscali e somministrazione irregolare di manodopera ha proposto ricorso contro il sequestro del proprio telefono cellulare e di altri supporti informatici. Il soggetto contestava la mancata iscrizione preventiva nel registro degli indagati, lamentando la violazione dei propri diritti di difesa, e denunciava l'eccessiva genericità del provvedimento d'indagine. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della procedura. I giudici hanno stabilito che l'esigenza di bilanciare sequestro probatorio e garanzie dell'indagato richiede indizi concreti e non meri sospetti per l'iscrizione formale. Nel caso specifico, la posizione operativa del cittadino non integrava gli estremi della responsabilità diretta. Inoltre, il decreto di sequestro è risultato ben delimitato nei tempi e nei contenuti.
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La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro preventivo per truffa aggravata e indebita compensazione fiscale a carico dell'amministratrice di fatto di una cooperativa. L'ente otteneva appalti pubblici esibendo un Documento Unico di Regolarità Contributiva rilasciato grazie a compensazioni con crediti d'imposta inesistenti. La difesa contestava l'assenza di danno per la pubblica amministrazione a fronte dei servizi svolti e l'inutilizzabilità delle prove. La Suprema Corte ha ribadito che il danno e l'ingiusto profitto derivano direttamente dalla stipula del contratto pubblico viziato da raggiri, rendendo irrilevante l'avvenuta esecuzione dei lavori. I giudici hanno respinto integralmente il ricorso.
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Una persona indagata ha chiesto di anticipare la data della sua iscrizione nel registro delle notizie di reato. Il Giudice delle indagini preliminari ha accolto solo in parte la richiesta. L'indagata ha quindi presentato ricorso immediato alla Corte di Cassazione. La Corte ha stabilito l'inammissibilità del ricorso per retrodatazione, affermando un principio chiave: l'ordinanza del GIP su questo tema non può essere impugnata subito. La legge prevede che la questione possa essere sollevata solo in momenti successivi del processo, come l'udienza preliminare o il dibattimento, per non rallentare le indagini. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto senza entrare nel merito.
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Un indagato ha presentato istanza per ottenere la retrodatazione dell'iscrizione della notizia di reato. Il Giudice per le Indagini Preliminari ha dichiarato la richiesta inammissibile perché presentata oltre il termine perentorio di venti giorni. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo un errore nel calcolo del termine iniziale a causa dell'annullamento di una precedente misura cautelare. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'ordinanza emessa a seguito del procedimento incidentale non è immediatamente impugnabile in Cassazione. La legge non prevede infatti un ricorso diretto. L'indagato mantiene comunque il diritto di riproporre la questione nelle fasi successive del processo, come l'udienza preliminare o il dibattimento.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da tre indagati contro l'ordinanza del GIP che aveva respinto la loro istanza di retrodatazione iscrizione reato. Il giudice di merito aveva ritenuto la richiesta tardiva, fissando il termine di venti giorni dal momento della conoscenza degli atti d'indagine. Gli indagati sostenevano invece che il termine dovesse decorrere dall'interrogatorio di garanzia o dalla nomina del difensore. La Suprema Corte ha chiarito che il provvedimento del GIP sulla retrodatazione non è direttamente ricorribile in Cassazione. La legge prevede infatti che la questione possa essere riproposta davanti al giudice dell'udienza preliminare o del dibattimento. Solo l'ordinanza emessa in sede dibattimentale può essere impugnata, ma esclusivamente insieme alla sentenza finale che definisce il grado di giudizio.
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La Corte di Cassazione ha stabilito l'**inutilizzabilità intercettazioni** eseguite dopo la scadenza dei termini delle indagini preliminari, anche per i reati associativi. Il caso riguardava due soggetti accusati di omicidio e associazione mafiosa, la cui custodia cautelare si basava su captazioni tardive. La Suprema Corte ha chiarito che i termini previsti dal codice di procedura penale sono invalicabili e non possono essere ignorati invocando la natura permanente del reato, annullando così l'ordinanza del Tribunale del Riesame.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da tre indagati accusati di associazione mafiosa e narcotraffico. La difesa contestava la conferma della custodia in carcere, lamentando l'omessa valutazione di un memoriale difensivo e richiedendo la retrodatazione dell'iscrizione della notizia di reato. La Suprema Corte ha stabilito che l'omessa valutazione di memorie in sede cautelare non genera nullità e che le nuove norme sulla retrodatazione non sono applicabili retroattivamente a procedimenti già pendenti per reati gravi. È stato inoltre confermato che il ruolo di vertice in un'associazione mafiosa può essere esercitato anche durante lo stato di detenzione.
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla sorella di un noto boss mafioso contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di associazione mafiosa. La ricorrente era accusata di aver gestito la cassa e le comunicazioni del fratello durante la sua latitanza. I motivi del ricorso, incentrati sulla presunta inutilizzabilità delle prove per tardiva iscrizione nel registro degli indagati e sulla carenza di prove, sono stati respinti. La Corte ha chiarito che la contestazione sulla data di iscrizione richiede una procedura specifica (ex art. 335-quater c.p.p.), non attivata dalla difesa, e che le altre censure rappresentavano un mero tentativo di riesame del merito, non consentito in sede di legittimità.
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La Corte di Cassazione ha annullato un'ordinanza di custodia cautelare a causa di vizi procedurali legati alla proroga delle indagini preliminari. La Corte ha stabilito che un provvedimento di proroga tardivo non può sanare retroattivamente gli atti di indagine compiuti dopo la scadenza dei termini, specialmente in assenza di una sequenza ininterrotta di richieste di proroga. Il caso è stato rinviato al Tribunale per una nuova valutazione sulla base degli atti utilizzabili.
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato contro una misura cautelare basata su prove da chat criptate. La Corte ha stabilito che l'iscrizione di una nuova indagine per lo stesso reato associativo, ma con un ruolo apicale diverso e più grave, non viola i termini di durata massima delle indagini preliminari. Si tratta infatti di un'iscrizione autonoma. Ha inoltre dichiarato inammissibile il motivo sull'utilizzabilità chat criptate perché l'eccezione non era stata correttamente sollevata e provata in sede di riesame.
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato contro un'ordinanza di custodia cautelare. L'imputato sosteneva l'inutilizzabilità delle prove penali, in particolare chat criptate, ottenute dopo la scadenza dei termini di indagine di un precedente procedimento. La Corte ha stabilito che la nuova iscrizione era legittima trattandosi di fatti nuovi e diversi. Ha inoltre confermato che l'onere di provare l'illegittima acquisizione di prove dall'estero spetta alla difesa e che, in ogni caso, la decisione era supportata da altre prove sufficienti (prova di resistenza).
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato per associazione finalizzata al traffico internazionale di cocaina, confermando la misura cautelare in carcere. La Corte ha stabilito la piena utilizzabilità delle intercettazioni SKY ECC acquisite dalla Francia tramite Ordine Europeo di Indagine (OEI), qualificandole come acquisizione di prove documentali e non come intercettazioni da autorizzare ex novo. Ha inoltre escluso la violazione del principio del 'ne bis in idem', poiché il procedimento pendente in Belgio non si era concluso con una sentenza definitiva e riguardava fatti parzialmente diversi.
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato che lamentava l'inutilizzabilità delle prove raccolte oltre il termine indagini. La Corte ha chiarito che l'emersione di fatti-reato nuovi e distinti, anche nei confronti dello stesso soggetto, legittima una nuova e autonoma iscrizione nel registro delle notizie di reato, con un conseguente nuovo termine per le indagini, rendendo utilizzabili gli elementi raccolti.
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un individuo sottoposto a custodia cautelare per partecipazione ad associazione mafiosa. La sentenza chiarisce la non applicabilità delle nuove norme sulla retrodatazione dell'iscrizione nel registro degli indagati ai procedimenti già pendenti. La Corte ha inoltre confermato che la prova della partecipazione richiede la dimostrazione di un inserimento stabile e organico nell'associazione, con un ruolo dinamico e funzionale, ritenendo sufficienti gli elementi probatori raccolti nonostante le memorie difensive.
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato per associazione di tipo mafioso, confermando la misura della custodia cautelare in carcere. La sentenza sottolinea che, in tema di esigenze cautelari mafia, il semplice trascorrere del tempo senza manifestazioni criminali recenti non è sufficiente a superare la presunzione di pericolosità sociale. È necessaria una prova concreta di dissociazione dal sodalizio, data la natura persistente del vincolo associativo. La Corte ha ritenuto infondate anche le altre censure di natura processuale sollevate dalla difesa.
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Due individui sono stati condannati per traffico di un ingente quantitativo di cocaina. Hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando l'inutilizzabilità di prove derivanti da localizzazione GPS e vizi procedurali. La Corte ha rigettato i ricorsi, confermando le condanne. Ha ribadito che la localizzazione GPS rientra nell'ambito della utilizzabilità prove atipiche che non necessitano di un decreto del giudice e che la scelta del rito abbreviato sana molteplici vizi procedurali.
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La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, confermando la custodia cautelare in carcere. Il caso verteva sull'utilizzabilità di intercettazioni da un diverso procedimento. La Corte ha stabilito che le prove decisive provenivano dal procedimento in corso, rendendo irrilevante la censura. Ha inoltre confermato che, per reati di tale gravità, vige una presunzione legale di adeguatezza della misura carceraria.
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